Ungaretti. La parola che scaturisce dal nulla

Cento anni fa, giusto in questi giorni, venivano recapitate a sceltissimi destinatari le poche decine di copie della prima raccolta poetica di Giuseppe Ungaretti, stampata a Udine nel dicembre 1916. Almeno per quanto riguarda gli anniversari letterari, l’anno appena trascorso è stato generoso: il quinto centenario sia della pubblicazione del Furioso, sia del libro di Tommaso Moro che di lì a poco si sarebbe chiamato Utopia; il quarto centenario della scomparsa di autori del calibro di Cervantes e Shakespeare; il primo della pubblicazione di A Portrait of the Artist as a Young Man di James Joyce e, come s’è detto, dell’ungarettiano Porto sepolto

 

Nel firmamento della poesia italiana novecentesca la stella di Ungaretti brilla meno fulgida di qualche decennio fa, ma la novità di quel libro fu davvero dirompente. Il porto sepolto appartiene alla esigua schiera delle opere che segnano uno spartiacque, distinguendo un prima da un poi. Provate a leggere – che so – la prima strofa dell’Amica di Nonna Speranza, e poi un componimento a caso, ad apertura di pagina, di quel primo Ungaretti. Due universi separati. La poesia di Gozzano sorge all’interno di un mondo linguisticamente e culturalmente saturo: ci sono luoghi e personaggi storici, nomi di scrittori e di artisti, parole altrui (la dedica della vecchia fotografia, la scritta su un souvenir di viaggio), parole d’uso quotidiano, lessico culto (il dantesco immilla), neologismi della modernità (i dagherottipi). Nel Porto, al contrario, si ha l’impressione di ripartire da zero. La parola sembra scaturire dal nulla. Prima, c’è il vuoto: un silenzio profondo, vertiginoso, non sai se primordiale o apocalittico. Le parole emergono lentamente, faticosamente, quasi riesumate dopo una catastrofe, disseppellite dal fondo del mare. Proferite con un’intensità senza precedenti: riscoperte, reinventate, pesate una ad una, sillaba dopo sillaba.

 

 

A un secolo di distanza questa operazione sembra scontata; ma allora non lo era. Certo, era un’operazione che si poteva fare una volta sola. E infatti Ungaretti, nelle prove seguenti, tentò altre strade, con esiti non di rado altissimi. Eppure nulla eguaglia la suggestione di quella sua prima, folgorante invenzione lirica, che ha cambiato una volta per tutte il corso della poesia italiana, segnando la stessa storia della nostra lingua. Ecco un aspetto che vale la pena di sottolineare, a cent’anni di distanza: quell’evento cruciale per la poesia e la lingua italiana si è verificato in una regione periferica, di confine, dove certo si parlava italiano ma si parlava (e si parla) anche friulano, dove era (è) ben attestata la presenza di dialetti veneti, dello sloveno: e si è verificato ad opera di uno scrittore che era bensì di origine toscana (lucchese), ma era nato e cresciuto ad Alessandria d’Egitto, aveva studiato in una scuola svizzera, aveva lasciato l’Africa per andare in Francia, si era laureato e sposato a Parigi, ed era tornato in Italia solo per la guerra. 

 

Ungaretti, poeta di guerra. Come negarlo? Il porto sepolto parla di guerra, è intriso di guerra: e più ancora di quanto non appaia, se è vero che il testo-chiave della raccolta, I fiumi – per usare le parole dell’autore, l’improvvisa «scoperta di sé» – coincide con uno dei pochi successi militari di quella stagione, la conquista delle Cime Tre e Quattro del Monte San Michele ad opera della Brigata Brescia, di cui faceva parte il 19° Reggimento di fanteria. Una singola, circoscritta, temporanea conquista territoriale di uno dei reparti della III Armata: costata però, nell’arco di circa dodici mesi, un numero di vittime superiore a quello di tutte le guerre risorgimentali, dal 1848 al 1870.  

 

E qui si apre una questione che non possiamo eludere. In questa poesia c’è la guerra, ma non la storia. La storia è la grande assente della poesia di Ungaretti (né le cose cambieranno nelle raccolte successive, intente a dialogare con il mito). E infatti, ad onta delle aspirazioni o delle velleità del poeta, la guerra del Porto sepolto non fu per nulla rappresentativa delle condizioni dei combattenti. Per la quasi totalità dei soldati le trincee della Grande Guerra rappresentarono un’esperienza alienante, lacerante, traumatica, per più riguardi affine a quella dei deportati nei Lager di trent’anni dopo. A Ungaretti invece la trincea offrì l’occasione di ricostruire un’identità: di trovarsi, di «riconoscersi» (parola tematica dei Fiumi), di riscoprire le proprie radici e di ricongiungersi con la madrepatria. Un’esperienza eccezionale, anomala, assolutamente non generalizzabile. Unica, ma perciò esclusiva.

 

Di conseguenza, per quanto sincera e autentica potesse essere per genesi e natura, la poesia di Ungaretti  era indifesa di fronte al rischio della strumentalizzazione retorica. I «versicoli» del Porto sepolto – poi ampliato in Allegria di naufragi, quindi, definitivamente, L’allegria – si prestavano al medesimo uso cui vennero adibiti i memoriali della Grande Guerra, i parchi e le vie delle rimembranze, i sacrari: una giustificazione a posteriori, in chiave patriottico-celebrativa, dell’assurda tragedia che aveva devastato l’Europa, distruggendo i ponti (come avrebbe scritto Stefan Zweig) fra il nostro oggi e i nostri ieri. Con quali inconvenienti e quali danni, in sede di insegnamento scolastico della storia letteraria, della storia tout court, e del valore e  senso della poesia, non è questa la sede per discuterlo. Ma certo, se Ungaretti continua a esserci caro è perché, a ben vedere, i conti non gli sono tornati mai del tutto, né allora, né dopo. Perché – come disse Franco Fortini – la sua opera non riuscì mai a diventare davvero la «vita d’un uomo». Per questo il mito personale del nomade, del naufrago, dell’uomo pronto a tutte le partenze, funziona solo se di Ungaretti si tiene ben fermo quel tanto di provvisorio e sperimentale, di non risolto, che pervade tutta la sua vicenda poetica: l’inseguimento di un traguardo destinato sempre a sfuggire, l’attesa di un bagliore che non arriva, e se arriva è anche un lampo che acceca, come il sole del deserto.

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