Tradurre dalla moglielingua

La ballerina bianca non si esibisce nei teatri. Suo palcoscenico è la natura, ed è capace di adattarsi sia alle temperature polari che a quelle torride dei deserti. Si tratta di un uccello dalle dimensioni simili a un passero, ma con una caratteristica “maschera” bianca nel maschio, quasi da carnevale veneziano. Si avvicina facilmente all’uomo, non lo teme, ha imparato a conviverci. Con la Coazinzola ha imparato a convivere anche Riccardo Duranti, traduttore che ha chiamato la sua casa editrice come il minuto volatile, impostandola proprio come un nido sicuro, «ove il passero piega | sul chiarore del canto», per usare due versi di Libero de Libero del volume bucolico d’esordio, Solstizio

 

Per anni docente di Traduzione alla “Sapienza” di Roma, Riccardo Duranti ha portato in Italia l’opera omnia di Raymond Carver e autori come John Berger, Philip K. Dick, Cormac McCarthy, Elizabeth Bishop. Oggi vive sui monti Sabini con le sue coazinzole e la sua Coazinzola Press, dove prosegue autonomamente la sua attività di traduzione, dalla terra in olive e dalle olive all’olio, e dal cibo per il corpo a quello per la mente: «Bisogna affidarsi alle stagioni – confessa Duranti a “Il Tascabile”, affrontandole con un po’ di teoria e molta pratica, ma anche con delicatezza e totale dedizione, sostenuti dalla convinzione che, come nella traduzione letteraria, è una cosa difficile, ma necessaria». Interessante dunque che un traduttore della sua caratura abbia deciso di “fare da solo”. «Il motivo che mi ha spinto a gettarmi nella donchisciottesca impresa della casa editrice – racconta Duranti – è il senso di insoddisfazione e di disagio che provo di fronte alla crisi dell’editoria in Italia, dove i miei colleghi mainstream insistono a esasperare gli errori che hanno portato alla situazione presente: l’eccessiva managerialità finanziaria, il voler andare sul sicuro e seguire ciecamente le tendenze, a prezzo della rinuncia alla ricerca e alla sperimentazione, in una parola, la messa in mora della qualità a favore della quantità. Non si accorgono che così continuano a inquinare i pozzi e ad alienare anche i lettori forti. La loro pretesa di trasformarsi da mediatori a condizionatori assoluti che pretendono di imporre agli scrittori cosa e come scrivere e ai lettori cosa leggere rischia di provocare danni incalcolabili». 

Si direbbe una vera e propria missione, ma in fondo non si chiama oggi all’inglese mission l’obiettivo che ci si prefigge di conquistare?

 

La questione investe però una serie di interrogativi, primo fra tutti l’inserimento in un mercato saturo in cui il selfpublishing ricopre una fetta non irrilevante, annullando quasi gli effetti benefici di filtraggio. E poi c’è Amazon, che fa da padrone e la sua moneta ha, naturalmente, due facce: «E/O ha le sue buone ragioni per scegliere di boicottarlo, perché ha alternative. La Coazinzola, invece, non ne ha e la distribuzione online via Amazon rimane una delle poche vie percorribili per fare arrivare i libri a chi li desidera a costi e tempi accettabili. In questi anni, la maggior parte delle piccole librerie indipendenti che mi ordina libri in conto deposito non mi ha mai dato rendiconti né rese e troppe copie mi sono sparite in questo buco nero. Capisco la crisi e tutto il resto, ma un po’ più di serietà non guasterebbe. Per fortuna ci sono anche esempi virtuosi». 

 

Riccardo Duranti.


Proprio per E/O Duranti ha tradotto recentemente un caso editoriale, la giovane poetessa Kate Tempest, autrice di Che mangino caos, un poema sulla modernità ambientato in una Londra multiculturale ma anche monocromatica, più piena d’ombre che di luci. Un libro che ha incuriosito molti poeti italiani, ma che palesa qualche limite legato alla “performatività” dell’opera, elemento imprescindibile per la Tempest, the queen of spoken poetry. «I testi di Kate Tempest che ho tradotto sono in realtà solo degli spartiti – precisa Duranti – la performatività ce la mette tutta lei quando li recita. Mai vista una trasformazione così radicale: da ragazza-della-porta-accanto, Kate si trasforma in un animale da palcoscenico che fa impressione: una vera forza della natura, intensa e trascinante. Il successo si basa su questo suo talento, ma anche su un utilizzo modernissimo e originale di materiale tratto dalla tradizione classica. Un aspetto, questo, alquanto sorprendente e confermato anche dalla sua riscrittura drammatica del Filottete di Sofocle che sta per debuttare a Londra».

 

In Italia la giovane Tempest ha generato sentimenti contrastanti, tra chi la elogia come un modello da seguire (anche e soprattutto relativamente ai social, usati con sapienza) e chi ancora diffida della parola poetica che usa corpo e voce come rafforzativi. I poeti italiani coetanei dell’autrice inglese sembrano molto lontani da lei. Per Duranti «la differenza sta nel contesto e nel diverso modo di porsi nei suoi confronti: la Tempest, per formazione e temperamento, rifugge da atteggiamenti intimistici e affronta con piglio il mondo reale con l’intenzione di influenzarlo. I giovani poeti italiani con cui sono venuto in contatto sembrano essere più timidi e introspettivi. Ma io frequento poco i poeti del nostro Paese, a parte alcune amicizie personali, e ora vedo un panorama più variegato e originale di quello dei miei anni di formazione. Personalmente lo studio e la pratica della poesia americana mi hanno aiutato a liberarmi di molti condizionamenti “paralizzanti” della tradizione letteraria italiana. In generale, trovo che l’abbandono dell’estenuata astrazione che per molto tempo ha caratterizzato il mainstream poetico nazionale ha giovato a rendere fruibile anche in altre lingue parecchi testi».

 

Per la sua casa editrice Riccardo Duranti ha tradotto un libro preziosissimo di un gigante come John Berger, scomparso poco più di un anno fa, dal titolo Il fuoco dello sguardo. «Nella sua ultima visita a Roma – racconta Duranti – si lamentava che gli editori italiani si litigavano qualsiasi suo lavoro in prosa, ma poi si giravano dall’altra parte quando menzionava la sua poesia. Al che mi sono fatto avanti, con somma incoscienza, e gli ho detto “John, io no, io sono diverso”. E così mi ha ceduto i diritti. C’è da dire che pochi sapevano che nella sua straordinaria capacità poligrafa fosse inclusa anche la poesia, eppure le sue poesie erano lì, sotto gli occhi di tutti, come la lettera del racconto di Poe. Per settant’anni, John aveva contrabbandato poesie nei suoi saggi, nei suoi racconti, nei romanzi. E quando, alla fine, ha deciso di estrapolarle dai vari contesti è venuto fuori un corpus di versi che riflette in pieno i suoi molteplici interessi e perciò rappresenta una summa poetica della sua visione articolata e appassionata del mondo e dei tempi in cui ha vissuto. Il fuoco dello sguardo può essere letto, secondo me, come un intenso ritratto non solo dell’autore, ma anche del suo e nostro presente». Nel libro di collected poems Berger scrive che «forse Dio somiglia ai narratori | perché ama i deboli | più dei forti». 

 

«Ma voglio che ricordiate questo | c’è solo un poeta in questa stanza stasera | solo un poeta in questa città stasera | forse solo un poeta vero in questa nazione stasera | e quello sono io». È Raymond Carver l’autore di questi versi che Duranti ha tradotto in Orientarsi con le stelle (insieme a Francesco Durante). «Di Carver ho una gran nostalgia. Tradurre le sue poesie (e quelle di Tess Gallagher) mi ha aiutato molto a elaborare il lutto per la sua perdita. Poco prima di morire, in una telefonata, lui mi chiese cosa pensavo delle sue poesie e io gli risposi francamente che mi piacevano, nonostante la mia avversione a poesie troppo autobiografiche, e che non avevo ancora capito come mai. Dopo averle tradotte, mi sono reso conto che la differenza consisteva nel forte impulso interiore che le animava e impartiva loro abbastanza energia da rendere vicende private universali e fruibili da tutti, superando d’impeto i limiti auto-referenziali».

 

Anche Duranti è autore di libri di poesie: centellinati, in media uno ogni 12 anni, come se aspettasse l’ingresso dei suoi versi nell’età della pubertà. Il suo esordio s’intitola Bivio di voce: mi pare un titolo particolarmente evocativo, restituisce il “dubbio” del tradurre le proprie poesie dall’italiano o scriverle nella lingua adottata; il bivio della voce sembra proprio l’esitazione della ispirazione, il suono tra gola e testa. «A volte anche oggi mi trovo nell’incertezza se seguire l’ispirazione poetica in italiano o in inglese: dipende da tante circostanze, ma per molto tempo non sapevo mai prima se uno spunto, un seme poetico si sarebbe sviluppato nella madrelingua o nella moglielingua, in quella ricevuta o in quella scelta. In quel contesto, la traduzione entrava solo marginalmente, perché l’oscillazione creativa è diversa da quella “professionale” (ma con moltissimi aspetti creativi) della traduzione. In ogni caso, il “dubbio” può essere un forte stimolo creativo in entrambe le situazioni». Manca, sul finale, la domanda iniziale. Chi è il traduttore? «Il funambolo paradossale che s’incarica di portare un testo da una riva all’altra, con tutti i rischi del caso. Mi piace pensare alla letteratura come una testimonianza che migliora la condizione umana».

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