Un trauma inimmaginabile

“Unimaginable trauma” è l’espressione in un articolo in prima pagina del New York Times (16/03/ 2018) che descrive la condizione psichica di 1200 donne yazide provenienti dall’Iraq e rifugiate in Canada, in seguito a quello che hanno vissuto – anche se, “vissuto” non è una parola adeguata per quello che hanno subito dopo essere cadute nelle mani – e nemmeno erano mani – dello “Stato Islamico”. Se manca la possibilità di immaginare, mancano le parole. Nel 2014 le testate dicevano: “Dopo la conquista del territorio popolato dagli yazidi, una minoranza religiosa preislamica nel Nord Iracheno, i maschi venivano uccisi, le donne e le bambine vendute come schiave…”. Intervistata dal settimanale Die Zeit nel 2016 una rappresentante delle donne yazide presso l’Onu aveva chiesto ai giornalisti: “Per favore, non chiamateci schiave del sesso”. 

 

Non riusciamo quasi a pensare che questi uomini uccisi sulle piazze dei paesi erano i loro mariti, figli maschi, fratelli, cugini, zii, nonni e che queste donne violentate pubblicamente, deportate e rivendute più volte erano spesso bambine. Forse ogni immaginazione, anche la più insolita, audace o perversa nasce da una matrice psichica universale e archetipica. Questa matrice deve avere un confine, una delimitazione entro la quale il male – che un essere umano infligge a un altro – può essere ancora immaginato. Se questo limite viene spezzato, si spezza anche la psiche: l’individuo smette di sentire, di percepire e spesso anche di parlare. L’unità psicofisica collassa. Quando sono invitate a raccontare, alcune donne yazide iniziano a parlare. Ma presto rovesciano gli occhi e perdono coscienza. In altre occasioni il loro corpo si torce in convulsioni durante le quali si mordono braccia e mani. I tentativi di suicidio sono frequentissimi. In nessun luogo, in nessuna situazione e in presenza di nessuno queste donne si sentono protette. Il click di un interruttore della luce ricorda loro il click della sicura di un’arma. I persecutori sono ovunque, fuori e dentro, di giorno nei flashback, di notte negli incubi. Quando è accaduta la tragedia il tempo è precipitato, il passato è diventato eterno presente, il futuro è scomparso. La catastrofe non può essere raccontata, perché per poterlo fare ci vorrebbe una coscienza che abbia un minimo di distanza dall’accaduto. L’elaborazione del lutto per la perdita di tutti i familiari, di tutta la comunità, dei luoghi, dei rituali, della cultura, delle abitudini non ha potuto neppure iniziare.

 

Le organizzazioni che si occupano della cura dei rifugiati yazidi fronteggiano ostacoli, finora sconosciuti. In Canada sono stati accolti 1,200 profughi yazidi, in Germania nell’anno 2015 si è potuta concludere un’operazione segreta guidata dallo psichiatra curdo Jan Kizilhan: 2000 donne e bambini, fuggiti dalla prigionia dello Stato Islamico sono stati trasportati, tramite un ponte aereo, nel Baden Würtemberg; il governo tedesco aveva garantito loro l’accoglienza e la residenza. Le donne yazide in Germania non hanno accettato le terapie psicologiche che sono state loro proposte. Gli specialisti si sono trovati impreparati di fronte alla gravità e alla complessità dei disturbi. Nel caso delle donne yazide la definizione di stress postraumatico non è sufficiente. Sono necessarie nuove definizioni e nuovi approcci terapeutici. Secondo la psichiatria, il trauma psichico è un evento che ha sottratto al soggetto l’innata capacità di elaborare esperienze avverse tramite processi di lutto e risignificazione simbolica: di conseguenza la psiche si paralizza. Questo blocco protegge il sistema psicofisico dall’essere ferito ulteriormente, ma rende impossibili nuove esperienze emotive. Il bisogno di concetti clinici inediti potrebbe ricordare le discussioni tra S. Freud e i pionieri della psicanalisi trovatisi, negli ultimi anni della Prima Guerra Mondiale, di fronte alla richiesta dei capi dell’esercito di rimettere in forma e restituire alle trincee i soldati psichicamente devastati. La novità della Prima guerra mondiale era costituita non solo dall’uso di nuove armi e nuovi materiali bellici, ma dal cinico utilizzo di “materiale umano”. Milioni di soldati furono costretti a uscire dalle trincee non per combattere, ma semplicemente per essere uccisi. Anche nelle atrocità dello Stato Islamico contro la popolazione yazida c’è qualcosa di inedito. Per comprenderlo, però, stavolta è necessario uno studio di culture e religioni extraeuropee. 

 

Gli yazidi – una minoranza etnica curda che popolava le zone montagnose del Caucaso (Armenia e Georgia) della Turchia, Syria e dell’Iraq –, sono stati discriminati da secoli per un doppio motivo, per la appartenenza etnica e per la loro religione: un monoteismo con dei tratti animistici che gli stessi yazidi considerano la religione più antica del mondo. Tra questa religione e l’Islam c’è un equivoco mitologico profondamente tragico: la divinità suprema Tausi Melek, l’Angelo-Pavone, è per l’Islam l’incarnazione del male, uno degli angeli caduti che avevano disobbedito a Dio. 

 

Taussi Melek, l’angelo pavone, la divinità suprema dei yazidi.


Per i musulmani – e questo vale naturalmente anche per i musulmani curdi – gli yazidi non sono dei non-credenti da convertire: sono dei veri e propri adoratori di Satana. Numerosi esempi nell’iconografia yazida rafforzano questo equivoco: per questa cultura il serpente nero è un animale sacro, per l’Islam – come anche per la religione Cristiana – il serpente rappresenta il peccato e le pulsioni da reprimere. Il “libro sacro nero”, Meshafa Resh è andato perso, e per l’Islam una religione senza un libro sacro è una religione senza Dio. I digiuni degli yazidi sono molto simili a quelli islamici, ma durano solo tre giorni, così i primi dovevano nascondersi quando mangiavano durante il Ramadam che invece dura per trenta giorni. Gli yazidi sono un popolo che non ha mai avuto mire espansionistiche, con un significativo legame con la natura e caratterizzato da un forte rispetto per gli animali. I quattro elementi – acqua, fuoco, terra, aria – sono sacri. Molte delle loro rappresentazioni simboliche fanno pensare a delle origini arcaiche e animistiche. Sembra che sia stata proprio questa ricchezza di immagini – assente nell’Islam – ad aver evocato nei secoli interpretazioni paranoiche causate da angosce arcaiche, sfociate in persecuzioni. Nella sua storiografia questa minoranza conta 72 tentativi di genocidio da parte delle popolazioni di religione Islamica. 

 

Negli anni ‘70 c’è stata una forte emigrazione degli yazidi dalla Turchia – dove sono rimasti in poche centinaia – verso la Germania, dove oggi ne vivono circa 80.000. Gli yazidi, sparsi nell’ Iraq, che nel 2013 erano circa un milione, si sono gradualmente ritirati nel Nord, dove si trovano i loro luoghi sacri. Nel centro di pellegrinaggio Lalish, vicino alla città di Duhok, che dista due ore di macchina dal confine turco, si trova la tomba del grande riformatore Sheikh Adis

Questo ritiro degli yazidi ha comportato il loro isolamento sociale, culturale ed economico, mantenendone d’altra parte intatta la religione, le tradizioni, i riti e le cerimonie, oltre alla rigida divisione sociale in tre caste. 

 

Tutto questo potrebbe aiutare a riflettere sui fatti accaduti nel 2015. Le atrocità che donne e bambine yazide hanno subito da parte dello Stato Islamico si differenziano da quello che accade in tutte le guerre. Le donne in questo caso non rappresentavano solo il bottino di guerra conquistato dai vincitori. Qui si è mescolata una furia “religiosa” secolare con una psicopatia postmoderna di tipo sadico. Ragazzi sradicati ed eccitati da una propaganda che li incitava a trovare un capro espiatorio hanno seguito la legge del più forte e del più crudele. Non si sentivano solo autorizzati, ma esplicitamente chiamati a estirpare il demonio e in più – su un piano individuale e inconscio – potevano vendicarsi del fatto che questa popolazione esercitava una forte attrazione su di loro. Nel loro aspetto le donne yazide non assomigliano alla popolazione araba, hanno infatti spesso occhi verdi, capelli e pelli chiare e una statura longilinea: per molti islamici un ideale assoluto di bellezza femminile. Proprio in quanto eccezionalmente attraenti dovevano essere possedute con violenza e successivamente annientate. Un livello di attrazione inconscia e collettiva potrebbe riguardare più generalmente la cultura e religione yazida che in molti aspetti compensa quella islamica: l’immagine divina può essere rappresentata, la religione non è espansiva e favorisce lo scambio simbolico con la natura e con il corpo.

Molto probabilmente è stato questo sadismo collettivo – chiamato in causa per annientare un intero sistema religioso considerato demoniaco – che ha reso la condizione postraumatica delle donne yazide così resistente alle terapie psicologiche. 

 

Un progetto di gioco simbolico per i bambini yazidi. 

Nella cultura yazida – come in tutte le culture pacifiche – c’è una particolare attenzione per i bambini e per la loro educazione spirituale. Fin dalla prima infanzia i bambini hanno sentito racconti di persecuzioni, ingiustizie e umiliazioni nei confronti del loro popolo, ma queste narrazioni passate da una generazione all’altra erano sempre epicamente ed esteticamente elaborate, gli eventi avversi sono stati psicologicamente “digeriti”. Così nei racconti non trapelano tratti vittimistici e non ci sono fantasie di riscatto (come invece era tipico per le tribù degli indiani nordamericani dopo essere stati confinati nelle Riserve). I racconti evocano la dignità di un popolo spiritualmente forte e l’orgoglio di essere sopravvissuti a tante avversità senza tradire le proprie tradizioni. I bambini yazidi sono vivaci e curiosi come tutti quelli che hanno la fortuna di crescere in un contesto di consapevolezza storica, di scambio rispettoso con la natura e di forti legami affettivi fra le diverse generazioni. 

 

La prima bambina yazida che ho incontrato aveva sei anni ed era stata prigioniera dello Stato Islamico con la madre e due sorelle. Partecipava a un progetto espressivo-terapeutico per bambini rifugiati in Germania, che ho iniziato nel 2016 insieme ad alcune colleghe. Questo primo gruppo di bambini era multietnico. Vi partecipavano due bambini senegalesi, due kosovari, tre iracheni, tre afghani e un bambino “curdo” il quale non pronunciava parola perché – come venimmo a scoprire – aveva ricevuto dai genitori il divieto di parlare per non lasciar trapelare il fatto che la famiglia in realtà era turca e non curda e perciò non avrebbe avuto diritto all’asilo politico. La bambina yazida era piccolina, magrissima e silenziosa. Sembrava sparire nel mucchio di ragazzini chiassosi che aspettavano l’inizio della sessione di gioco della sabbia. Le sessioni si svolgono in silenzio e favoriscono l’espressione libera e non verbale. Proprio questo ha fatto sì che la bambina si trovasse presto a proprio agio: nessuno la correggeva o cercava di insegnarle qualcosa, poteva concentrarsi pienamente sul gioco. Il suo posto era sempre assicurato e protetto dal suo facilitatore che la aspettava settimana dopo settimana seduto vicino alla sabbiera. Il fatto che proprio a questa bambina fosse capitato uno dei due facilitatori maschi del team di dodici adulti non sembrava creare nessun problema.

 

 

Dopo tre mesi era meno timida, gli insegnanti notavano un miglioramento di motivazione e concentrazione a scuola e gli incubi notturni erano spariti. 

Incoraggiati da questo risultato decidemmo di portare il progetto all’interno di un centro di accoglienza per sole donne e bambini yazidi. I centri di accoglienza per rifugiati di questa particolare minoranza religiosa sono segreti e protetti dalle forze pubbliche con accorgimenti speciali. Come prima cosa era necessario riflettere su come adattare il nostro strumento terapeutico a una cultura a noi sconosciuta. Già nello svolgersi della vita quotidiana nell’edificio dove erano alloggiate le donne e i bambini – un convento sconsacrato – avevamo notato che per loro non esisteva il concetto che noi chiamiamo privacy. (Per una cultura così riservata come quella tedesca il rispetto per lo spazio privato era ulteriormente importante.) Le singole stanze, che erano state assegnate ai nuclei famigliari, venivano usate da tutto il gruppo e anche tenute in perfetto ordine da tutti. Le porte rimanevano aperte. Il personale amministrativo aveva difficoltà a insegnare l’abitudine di bussare di fronte a una porta chiusa. Era altrettanto difficile spiegare che non era concesso entrare in segreteria in qualsiasi orario e semplicemente rimanervi seduti e bere il tè. Ma il personale tedesco era disposto non solo a insegnare, ma anche a imparare dalla loro cultura. I progetti iniziano sempre con una riunione con i genitori. Per il nostro primo incontro era stata messa a disposizione un’aula con file di sedie e una cattedra. Il gruppo di donne yazide e noi tre psicoterapeute entrammo insieme in quest’aula. Senza aver ricercato il nostro consenso le donne avevano già iniziato a spostare le sedie in un unico movimento sincronico e in un attimo le sedie avevano formato un grande cerchio. Senza parole ci avevano inclusi nelle loro abitudini e ci avevano invitati nella loro vita comunitaria. 

 

Anche l’educazione dei bambini yazidi è affidata alla comunità, così gli ottanta bambini che vivevano nel centro di accoglienza erano in un certo senso figli di tutte e questo costituiva un enorme vantaggio. Le madri con gravissimi sintomi psichici, e che non erano in grado di rispecchiare con gioia i progressi dei loro figli, venivano sostituite in maniera naturale da donne che stavano un po’ meglio e riuscivano a mostrare interesse per questa nuova vita dei bambini in Germania. La Germania, paese che li aveva accolti, era per loro piena di fascino e di avventure. Lo vedevamo nelle rappresentazioni durante il gioco della sabbia: le bandiere tedesche, le casette di legno con la neve, i babbi Natale venivano collocati in continua comunicazione con degli oggetti che potevano rappresentare la loro origine: il fuoco, l’acqua, gli animali, le cerimonie, gli amuleti, le piume colorate, le pietre preziose. Dopo solo due anni la maggior parte dei bambini aveva imparato il tedesco e frequentava le classi della scuola elementare corrispondenti alla loro età. Era evidente che le loro vite e quelle delle madri erano iniziate a divaricarsi in maniera drastica. Questo capita a tutti i migranti, gli yazidi rischiano però un divario doppio e triplo: i bambini sentiranno un bisogno istintivo e sano di lasciarsi al più presto alle spalle la tragedia, una tragedia che le madri non hanno ancora potuto elaborare. Così potrebbero desiderare di allontanarsi anche da tutta la loro cultura, dalle usanze, i riti e la religione, perché tutti questi elementi del loro patrimonio culturale rischiano di rimanere associati alla tragedia. Sarà psicologicamente quindi importante fare in modo che i bambini yazidi rimangano in contatto con le parti vitali della loro cultura e che i processi di adattamento alla società ospitante non siano troppo veloci né troppo completi. 

 

Il gioco simbolico che proponiamo nei progetti terapeutici evoca proprio questo: le immagini che abbiamo visto emergere nelle sabbiere rappresentano da una parte le atrocità viste o subite, mentre dall’altra permettono che si sprigioni la ricchezza immaginativa della loro cultura millenaria. La concezione junghiana dell’autoregolazione psichica tramite la formazione di immagini simboliche si rivela corretta: nell’arco di pochi mesi i bambini trovano resilienza e forza tramite le proprie rappresentazioni creative. 

Un bambino di nove anni, che era stato prigioniero dello Stato Islamico insieme alla madre e a tre fratelli più piccoli per due anni – mentre due fratelli più grandi erano stati uccisi – era arrivato alla sesta delle dodici sessioni previste dal sandwork espressivo. Come è tipico per bambini in forte stato di angoscia, aveva giocato in ogni sessione solo per dieci minuti. La sua facilitatrice aveva l’impressione che in quei pochi minuti si fossero riattivati già troppi dei suoi vissuti traumatici: scene di guerra e di uccisioni si alternavano con scene di inseguimenti e fughe. Assistere come testimone silenzioso – questo è il ruolo dei facilitatori nel gruppo – le era stato difficile: usciva turbata da ogni seduta. Quello che avvenne dopo, non è nuovo per chi conosce questi progetti. Nella settimana seguente alla sesta seduta il bambino, che era sempre serio, rispettoso e silenzioso, si era trovato in una situazione spiacevole durante una lezione a scuola: non aveva saputo rispondere a una domanda dell’insegnante. Scoppiò a piangere e gridò: “Perché sono così scemo? Perché non so mai le cose?

 

È perché ho visto tutte le cose schifose che ha fatto l’ISIS?” Per la prima volta questo bambino aveva potuto esprimere una sua preoccupazione che aveva tenuto nascosta durante i mesi precedenti. In seguito trovò supporto affettivo in classe, sia da parte dell’insegnante sia da parte dei compagni. Era l’inizio di una vera e propria elaborazione del suo passato. In un certo senso la sua “scelta” inconscia di aprirsi proprio in classe – non con la madre, e nemmeno durante la seduta di gioco – può essere interpretata come un segno di stabilità psichica e di capacità di resilienza: la scuola era un luogo incontaminato, sicuro, continuativo e rivolto al futuro. Probabilmente sarà il luogo dove si giocherà il suo destino.

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