Una tregua oggi

Sono trascorsi dieci anni da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta. Dieci anni sono pochi nella vita di una nazione, moltissimi nella vita di un uomo. Eppure tutto sembra cambiato negli stati europei che avevo attraversato allora insieme a Davide Ferrario, alla troupe del film, agli interpreti e agli amici che ci raggiungevano di tappa in tappa. Scrivo nei giorni dell’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, che si annuncia come un terremoto geopolitico, non solo per i muri che dice di voler costruire, ma anche per il destino delle nazioni che si trovano tra le Alpi e gli Urali. Niente sarà più come prima.

Ci ripetiamo questa frase dal 2001, dalla caduta delle Torri gemelle a New York, e ce la dobbiamo ridire ora. In Russia domina incontrastato Putin, autocrate e nuovo zar dell’ex impero sovietico; l’Ucraina, attraversata da noi nella stagione del post-comunismo, è un paese che ha conosciuto la guerra sui suoi confini, una guerra terribile con la Russia condotta attraverso milizie paramilitari; di oggi è poi la notizia che in Bulgaria e Moldavia sono stati eletti presidenti filorussi. Tutto cambierà ancora e in fretta.

La tregua, la fragile tregua stabilita dalla doppia presidenza Obama, è finita. Cosa succederà? Di sicuro l’Europa non sarà più la stessa. Se potessi mettermi in viaggio oggi, troverei l’Est diverso da come l’abbiamo visto dieci anni fa. Forse le rovine saranno ancora lì, detriti e deiezioni, perché settanta anni di comunismo e dominio sovietico non si cancellano in un decennio, o poco più, ma

tutto il resto credo sia mutato.

 

 

L’idea del viaggio, com’è raccontato nel libro, era nata da un desiderio di verificare se eravamo davvero in un periodo di sospensione tra la guerra fredda – la caduta del Muro – e la nuova guerra aperta dal terrorismo islamico – le Torri gemelle. Volevamo esplorare quei paesi attraversati da Primo Levi e raccontati nel suo secondo libro. Il film che Davide ha firmato è lì a testimoniarlo. Lo sguardo di Levi, ricavato dalle pagine della Tregua, ci aveva fornito una chiave di lettura molto efficace con cui confrontarci. Uno sguardo sempre diagonale, che inquadrava cose e persone con perspicacia davvero straordinaria, e ci restituiva il tutto con la sua prosa così secca e semplice, e insieme ricchissima. Non è un caso che lo torni a dire, il suo libro è ancora qui a testimoniarlo. In questo, niente è cambiato rispetto alla sua attualità, che non è solo quella storica o politica, ma anche antropologica, e persino etologica. Levi resta un punto di riferimento anche in questa fase di cambiamento e di transizione verso qualcosa che ancora non sappiamo.

 

Nella conclusione del libro avevo scelto di accompagnare a casa Primo Levi, di riportarlo alla sua abitazione torinese. Una forma di congedo immaginifica, e a suo modo simbolica. Come a dire: il tempo insieme è terminato.

Congediamoci. Non è stato così. In questi dieci anni ho completato un libro assai voluminoso, Primo Levi di fronte e di profilo, uscito nel 2015, che raccoglie gran parte di quello che ho scritto e che è il compagno di questo che avete ora in mano. Un libro che è anche un’enciclopedia portatile sull’opera e anche sulla vita di Primo Levi. E poi dopo quel lavoro sono venute ancora le note alla nuova edizione delle opere di Levi, Opere complete (Einaudi, 2016), e a seguire anche un

volume di interviste, a cui ancora lavoro.

Levi rimane una presenza costante nella mia vita e nel mio lavoro intellettuale. Questo libro, la sua nuova edizione, lo ribadiscono. Levi ha ancora molto da dire sulla nostra vita e ora anche sugli eventi che credo andremo a vivere nel prossimo decennio.

 

Ph Kenro Izu. 

 

La tregua si apre con una nota terribile, dentro il Lager e si chiude così, con quel comando che echeggia nelle baracche del Campo al mattino. Niente sarà più come prima, dovremmo ora dirlo non solo rispetto alla caduta del Muro di Berlino, rispetto all’abbattimento delle Twin Towers, rispetto alla vittoria di Trump, ma a partire dai campi di sterminio nazisti; in forma variata lo sterminio sistematico ha segnato anche la seconda metà del Ventesimo secolo, il secolo cosiddetto breve, dalla ex Jugoslavia al Ruanda.

Rileggendo le pagine della Prova mi sono reso conto quanto siano legati i due libri su Levi – questo e Primo Levi di fronte e di profilo – e un altro che ho scritto nel frattempo, intitolato L’età dell’estremismo, che include un altro piccolo libro edito in precedenza da Einaudi, Crolli, l’antefatto del viaggio all’Est qui narrato. Ragionano tutti e tre intorno al medesimo nodo scoperto, che è quello del terrore, della violenza, della follia umana. Lo fanno in modo differente e da prospettive diverse, perché non uguali sono i tagli dei tre libri, la loro forma, e soprattutto i loro stili.

 

Questo che avete in mano ora è un racconto e come tale si sviluppa; ma a loro modo lo sono anche gli altri due: la letteratura come luogo in cui indagare il mondo, metterlo alla prova e saggiare anche se stessi. Avrei molte cose da dire, da aggiungere, ma non è questo il luogo per farlo. Solo un’ultima cosa prima di chiudere la postfazione: per me Primo Levi è diventato come il personaggio

di quel racconto di Conrad, autore caro allo scrittore torinese, Il compagno segreto, l’ignoto, il clandestino, che sta nascosto nella stiva della nave. È ancora con me e ci resterà per altro tempo.

 

Postfazione a M. Belpoliti, La prova, Guanda, Milano 2017.

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