Tom Wolfe il bastian contrario

Adesso che se ne è andato a 87 anni tutti saranno lì a ricordare l’omino in bianco, il dandy del New Journalism, l’autore del Falò delle vanità (1987), il reazionario dei Radical chic (1970), che dileggia il party di Leonard Bernstein a NY con le Black Panthers e il bel mondo intellettuale della città. Del resto, è tutto vero. Come negare che abbia scritto il romanzo sui padroni di Wall Street, con tanto di degradazione del milionario che investe il giovane nero nel Bronx, uno dei libri chiave degli anni Ottanta, da cui vengono molti dei guai che stiamo scontando ancora oggi, populismi inclusi? E poi Lo chic radicale, come traduceva nel 1973 l’editore di destra Rusconi quel saggio magistrale, apparso insieme a Mau-Mauing the Flak Catchers, non è forse un libro divertente, insolente e eccessivo? Tutto maledettamente vero, come Maledetti architetti del 1981, dove distrugge l’architettura modernista in America accusandola di aver imbruttito il mondo, con Gropius alla sbarra dei giudicati, subito condannato. Uno controcorrente, un bastian contrario. Più bravo come giornalista che come scrittore, e, nel giornalismo, più scrittore che giornalista.

 

La vera stagione di Tom Wolfe non sono stati gli anni Ottanta o Novanta, in cui pure pontificava con il suo completo immacolato intervistato da giornalisti di tutto il mondo occidentale, bensì gli anni Sessanta quando ha confezionato alcuni dei più bei reportage sul Nuovo Mondo che stava nascendo allora. La baby aerodinamica Kolor Karamella è del 1965, e c’è dentro tutto quello che accadrà di lì a poco, perché Wolfe è un annusatore di mode, anzi un ostetrico del nuovo-nuovo, seppur a suo modo. In quel libro c’è l’invenzione della giovinezza, prima ancora che qualcuno la potesse ufficialmente scoprire, c’è il mito della automobile – quella che dà il titolo al libro –, c’è l’arte Pop dopo il pop, ma anche i Beatles ritratti nel loro viaggio in America (“Il quinto Beatles”), le istruzioni per combinare un party pressoché perfetto, la pornografia motore del mondo, la creazione della sfera dei mass-media. Lui ha davvero scoperto Marshall McLuhan e l’ha eletto a personaggio della sfera cultural-mediatica. Questo snob tendente al Camp, omosessuale senza essere gay, è stato un grandissimo esteta della pagina. Non quella dannunziana o barocca dei suoi imitatori, ma quella tutta scatti, nervi ed esplosioni della New Wave. Aveva assorbito lo stile dissacrante e sussultorio dei beat. Li aveva spiati, seguiti, imitati, li aveva deglutiti e quindi digeriti. Aveva reinventato uno stile nella scrittura che è rimasto giustamente famoso. Gli piaceva rifare il parlato, portandolo al limite del pirotecnico, tutto slang e battute, ma pur sempre elegante, mai pesante, sempre leggerissimo, fino a scomparire sotto gli occhi di chi legge. Inventore di parole, non ha avuto molti seguaci e imitatori, perché per essere come lui bisognava essere totalmente idiosincratici, anche nei riguardi della propria posa. Con questo non si può dire che gli mancassero le idee. Anzi ne aveva troppe, e per questo le ficcava dentro le frasi: le idee con lo stile, e poi lo stile delle idee. Chi si è imbattuto almeno una volta nella sua prosa non ha potuto che restarne abbacinato. Solo uno scrittore altrettanto inventivo, per quanto semisconosciuto, come Attilio Veraldi, giallista napoletano, poteva tradurlo facendogli il verso e potenziando nella molto meno elastica lingua italiana quella prosa volitiva, tutta mosse e tic. L’altro grande libro che lo farà restare nella storia della cultura americana, è The Electic Kool-Aid Acid Test del 1968, dove c’è tutto il destino delle generazioni della rivoluzione psichedelica.

 

 

Come abbia fatto uno come lui a redigere il reportage delle avventure di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, libro magistrale e indispensabile, non si capisce bene. Tutti su un autobus, dipinto di arancione, verde, magenta, lavanda, blu fosforescenti e in giro per l’America a portare la buona novella dell’LSD. Lì c’è tutto quello che è venuto dopo: la sconfitta della generazione degli scoppiati e poi la resurrezione nella Silicon Valley, la fine della rivoluzione del corpo e l’esplosione dell’Età della Mente, quella di Google e Apple, quella che stiamo ancora vivendo. Chissà se Zuckerberg avrà letto Il decennio dell’io (traduzione di The Me Decade)? È tratto da un altro libro, Mauve Gloves & Madmen, Clutter & Vine, anche questo fornito incompleto ai lettori italiani dalle edizioni "di destra” l’Editoriale Nuova, e finito direttamente nei remainders (dove l’ho trovato anni fa, quando non sapevo nulla di Wolfe). Castelvecchi, ristampando quel ritratto dell’Io, ne ha tratto una frase emblematica che riassume le idee di Wolfe sul mondo, e su noi tutti: “Hanno fatto qualcosa che si pensava facessero soltanto gli aristocratici (e gli intellettuali artisti): hanno scoperto l’io e se ne sono infatuati”. In quel testo – anno 1976 – si capisce il narcisismo di massa che è venuto dopo, l’arte di Andy Warhol meglio che guardando i suoi quadri a lungo, e la politica delle piccole star quotidiane di You Tube.

 

Wolfe è stato prima di tutto un cronista di fatti risibili, eppure fondamentali, andando dietro all’inutile e all’invisibile per portarlo poi al centro della scena con somma indifferenza e mostruosa voglia di provocare. Chissà se su quell’autobus di Kesey avrà sorseggiato l’aranciata tagliata con LSD, lui che aveva, essendo nato nel 1930, qualche annetto in più dei ragazzacci dell’autobus? Stava a debita distanza da tutto, altrimenti come avrebbe potuto scrivere con quella verve e con quel ritmo su macchine meccaniche, dove ogni colpo alla tastiera era un inevitabile sforzo muscolare: la forza della mente. Non si era dimenticato, in Electric Kool-Aid Acid Test, dei suoi modelli, Kerouac e Ginsberg, molto più seri di lui, ma anche più monumentali, profeti di un mondo inabissato che continua tuttavia a galleggiare sotto i nostri piedi. Pagine meravigliose che lodano e irridono gli incontri con i poeti beat a NY, così come narrano per la prima volta le cupole geodetiche di Buckminster Fuller, il genio della geometria edificabile e futuribile dei deserti americani. Wolfe ha amato immensamente l’America della frontiera, quel paese capitalistico e industriale che è diventato grande massacrando i pellirosse e trafficando i neri dall’Africa. L’ha amato e insieme demolito, come fa ogni vero conservatore, che ama e detesta tutto contemporaneamente. Un reazionario, come gli ultimi libri; tuttavia un anticonformista, che non si turba troppo nel passare dalla parte del torto. Chi non l’ha ancora letto lo faccia subito, non solo per onorarlo adesso che se ne è andato, ma per avere in tempi di sommo conformismo, come questi che stiamo vivendo, l’antidoto giusto. Caustico, pungente e ironico, è un antiveleno sicuro alla soffocante noia dell’ultimo decennio dell’industria culturale. Due ultimi consigli: La stoffa giusta (1979), dedicato agli astronauti americani, tra invenzione e inchiesta (le sue sono inchieste meravigliosamente inventate), poiché tanto, prima o poi, si tornerà nello spazio e bisogna pur prepararsi; e poi La bestia umana (2000), canto del cigno del New Journalism, incantevole congedo da un’America che non capiva più, che disprezzava e amava alla follia. Come mi è già capitato di scrivere, Tom Wolfe è stato: rapido, dettagliato, comico, incessante, ritmico, ossessivo, insistente, poetico, delirante, curioso, rapsodico, analitico, sensitivo, debordante, essenziale. In una parola: UNICO.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!