Un cespuglio di casa sulla schiena

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).

 

Il cielo è nuvoloso sopra il Monte Bulgheria anche questa mattina. Ci aspetta una lunga camminata, forse il percorso più intenso di questi laboratori, circa sette chilometri, con un dislivello di quattrocento metri. Nel punto più alto, saremo a ottocentocinquanta metri, praticamente una montagna sul mare. Il maltempo non scoraggia il gruppo, felice di poter esplorare il monte Bulgheria insieme a Claudia Losi, Elisa Biagini e Dionisia De Santis. 

Ci incontriamo come sempre alla chiesa dell'Annunziata di Licusati. Mentre i nuovi camminatori e quelli ormai abituati alle regole dei laboratori si guardano intorno, partono le parole di Elisa Biagini: 

 

questo vento

che ha fame e

succhia i rami come

ossa e poi qui li

risputa: i passi

sono colpi

 d' accetta.

 

Il camminare diventa monito e responsabilità, e mentre ci confrontiamo con la fame del vento, iniziamo lentamente a salire, cercando di mitigare il rischio dei passi con alcune norme: il primo tratto di salita sarà effettuato anche stavolta in silenzio, i cellulari dovranno essere tenuti senza suoneria, e per alleggerire il suono dei passi sarà importante l’ascolto dei suoni, la raccolta delle impressioni. Solo arrivati alla prima sosta, alla Cropana, si potranno iniziare gli scambi e condividere domande e considerazioni.

 

 

Alcuni camminatori, oltre all’acqua, alle scarpe e alle aste, hanno un taccuino su cui appuntare e disegnare elementi di paesaggio che escono dalle narrazioni e dalle considerazioni degli invitati e dei partecipanti. La sosta alla Cropana è lunga, un po’ per riposo, un po’ perché Dionisia inizia ad introdurci nel mondo delle erbe e delle piante. Scopriamo di avere intorno a noi una biodiversità incredibile, iniziamo a dare un nome alle migliaia di erbe e piante che ci circondano. Dionisia ci racconta delle loro proprietà, dei loro usi, sia in cucina, sia nella medicina e nella tradizione locale. 

 

 

Si passa a “Ampelosmos mauritanica”, graminacea di grande taglia, di cui ci aveva già parlato Arnaldo Iudici, spiegandoci gli usi dello “Sparto”; poi alla gariga, una sorta di erba primitiva, primo gradino dell’evoluzione vegetale, e allele pirofite, fino ad arrivare alla suggestiva “Lingua di cane giallastra” (Cynoglossum cheirifolium).

 

 

Ci mettiamo in cammino verso un percorso che oggi è raramente usato dall’uomo, mentre invece è preferito dalle greggi di pecore e capre del Monte. Ci inoltriamo in un tratto più stretto, ma con una visuale amplissima sul monte; vediamo dall’alto i percorsi fatti negli altri laboratori camminati. La quota ci permette una percezione di maggiore isolamento acustico dei suoni del paese, lasciando spazio ai pochi suoni di campane delle greggi al pascolo e alla vista. Ci sentiamo sospesi, alti, liberi. I partecipanti iniziano conversazioni laterali mentre si cammina, ognuno lascia spazio ai propri racconti. 

 

 

Arriviamo in un punto nascosto della montagna: un’insenatura che non si vede dal basso, celata dall’intersezione di due colli, dalla roccia viva che esce fuori e un piccolo gruppo di ontani. Ci sembra un punto di vista privilegiato. La morfologia della roccia crea una naturale gradinata irregolare. Qualcuno inizia a sedersi per riposarsi, il luogo ci piace, decidiamo di fermarci qui per il pasto al sacco e continuare a conversare ancora con una vista lunga che arriva fino al mare. Dionisia ci racconta il micromondo che c’è intorno a noi. Ci dice che non basterebbe una giornata a raccontarci solo 1 chilometro di percorso per la varietà di erbe e piante che ci sono; così nelle pause approfitta per lasciarci quante più informazioni e suggestioni possibili.

 

Decidiamo di ripartire con lentezza, a brevissimo arriveremo alla tappa di mezzo, Piano, da cui poi affronteremo la discesa. Qui il paesaggio si apre in tutta la sua immensità. La vista in direzione della cima ci fa percepire l’ampiezza del Monte, lungo il suo crinale. La traccia del sentiero man mano scompare. Camminiamo tra le pietre, ma la meta intermedia è facilmente visibile. Qui la roccia è assoluta padrona. Riaffiora potente, simili a quella della vicina Chiaia Grande. Con noi c’è la piccola Marcella, 6 anni. Le chiediamo qualcosa sulla giornata. È entusiasta, si sta divertendo e non è per niente stanca. “C’è così tanto da fare e da vedere che non mi stanco.” Anche senza un sentiero tracciato Marcella individua la rotta, quasi ci guida, incastrando i piedi tra i pochi spazi liberi dalla roccia che affiora.

 

 

Arriviamo finalmente a Piano. Qui una nostra scoperta ci lascia con il dubbio finché non arriva Dionisia a dare certezza alle varie ipotesi che si erano create. Al fianco dello Jazzo di Piano, uno dei più grandi del Monte, troviamo una cavità, quasi come se la terra avesse risucchiato l’area in superficie, le cui pareti sono fatte di pietre a secco. Dalla cavità spunta fuori un grande albero di noci spoglio. Eravamo passati da qui tante altre volte, ma la vegetazione alta e il noce in pieno fiore ci avevano sempre impedito di scoprire questo luogo così misterioso. “Forse è una cisterna d’acqua” dice qualcuno, si fa notare che le pietre a secco però poco hanno a che fare con questo uso. “Essendo vicina allo Jazzo, forse può servire allo scarico dei liquami del bestiame”; non ci convince. Altri pensano sia una nevera*, e Dionisia ci da conferma. 

 

*(Nevera o ghiacciaia: ambiente in cui veniva prodotto e/o immagazzinato il ghiaccio prima dell'invenzione del frigorifero negli anni venti del Novecento; ...riprendo testo su nevera: i pastori o chi viveva in montagna aveva l’uso di scavare fosse sulle montagne (i nivieri) nelle quali la neve era accumulata e conservata per poi essere trasportata in città e venduta.

Ovviamente la neve era ad uso esclusivo dei nobili, i quali erano soliti consumarla in sorbetti o bibite ghiacciate, costume ben presto diffuso in tutti gli strati delle popolazioni. Le neviere più grandi si trovavano sulle Madonie e sul monte Etna, dove era più facile mantenere bassa la temperatura).

 


Elisa ci legge alcune poesie in località Piano.

 

 

Arriviamo sulla sommità di un piccolo colle. La vista si apre improvvisamente e riusciamo a vedere a 360 gradi senza alcun limite spaziale. Di fronte a noi, a sud, il borgo di Camerota e il mare all’orizzonte. Licusati e poi capo Palinuro a sud-est, a est Valli Cupi e in fondo il Monte Stella. A nord, maestoso, il Cervati innevato, mentre a ovest il Golfo di Policastro e la Calabria. L’ampiezza lascia senza fiato.

 

 

Iniziamo la discesa e improvvisamente inizia ad aprirsi il cielo. La luce inizia a dare ai volumi della montagna ombre e maggiore profondità. Veniamo immersi da una sensazione di assoluto piacere visivo che ci fa dimenticare del lungo cammino percorso. Arriviamo a una quota molto più bassa, ora siamo a circa 600 metri di altezza sul livello del mare, e subito incontriamo Giuseppe, uno dei pochi vecchi pastori di Licusati. Ci racconta avventure del monte, storie di conflitti per le proprietà, difficoltà economiche e pastorizia. Qualche settimana prima aveva dato un passaggio a qualche camminatore in difficoltà. Ci sembra gentile, ci sorride, occhi celesti forti. Sempre con il suo cane, è uno degli abitanti di questa montagna. Ci dice, chiedete chi è Peppo i Nicola (lui stesso) in giro, sono stato tre volte al fresco (in galera).

 

Si scende, ma la giornata ha una conclusione poetica così come il suo inizio. Sono le parole di Elisa Biagini. La prima composizione porta l’ottimismo della passeggiata: 

 

ogni vertebra una

zolla già gemmata:

un cespuglio di

casa sulla schiena.

 

Come la zolla, anche i partecipanti hanno un cespuglio di pensieri e immagini sulla schiena e ancora: 

 

mappa masticata e

risputata: la traccia

è nella gola, la

lingua direzione.

 

Ci piace pensare che la mappa emozionale sia rimasta, piccola traccia, ad accompagnare i nostri passeggiatori nei giorni a venire, così come narrata dalle parole di Elisa. 

Ci lasciamo con un aperitivo, e con la promessa di rivederci presto, per i prossimi passi del progetto di Claudia. 

 

Il racconto poetico della giornata è stato successivamente sintetizzato da Elisa Biagini in questa poesia:

 

La lingua riposa in se stessa:

osserva la terra e le sue ossa.

Si morde per allungare il silenzio,

per ascoltare il brucare del mondo.

Un piede avanti all’altro

parole tra erba e peli.

Guardiamo dall’angolo più scomodo,

nel palmo una scheggia di respiro.

Metto all’orecchio quanto ho raccolto:

la roccia e il suono del suo farsi.

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