Viaggio nell'Italia di oggi

Poche nazioni come l’Italia sono segnate dalla grande varietà dei suoi luoghi e delle sue città. Una varietà che da sempre è all’origine della sua forza e della sua bellezza, ma anche delle sue difficoltà di governo. Le realtà, così come le rappresentazioni, dei luoghi dell’Italia sono assai persistenti: molte analisi del presente finiscono per richiamare l’annessione di Padova alla Serenissima nel 1405, la ricostruzione di Ragusa e dell’Aquila dopo i terremoti del 1693 e del 1703, l’editto sul porto franco di Trieste del 1719. Appare l’ambivalenza del tempo lungo. Ci ricorda la forza del nostro Paese; le radici profonde di risorse e capacità; la resilienza a mutamenti strutturali. Non è un fenomeno solo italiano: è straordinario come siano riemerse all’inizio del XXI secolo le differenze che caratterizzavano i luoghi dell’Europa centro-orientale all’inizio del XX, come se due guerre e quarant’anni di comunismo fossero stati piccoli accidenti di percorso nella «lunga durata». Ma, se è simile l’importanza dei retaggi storici, da noi mancano le grandi trasformazioni che stanno segnando oggi l’Europa orientale. In Italia è più forte il rischio di vivere troppo nel passato, con lo sguardo forse nostalgicamente rivolto a quel che fu e non a quello che diviene o che può essere. Leggiamo ancora oggi, a La Spezia come in Sardegna, di dinamiche che hanno origine già dalla fine del miracolo economico negli anni Settanta; come è stato detto di Genova, «l’ombra del Novecento vive ancora qui». Corriamo il rischio di non trovare nuove narrazioni del presente e del futuro; di finire, come forse sta avvenendo soprattutto a Venezia, «prigionieri della storia»; di essere come l’Italia degli anni Cinquanta raccontata da Guido Piovene, «un Paese oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capire con chiarezza il perché».

 

Nei nostri racconti, i cambiamenti di questo scorcio del XXI secolo sembrano relativamente limitati. Eppure ci sono, in parte conseguenze della gravissima crisi economica dell’ultimo decennio, la peggiore della storia unitaria. Vi sono dinamiche all’interno delle grandi aree territoriali. Al Nord sono forti i processi di gerarchizzazione a vantaggio di Milano. In non poche delle terre del Centro Italia è evidente la preoccupazione di perdere quella combinazione fra benessere privato e coesione sociale frutto del secondo Novecento: affiorano vicende di difficoltà profonde, come quelle di Siena, mutazioni strutturali come quelle di Prato, lo «scivolamento verso il basso» delle Marche. Colpisce il declino di Roma. Si approfondiscono, in un quadro d’insieme negativo, grandi differenze all’interno del Mezzogiorno, leggibili percorrendo i pochi chilometri che separano Salerno da Casal di Principe, Ragusa da Gela. Spiccano le straordinarie difficoltà di Taranto.

Nell’insieme, due sembrano i temi che maggiormente connotano le realtà e le dinamiche di molti luoghi dell’Italia. Da un lato, la demografia: sono le variazioni della popolazione, già registrate o prevedibili, a influenzare significativamente realtà e prospettive di molti luoghi italiani, nel bene e nel male. Dall’altro il rafforzarsi o il venir meno di istituzioni, pubbliche o private, con un raggio d’azione sovralocale, capaci di essere nodi di flussi interregionali e internazionali di idee, capitali, beni e servizi e soprattutto di giovani qualificati.

 

Su queste dinamiche riescono a incidere molto poco visioni e azioni strategiche esplicite, tanto a livello locale quanto a livello nazionale. La speranza, alimentata da non poche interessanti esperienze, è che iniziative locali, spontanee, riescano a influenzare positivamente questi cambiamenti; il timore è che esse siano insufficienti in un quadro di straordinaria debolezza della politica e delle politiche; che in molti luoghi si miri più a sfruttare rendite di posizione (per chi le ha) che non a mettere in moto gli investimenti, materiali e immateriali, che sono necessari.

 

I più forti cambiamenti di questo scorcio di secolo sono, ovunque, nelle dinamiche demografiche. L’arrivo di 5 milioni di stranieri in un lasso di tempo breve, contemporaneo al calo della natalità e all’aumento della vita media e quindi all’invecchiamento della popolazione. La presenza di tanti immigrati è ormai una caratteristica strutturale, nuova, dell’Italia; ma le differenze fra luogo e luogo sono profonde. La presenza degli stranieri è molto maggiore al Nord rispetto che al Sud; ha una valenza decisiva in città e territori dove arriva a sfiorare ormai il 20% della popolazione. Quali conseguenze ne stanno derivando?

Nei luoghi in cui è maggiore l’afflusso di immigrati, i nostri racconti segnalano con chiarezza che quel che conta è l’integrazione socio-economica e quindi culturale, che scaturisce dalla disponibilità di lavoro e dalla capacità di presa in carico della rete dei servizi, dalla scuola alle strutture socio-sanitarie e assistenziali. Da molti luoghi vengono segnali positivi: città che divengono più articolate; famiglie e imprese che traggono vantaggio da una nuova offerta di lavoro, spesso a costi assai contenuti; l’accresciuta domanda espressa da una maggiore popolazione che mantiene toniche le economie locali. In non pochi casi, come a Bergamo, «la ricchezza accumulata negli anni precedenti funge da ammortizzatore sociale». Non mancano problemi, naturalmente, in un processo così ampio e rapido. Tensioni latenti o palesi, conflitti fra le frange più deboli o chiuse della società (aizzate da imprenditori politici della paura) e gli immigrati, fra gli ultimi e i penultimi, esemplificate dalle vicende di via Anelli a Padova. Preoccupazioni per la tenuta del buon livello dei servizi, anche per la penuria complessiva di risorse degli enti locali, come a Pistoia.

 

Dalla presenza degli immigrati scaturiscono però anche interrogativi. Ad esempio sulle tendenze di molte attività economiche, nelle quali la disponibilità di nuova, ampia, forza lavoro a costi contenuti può forse suggerire strategie imprenditoriali più basate sui prezzi che sull’innovazione; specie alla luce del livello estremamente basso degli investimenti privati in Italia, ormai da molti anni. Interrogativi sugli scenari futuri. Sulle relazioni fra «una popolazione che invecchia e fa sempre meno figli» e «un’immigrazione che guadagna rapidamente posizioni e che presto potrebbe essere maggioranza», come a Modena; con una possibile anticipazione nelle vicende di Prato, dove ormai l’imprenditoria cinese copre l’80% della produzione di abbigliamento, con una mutazione radicale – che non si ritrova in altri luoghi – delle caratteristiche del distretto industriale. Sulle dinamiche della popolazione di città come Milano, in cui già oggi un sesto degli abitanti ha più di 75 anni e un quarto vive da solo.

 

Il modesto apporto dell’immigrazione, insieme al diminuire della popolazione indigena, è invece la cifra di altri luoghi italiani. Emergono i problemi di tante aree interne, dalla Val Borbera all’Umbria, alle Madonie, nelle quali i cinque milioni di italiani «a guardia di un terzo del nostro territorio» sono nel pieno di un circolo vizioso nel quale il contrarsi della popolazione rende ancora più sottile la presenza di servizi fondamentali di istruzione, salute, mobilità, rafforzando l’emigrazione. A Bovino, già capoluogo di sottoprefettura nel Foggiano, si è passati negli ultimi sessant’anni da 9.500 a 3.500 abitanti; la Basilicata ha perso un ventesimo della sua popolazione dall’inizio del secolo. Fenomeni più forti al Sud ma ben presenti anche al Centro Nord, specie lungo la fascia appenninica, che mettono a rischio gli equilibri complessivi del Paese, la sua capacità di manutenere e valorizzare risorse fondamentali, naturalistiche così come culturali, dei suoi luoghi più interni. Invecchiamento, spopolamento e abbandono assai difficili da contrastare.

 

Ma le dinamiche demografiche negative segnano profondamente anche i centri urbani più deboli del Paese, prevalentemente al Sud. Luoghi caratterizzati in passato dalla prevalenza dell’attività edile e di intermediazione commerciale, con l’invecchiamento e la riduzione della popolazione vedono prosciugarsi le tradizionali attività lavorative. L’edilizia langue, non solo per i colpi fortissimi della crisi ma per dinamiche ormai strutturali; e così il commercio al dettaglio. Lì paiono ormai arrivate al culmine le attività edilizie per la realizzazione di centri commerciali all’esterno delle cinte urbane: hanno dato per un periodo un po’ di nuova linfa alle costruzioni, ma hanno contribuito all’impoverimento del commercio. Con il contrarsi della popolazione calano il gettito fiscale e la capacità di finanziare i servizi pubblici, specie in un quadro nazionale di trasferimenti fortemente decrescenti; diminuisce la domanda di servizi privati e di spazi abitativi (in un Paese dove già una casa su cinque non è occupata, ma una su tre nei piccoli comuni della provincia di Terni o in Calabria); decrescono i valori immobiliari, con un effetto-ricchezza negativo specie per i piccoli proprietari. Meno bambini e dunque meno insegnanti, meno scuole, meno ospedali, meno negozi, meno abitazioni. A ciò si somma la riduzione di presenze che per decenni hanno segnato la vita dei capoluoghi di provincia e animato le loro economie, dalle Camere di Commercio alle sedi di istituzioni nazionali, agli stessi organi amministrativi delle oramai defunte Province. Con grande preoccupazione ci si interroga sul futuro di realtà come Cosenza o Catanzaro: che succede, con il passar dei lustri, a città e paesi nei quali la popolazione diminuisce? È difficile attendersi flussi dall’esterno che li rivitalizzino. Anche alla luce di una delle grandi tendenze che permeano l’economia contemporanea in Italia e in Europa: gli investimenti «Nord-Sud», da luoghi densi e ricchi e per questo con costi più elevati verso luoghi a minor costo di produzione, ormai non sono più ristretti dalle dimensioni nazionali, ma fluiscono liberamente verso destinazioni anche lontane. Le organizzazioni produttive si strutturano su catene del valore globali, delle quali decrescenti costi di trasporto e possibilità di interazione a distanza consentono controllo ed economicità. In altri termini: per le aree deboli nazionali l’attrazione di investimenti da quelle forti è sempre più difficile; in Europa queste interrelazioni si strutturano sempre più lungo la dimensione Ovest-Est che Nord-Sud.

 

L’economia contemporanea è caratterizzata dall’intensificarsi dei flussi: di beni e servizi, di capitali, ma soprattutto di idee e di persone, specie giovani e a elevata qualifica. Le sorti dei luoghi sono sempre più determinate dall’essere, almeno in parte, nodi di queste relazioni, origini e destinazioni dei flussi; dalla lorocapacità di esportare, a distanza breve, media o lunga, idee, prodotti e servizi, e dalla conseguente capacità di importarne e di modificare così continuamente le proprie capacità produttive. Questa capacità dipende dall’esistenza nei luoghi di istituzioni, pubbliche e private, di rango non locale; dalla presenza, ad esse collegati, di risorse cognitive e capitale umano; dalla valorizzazione di competenze in grado di differenziare e specializzare, nel quadro nazionale e continentale, le funzioni urbane.

 

La presenza delle teste pensanti di imprese di media o grande dimensione diviene fattore sempre più decisivo. La grande crisi economica italiana, com’è noto, è stata selettiva: ha prodotto un’ulteriore, significativa diminuzione delle imprese più grandi. Tuttavia, insieme al ripiegamento di tanti segmenti della nostra capacità produttiva, ha prodotto il riorganizzarsi e il consolidarsi di imprese e distretti leader centrati sulla presenza di imprese medie e medio-grandi. E così si nota ancor più negli ultimi anni la realtà di Cuneo, sede di grandi imprese globali e luogo di competenze specialistiche nell’alimentazione; si difende bene Parma; resta forte, ma meno che in passato, Varese, a causa delle «defezioni dell’imprenditoria locale»; mentre Torino si interroga preoccupata sul futuro, sulla «ritirata silenziosa» delle imprese, sull’effettiva capacità di superare virtuosamente la monocultura automobilistica. Fortunatamente non è alle viste alcuna rust belt italiana, come nel Nord dell’Inghilterra, ma non sono pochi i casi di gravi crisi di rilevanti produttori, al Nord e al Sud: in quest’ultimo caso con evidenti e pericolosi segnali di deindustrializzazione prematura.

Crescono le differenze nei risultati fra i distretti industriali e fra le imprese al loro interno: le dinamiche sembrano migliori per quelle aree che associano alle abilità produttive sul territorio attività terziarie tipicamente urbane; per quelle in cui sono maggiormente presenti le produzioni di beni di investimento rispetto a quelle dove ci sono solo beni tradizionali di consumo; per quelle in cui emergono imprese in grado di associare processi di innovazione tecnologica basati sul ridisegno organizzativo all’insegna della digitalizzazione, con il controllo – o quantomeno la partecipazione con un ruolo rilevante – di catene del valore, e presenze commerciali in ampie porzioni del mondo. Si rafforzano Modena, Vicenza, Padova e Treviso, centri di riferimento di imprese di grande successo e di distretti, apparentemente

più di quanto riescano a fare Udine o Ancona.

 

Rilevantissimo è ciò che accade nei servizi. Molto è cambiato nel sistema bancario con il forte ripiegamento di Siena e delle stesse Treviso e Vicenza, ma non di Modena. Con la perdita dei grandi quartieri generali di istituzioni creditizie sembra forte il ridimensionamento di diverse città del Centro Nord a tutto vantaggio di Milano. Anche il sistema fieristico si concentra su Milano; ma con persistenze importanti a Rimini, a Parma e a Verona. Si rafforzano nuovi nodi della distribuzione e della logistica, da Piacenza a Nola, ed eccellenze nelle cure sanitarie, da Milano a Pisa. Restano molto rilevanti per le economie e le società locali quelle fondazioni di origine bancaria che sono riuscite a diversificare i propri investimenti.

Conta moltissimo la presenza dei grandi mezzi di informazione, di case editrici: per il ruolo diretto nell’economia, per la capacità di leggere e raccontare le dinamiche locali e di promuoverne la conoscenza. Nell’ultimo decennio si è ridimensionato e riconfigurato il sistema universitario, più resiliente nei luoghi a maggior reddito e in forte declino altrove, specie al Centro Sud, anche per l’effetto diretto di scelte politiche esplicite; emerge l’importanza di istituzioni universitarie speciali come a Pisa, o europee o internazionali come a Firenze e Bologna, o di centri di ricerca avanzati come a Trieste o, nascenti, all’Aquila. Conta la presenza delle istituzioni europee, come il Jrc a Ispra (Varese) o l’Efsa a Parma; o delle prestigiose istituzioni culturali, come i grandi musei (e i nuovi, di Roma e Napoli); delle eccellenze sportive (che hanno a lungo caratterizzato Treviso e Siena); dei grandi, consolidati eventi, come la Biennale. In un quadro in cui i flussi di investimenti produttivi dall’estero in Italia restano modesti, essi si concentrano nei luoghi più densi di istituzioni, sia per acquisire il controllo di imprese – con esiti ambivalenti nel lungo periodo – sia per giovarsi di complementarità. Presenze, crisi e sviluppi stanno ridisegnando ruoli e gerarchie fra le aree urbane.

 

Ph Luigi Ghirri.


Decisive sono anche le integrazioni a breve raggio. Si conferma la vitalità di sistemi territoriali policentrici e diversificati: come è in parte l’intero Veneto, certamente la Romagna e, su scala inferiore, la Murgia dei trulli o l’area degli Iblei; e le difficoltà dei luoghi che invece si «attraversano» come Ventimiglia o l’intero Lazio non urbano. Interessanti appaiono i processi di riconfigurazione della grandissima, complessa ma vitale, area urbana napoletana. Ovunque si segnalano difficoltà di governo dei territori: il sostanziale fallimento dell’esperienza delle città metropolitane e le difficoltà per le aree vaste che scaturiscono dall’abolizione delle Province; in molti luoghi, si confermano debolezze nei servizi di rete, il persistere di confini nelle competenze (come nei collegamenti dal Friuli all’aeroporto di Treviso), di piccole rendite e veti incrociati nella gestione dei servizi; in alcune grandi città del Centro Sud anche nella gestione dei rifiuti. Risulta cruciale la capacità delle città di offrire buoni servizi di mobilità alle persone, a partire dalla assai difficile situazione dei 700 mila pendolari giornalieri su Roma: capacità indebolita dal disinvestimento delle ferrovie sulle tratte metropolitane (a vantaggio delle più lucrose connessioni ad alta velocità), dalle difficoltà finanziarie degli enti locali, talvolta dalla cattiva gestione delle aziende di trasporto. Anche in questo ambito Milano mostra dinamiche assai migliori di altre città; ma non mancano altre esperienze interessanti, nei tram di Firenze e di Palermo o nel faticoso ma decisivo sviluppo della rete della metropolitana a Napoli.

 

La capacità delle politiche nazionali di influenzare le dinamiche dei luoghi è stata, in questo scorcio di secolo, particolarmente modesta. Ciononostante si sono determinati almeno due grandi cambiamenti di rilievo. Il primo è la realizzazione della rete dell’alta velocità ferroviaria. Anch’essa sta ridisegnando le gerarchie urbane. Fra i territori che ne sono interessati e quelli che ne sono esclusi, riproponendo forse a più di un secolo di distanza un vantaggio strutturale della dorsale tirrenica su quella adriatica, che resta ancora priva persino del doppio binario, fra Ripalta e Termoli; e con Matera non ancora raggiunta dalla rete ferroviaria nazionale. Fra i luoghi che ne sono terminali e quelli che ne sono attraversati ma scavalcati: come le pur forti città emiliane, con la significativa eccezione di Reggio Emilia e della sua nuova stazione. Fra i luoghi che attraggono e quelli che divengono stazioni prevalentemente di partenza: la dinamica delle relazioni fra Milano e Torino – dopo una lunga stagione di forte ripresa dell’antica capitale – pare oggi segnata decisamente dalla superiore capacità attrattiva della prima.

Il secondo è la profonda evoluzione della rete dei collegamenti aerei, nazionali e soprattutto internazionali. La liberalizzazione delle tratte ha permesso lo strutturarsi di una rete di collegamenti «da punto a punto», ormai prevalenti rispetto al vecchio sistema di «centri e raggi»: come testimoniato dal netto sorpasso operato da Ryanair nei confronti di Alitalia.

 

L’esistenza di uno scalo aeroportuale ben gestito è divenuta un fattore fondamentale; diversi centri medio-grandi e medi se ne sono avvantaggiati, da Venezia a Catania, da Bergamo a Bari, da Brindisi a Comiso-Ragusa. Specie laddove, come a Bologna e a Pisa, ma anche a Napoli, si punta su una forte integrazione funzionale aeroporto-stazione ferroviaria. Assai meno è cambiato in altre fondamentali relazioni: nelle reti di collegamento transalpine, dove, pur con progressi infrastrutturali già compiuti o in realizzazione, restano condizioni per cui il Friuli, che «al centro dell’Europa c’è da sempre», sembra ancora sentirsi «calpestato dagli zoccoli dei cavalli dei tanti eserciti in transito», più che protagonista a pieno titolo della reintegrazione europea. Aosta fa storia a sé; Bolzano e Trento sono forse più agganciate alla «locomotiva tedesca» che al resto del Paese. Nelle relazioni adriatiche, per le quali l’approdo della nave «Vlora» a Bari nel 1991 sembrava prefigurare un futuro solo in parte realizzato. In generale nella proiezione mediterranea: nonostante i buoni segnali di Salerno, Trieste rischia di perdere colpi a vantaggio di Capodistria, Taranto traffico a vantaggio del Pireo e Gioia Tauro attività a vantaggio di altri grandi porti di transhipment.

 

In quasi tutti i luoghi italiani è in corso uno sforzo per potenziare le attività turistico-culturali. Ci sono molte condizioni favorevoli: dalla grandissima e differenziata disponibilità di fattori attrattivi ai nuovi collegamenti aerei; dalle tendenze di lungo periodo del turismo internazionale verso vacanze più brevi e frequenti alle condizioni che oggi riducono la concorrenza di altre mete mediterranee. Alla lunga tradizione delle grandi città d’arte e cultura, delle mete montane e balneari, si aggiunge così un’offerta sempre più ampia, che tocca quasi tutti i luoghi italiani.

Specie per le città più deboli sotto il profilo manifatturiero, si tratta di percorsi interessanti, basati sulla valorizzazione di risorse architettoniche, culturali, ambientali, naturali; sui positivi processi di risanamento e rivitalizzazione dei centri storici che si sono realizzati in molte città del Sud, da Salerno a Matera (anche per questo Capitale europea della Cultura 2019), da Bari a Lecce, da Siracusa a Ragusa.

Cambiamenti assai positivi, in un Paese che ha fatto del dissennato consumo di suolo e del deturpamento di città e campagne la sua cifra per decenni. La crescita dei flussi turistici e della stessa notorietà e immagine dei luoghi può portare ricadute per la commercializzazione di produzioni alimentari o vinicole che più con quei luoghi si identificano, con un aumento dell’occupazione e del reddito. Non mancano però rischi in queste strategie: quella dello scenario di città-museo, con eventi di corto respiro, organizzata per la gestione di flussi di presenze mordi-e-fuggi, con la trasformazione dei centri storici in strutture e servizi di accoglienza per i turisti a danno dei residenti, e occupazioni a bassa qualifica e salario. Appare l’ambivalenza dei possibili effetti della «sharing economy» di Airbnb, con il rischio della concentrazione delle ricadute reddituali positive sulla grande rendita immobiliare. La difficile convivenza di Firenze con queste dinamiche è storia esemplare.

 

Al di là dei luoghi specializzati del turismo marino o montano, per le città di maggiore dimensione è sempre necessaria una buona diversificazione dell’economia, che associ alla filiera turistica altri punti di forza. Uno sviluppo «polifonico» come quello che ad esempio si sta cercando di costruire, riuscendo solo in parte, nel Salento. Il binomio cultura-turismo non può essere solo passivamente messo a rendita, perché con il tempo deperisce: va continuamente rivitalizzato con investimenti su attività di alta qualità, permanenti, radicate, con lo sviluppo di risorse cognitive nuove, originali. Più facile a dirsi che a farsi, visto il tracollo dei complessivi investimenti in cultura nell’intero Paese e la sottovalutazione della formazione umanistica; ma non mancano segnali, come a Bologna o a Ferrara.

In questo scenario emerge in tutta la sua rilevanza, e si consolida, la frattura fra il Nord e larga parte del Centro, da un lato, e il Sud e le Isole dall’altro. Il Centro Nord è denso di istituzioni; per conformazione geografica, livello di sviluppo e esistenza di reti e servizi di collegamento, vede svilupparsi flussi sempre più intensi, al suo interno e con l’esterno. Il Mezzogiorno, al contrario, «non esiste». Per conformazione geografica, minore livello di sviluppo e debolezza di reti e servizi di collegamento non crea flussi al suo interno; se non su scala locale dove la densità di popolazione è maggiore, come intorno a Napoli o Bari. Vi sono flussi Sud-Nord, ma quasi mai Sud-Sud; come non vi è alcun treno che colleghi le due maggiori città del Mezzogiorno continentale. Fino all’isolamento della Sardegna, o al paradosso dei luoghi siciliani, poco connessi anche fra loro. Questo rende la domanda potenziale per ogni nuova attività spesso assai modesta.

 

Allo stesso tempo spicca la centralità di Milano: cuore di flussi nazionali e grande porta di interscambio con il resto dell’Europa e del mondo; nettamente la più forte, se non l’unica di rango superiore. Specie se la si compara alla paralisi della Capitale: nella situazione, nelle dinamiche, e forse – quel che più conta – nella sua percezione; dato che «una città è in grande misura ciò che i suoi cittadini pensano che sia».

Ancora, da tutti questi punti di vista, va segnalato il ruolo fondamentale degli italiani più giovani, delle loro interconnessioni, anche grazie ai social network, e della loro mobilità. Ne sappiamo e ce ne interessiamo troppo poco, per l’assenza di ricerca e di riflessione. Anche per le difficoltà delle misurazioni statistiche: la mobilità non è più solo leggibile con i cambiamenti di residenza; attendiamo nuove ricerche basate sui «big data» dei flussi. Sappiamo che complessivamente la loro vita è incerta, le loro esperienze di lavoro alterne, le loro aspettative decrescenti: i giovani italiani fanno molti meno figli che in passato, e sempre più tardi. Sappiamo che molti ragazzi e molte ragazze ad alta qualificazione vanno all’estero, e che c’è una forte polarizzazione dei flussi interni verso alcuni centri urbani, ancora una volta su tutti Milano, grazie alla sua domanda di lavoro qualificato e alla sua vivacità culturale. Ma non solo: Pisa «cosmopolita e dinamica, con una ricchezza immateriale fatta di incontri e presenze»; il centro storico dell’Aquila rivitalizzato dai giovani dopo il terremoto del 2009. Vi è certamente un forte drenaggio dalle aree interne e dal Sud; ma anche da Genova e da altre medio-piccole città del Centro Nord. Sappiamo poco dei rapporti con i luoghi di giovani che sono assai mobili fisicamente e virtualmente: dovremmo interrogarci sulle nuove possibilità offerte da migrazioni che divengono circolari, dall’esistenza di forme di collaborazione e lavoro a distanza. Ci interessiamo troppo poco dei tanti giovani che investono in una nuova ruralità multifunzionale nelle aree interne, di quelli che vivacizzano Roma e Napoli, dell’azione di coloro che, «come gli indispensabili di Brecht», continuano ad animare la Calabria.

 

Da più parti giungono segnali assai confortanti di vivacità nella costruzione dal basso di percorsi futuri, specie dove è forte la presenza giovanile. Il nostro viaggio segnala, per fortuna, che non c’è solo un adagiarsi sulle rendite del passato ma anche tanto investimento collettivo. L’Italia è innervata da piccoli e grandi gruppi che si formano per realizzare progetti, per rivitalizzare aree e quartieri dismessi, per accogliere e integrare i migranti o per dare forma a nuove attività culturali. Anche di questo fervore sappiamo relativamente poco, e la scarsa conoscenza impedisce misurazioni e valutazioni d’insieme; cosa ancor più grave, ne riduce la visibilità e quindi le possibilità di collaborazione o la messa in rete sovralocale di queste esperienze, la replicabilità di quelle migliori.

Appaiono molto poco nei nostri luoghi amministrazioni pubbliche capaci di incidere. Non mancano; ma spesso i racconti testimoniano di gruppi di potere che gestiscono rendite locali, anche di contrasto all’innovazione sociale. Gruppi autoreferenziali; non poche volte, come accaduto «ai padroni del Veneto», protagonisti in negativo della cronaca. Affiorano racconti di commistioni con la criminalità organizzata, non solo nelle tradizionali aree di insediamento, ma anche in molti luoghi del Centro Nord. Allarma ma non sorprende.

 

È coerente con lo scollamento dei cittadini dalle loro istituzioni rappresentative che emerge dal forte calo della partecipazione elettorale; con il destrutturarsi di quel che restava dei partiti e dei movimenti politici e il loro ristrutturarsi intorno a singole personalità; con le esperienze che mostrano che un’immagine ben coltivata e una permanente fedeltà ai leader nazionali sono, molto più che il buon governo locale, passaporti per le carriere nazionali. Come è stato detto di Torino, ma l’osservazione vale per tanti altri luoghi, vi è «l’impressione di un disegno incompleto, come se fosse venuta meno, a un certo punto, una mano che mettesse a posto le tessere del mosaico e che soprattutto aggiungesse quelle che mancano per dare una forma compiuta a una trama interrotta».

Assai distratta è la politica nazionale. Certo per la difficoltà della collaborazione in azioni di governo multilivello, specie in un periodo di risorse scarse. Ma anche per scelta strategica: mai come in questo periodo gli investimenti pubblici sono stati così modesti. Forse anche per lo scarso interesse o l’incapacità di comprendere il Paese, per l’ottica di brevissimo periodo in cui si muove (a fronte dei tempi lunghissimi dei cambiamenti dei luoghi), per la preponderanza dell’apparire sulla concretezza delle realizzazioni come metro del successo. Probabilmente anche per distorsione ideologica: per la prevalenza di visioni che richiamano uno Stato minimo, nel quale non serve un’azione nazionale perché le dinamiche dei luoghi non sono e non debbono essere che il risultato di meccanismi di competizione fra loro. Al di là di quanto si è detto per treni ed aerei, c’è ben poco sul taccuino degli ultimi quindici anni. Anzi, anche nei casi in cui le politiche pubbliche hanno profondamente plasmato il quadro, come le scelte discrezionali che sono state compiute sulla configurazione territoriale del sistema universitario, vi è stato un programmatico disinteresse per l’impatto che ciò andava producendo sui luoghi. Si conferma invece, ad esito delle difficoltà di finanza pubblica e del confuso ridisegno operato con la riforma costituzionale del 2001 e con la legislazione sul federalismo fiscale del 2009, un persistente e sordo conflitto fra territori per le risorse pubbliche. Fino a far emergere, in alcuni di quelli più ricchi, il desiderio di un’autonomia fiscale e politica che distacchi le sorti di intere Regioni da quelle del resto del Paese. Si scontrano pulsioni di «piccole patrie» e rigurgiti neo-centralisti. Sembra abbandonato il progetto di vero governo multilivello, in grado di valorizzare la varietà territoriale con un accorto decentramento di poteri e responsabilità, in un quadro di forte unità nazionale che garantisca pari diritti e opportunità a tutti gli italiani.

 

Il dinamismo dal basso è fondamentale: nessun attore esterno può rilanciare comunità territoriali senza che esse siano protagoniste dei processi di cambiamento e trovino «collettivamente un senso per l’agire». È condizione necessaria ma insufficiente: un Paese non si trasforma e cresce solo con «cento fiori» dal basso. Percorsi di sviluppo delle aree interne sono possibili e credibili se c’è un forte investimento delle comunità locali, ma anche se le loro azioni e le loro esperienze sono accompagnate da una coerente direzione delle grandi politiche nazionali, dall’istruzione ai trasporti, come si cerca con fatica di fare con la Strategia nazionale ad esse dedicata. La carenza di politiche nazionali si avverte meno dove le dotazioni materiali e immateriali sono più rilevanti, la società più coesa e l’economia più dinamica; si avverte maggiormente laddove – come purtroppo in molti luoghi del Paese, e certamente non solo nel Sud – queste condizioni non sono tutte contemporaneamente soddisfatte.

Più di tanti altri Paesi avanzati, l’Italia è ciò che sono i suoi luoghi; ma la sua storia non può essere solo la somma algebrica dei loro cambiamenti spontanei. Il nostro viaggio ci consegna, forte, la necessità di non stare solo a guardare, incrociando le dita. Di provare a mettere in atto, con gli strumenti e l’intensità che i tempi consentono ma con l’ambizione di un grande Paese, le azioni necessarie per abilitare e rendere possibili i cambiamenti che nei suoi luoghi possono determinarsi; per catalizzare percorsi di crescita differenti ma diffusi; per connetterli e così rafforzarli in un sistema nazionale. È la storia lunga delle nostre città ad insegnarcelo: il futuro si costruisce consapevolmente.

 

Questo testo è l'introduzione al Viaggio in Italia del fascicolo della rivista Il Mulino.

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