Tra l'invisibile e l'ipervisibile

La struttura di una qualsiasi Storia si costruisce attraverso la distribuzione evenemenziale degli eventi, tentando di tenere insieme gli elementi di continuità e discontinuità. Anche legando queste due dimensioni, c’è un momento in cui l’evento viene dichiarato chiuso, dove si mette il punto e si va capo. Tuttavia nello scollamento tra il punto e l’a capo si presenta un “resto”, un sentire inquieto che sussiste simultaneamente dentro e fuori l’evento. Questo resto non è un avanzo, come la nostalgia, o, peggio ancora, il rigurgito di una totalità consumata, ma una sostanza feconda che fa resistenza alla dichiarazione e di conseguenza alla propria chiusura insieme a quella dell’evento.

 

Olivier Assayas è senz’altro uno dei più grandi a mettere in forma questo “resto”, a renderlo sempre – per citare il titolo di un suo film di alcuni anni fa – un Boarding Gate da cui aggredire il proprio tempo. Une Adolescence dans l'après-mai, libro-lettera indirizzata ad Alice Becker-Ho, vedova di Guy Debord, e il film Après Mai (in italiano Qualcosa nell'aria) possono sembrare opere nostalgiche di un sessantotto parigino mancato di un soffio, mentre invece è proprio di quel soffio che parlano. La politica di Assayas è quella di prendersi il tempo che non ha per interrogare senza tregua la propria identità, a partire da quel Disordine che, guarda caso, ha dato il titolo al suo primo film.

 

 

Se Assayas deve, come ha dichiarato all’anteprima romana, finire i suoi film in un punto dove comincia qualcos’altro, Clouds of Sils Maria e Personal Shopper sembrano passarsi il testimone: uno scambio perfetto, come nelle migliori staffette. Nel primo film Kristen Stewart interpretava Valentine, l’assistente di Maria, un’attrice affermata (Juliette Binoche) che doveva rimettere in scena la pièce teatrale con la quale aveva iniziato la carriera. Stavolta però, invece di interpretare la giovane che seduce e abbandona, doveva impersonare la donna di una ventina d’anni più vecchia, sedotta e abbandonata. Un film straordinario, Clouds of Sils Maria, in cui la vita e la rappresentazione si impastano tanto da mandare in tilt la bussola identitaria di Maria, diventata sempre più ossessionata dai fantasmi della donna della pièce, che scopre essere i propri. 

 

In Personal Shopper Assayas riprende dunque dai fantasmi… e da Kristen Stewart. Maureen, la Stewart appunto, è una medium che ha perso da poco il fratello gemello, anche lui medium, per una malformazione cardiaca di cui soffre anche lei, e con il quale tenta di mettersi in contatto nella casa dove abitava. Maureen però è anche l’assistente (ancora!) di una modella parigina, Kyra, che, visti i continui spostamenti da una passerella all’altra, ha bisogno di una personal shopper che le compri (col divieto di indossarli) abiti e gioielli ultrafirmati e le faccia altre commissioni quotidiane.  

 

E il resto tra il punto e l’a capo? Il fatto è che i due film non si suturano nella chiusura finale del primo. Personal Shopper comincia “tra” Clouds of Sils Maria, perché il resto non è nel punto né nell’a capo ma proprio nel “tra”. In Clouds of Sils Maria la corsa in macchina di Valentine con la musica a tutto volume, tra le curve delle montagne svizzere, sembra un momento che sta dentro e fuori il film più strutturato e puntuale di Assayas. Un momento in cui il regista isola Kristen Stewart e le cuce addosso una scena solo per lei. Il “resto” da cui nasce Personal Shopper è proprio il corpo della diva statunitense, che permette ad Assayas di mettere in forma il soffio mancato nel film precedente. La ricopre di vestiti invernali per accentuare i suoi movimenti mascolini, le fa indossare abiti d’alta moda per marcarne tutta la femminilità, ma l’irriducibile ambiguità identitaria viene davvero esaltata nelle due scene in cui la vediamo seminuda. Nella visita medica per controllare la malformazione cardiaca, l’inquadratura clinica mostra il busto nudo di Maureen, asessuandole il corpo. Un problema cardiaco rimane tale tanto in un maschio quanto in una femmina e al dottore-spettatore non interessa altro. Quando però si spoglia per infilarsi l’abito di Kyra, anche il più piccolo movimento, come passarsi il pollice sul bordo interno degli slip davanti lo specchio, fa esplodere tutta la sua sessualità. 

 

 

Maureen vive letteralmente nella scissione. Nell’ambiguità della sua immagine tra il maschile e il femminile; nella perdita della sua metà familiare, il fratello gemello con l’identico problema fisico e nel movimento tra l’invisibile (il rapporto col soprannaturale nel ruolo di medium) e l’ipervisibile (il mondo della moda). Nella quotidianità passa tanto tempo a casa sua quanto in quella di Kyra, di cui la stessa Maureen è il fantasma che riempie i suoi spazi durante la sua permanente assenza. Il suo continuo vagare per Parigi riflette la possibilità di percorrere i dintorni di luoghi che non riesce ad abitare. Quando il suo compagno, in una chiamata Skype, le chiede: "What the hell are you doing in Paris?", lei risponde: "I'm waiting". 

 

Tra uno sballottamento e l’altro, Maureen riceve un sms da un Unknown. Da questo momento si attiva una narrazione fantasma rispetto a quella principale, prendendosi il ruolo di supporto di quello che è l’altro grande protagonista del film: il desiderio. Come afferma Lacan, il desiderio pur non essendo individuabile nella domanda, in essa è articolato, e questa domanda è sempre domanda dell’Altro. Il fantasma diventa il supporto del desiderio perché ha almeno un piede nell’aldilà, ovvero nell’Altro. Maureen vive questa conversazione con grande angoscia, ma non smette di interrogare e rispondere alle domande dello sconosciuto: “Don’t you want to know who I am?” “Do you want to be someone else?” “Who do you want to be?”. Non riesce a tenere le redini della conversazione, che non vuole però mollare, e finisce per lasciare che sia l’Unknown a domandarle di fare i conti con i propri desideri. Il genere horror, la ghost story (di cui  detta magistralmente i tempi), il ruolo di medium trovano tutto il loro spessore nel desiderio e la sua incerta e angosciosa interrogazione. Il luogo che Maureen non riesce ad abitare, ma di cui transita continuamente i dintorni è la grande ossessione di Assayas: l’identità. “Is it you? Or is it just me?” 

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