Vienna tra pop e ricerca

Vienna ha la vocazione all’incrocio tra pop e ricerche estreme, a cui rende giustizia la ricchissima stagione di mostre dell’estate che si è inaugurata a fine aprile. Al Winterpalais, sontuosa e gaya dimora di città del principe Eugenio di Savoia, arriva, letteralmente in pompa magna, da Londra dove era stata presentata al Barbican la discussa (e discutibile: i fili della riflessione talvolta sono assai difficili da seguire) ricerca di Judith Clark su Il volgare, ossia su come e quanto la moda faccia proprie istanze di provocazione, riciclando nelle maniere più oltraggiose contrassegni del potere imperiale come delle uniformi militari. In una dimora piena di specchi, dalle pareti di un bianco abbagliante, sfilano le creazioni sempre azzardate di Walter van Beyrendonck, le mises provocanti e erotiche di Pam Hogg, gli abiti squisitamente coreografici di Cristian Lacroix e le creazioni più estreme di John Galliano nel suo mirabile periodo Dior.

 

Il tema quindi, come spiega il bel catalogo, curato da Jane Alison e Sinéad McCarthy è la “ridefinizione della moda”, come e quanto nella negoziazione dell’aspetto il “comune senso del pudore”, dal ‘700, frivolo e spietato, continuamente evocato, quando Rose Bertin, sarta di Marie Antoinette, è stata la prima e ultima ministra del fashion al mondo, fino agli eccessi degli anni ’80 e ’90, appassionati di provocazione. Oggi il confine, spesso, è nella vicinanza tra mondo animale e umano, di cui esplora il senso Iris van Herpen, maestra olandese delle stampe laser, che crea insiemi da sera, ispirati a un' ambigua, ma sempre ribollente vita cellulare. In ogni caso, in questa programmazione, in primo luogo sono le donne: da poco si è chiusa allo Jüdisches Museum una notevole ricognizione sulle artiste del mondo ebraico attive a Vienna prima del 1938. Nomi da noi poco noti, come la strepitosa Friedl Dicker-Brandeis, maestra di tessiture d’avanguardia alla Bauhaus, e poi animatrice dell’esperienza didattico-salvifica che realizzò con i bambini, invitati a raccontare graficamente la loro esperienza tremenda di vita, cui si dedicò, anima e corpo, prima della deportazione finale. I destini di queste signore si incrociano con i movimenti delle avanguardie: molte di loro sono decoratrici di ambienti, illustratrici di libri, come ai tempi di Ver Sacrum la squisita Ella Iranyi.

 

Ana Mendieta, Glass on body imprint, 1972.


Non lontano da lì all’Albertina, dove si tiene un' esposizione completissima di Egon Schiele, in cui spiccano le mai viste, magnifiche scarpe concepite per l’amata sorella Edith, al pianterreno si può vedere una splendida raccolta dagli scatti che sono negli archivi del museo. Il filo che lega le immagini è il contributo delle performer (e specialmente delle attrici e delle danzatrici) al mondo del movimento, indagato nelle sue più sottili risonanze in immagini di grande potere evocativo. In primo piano è però la strepitosa retrospettiva al Mumok dedicata alla Feminist Avant-Garde, una mostra e un catalogo (monumentale, magnifico, edito da Prestel), entrambi curati da Gabriele Schor, a partire dalle ricchissime dotazioni della viennese collezione Verbund, che negli anni ha accumulato un vero e proprio tesoro di opere delle donne in rivolta degli anni ’70. In copertina al gran volume è la splendente icona dell’artista tedesca Ulrike Rosenbach, che assume una posa tipica di Elvis, per dichiarare che Art is a criminal action (e siamo al 1969-1970). In prima fila sono le immagini di donne prigioniere di un universo domestico concentrazionario, come dichiara in modo evidente una impressionante serie di una giovane Ana Mendieta, che schiaccia il volto contro una lastra di vetro, fino a deformarlo, mentre Francesca Woodman si presenta come oggetto dentro una credenza.

 

Lynda Benglis contesta la rappresentazione della donna nella pubblicità, si spoglia come una Betty Grable rivoltosa, e si fa fotografare su Artforum tenendo un grande dildo. Birgit Jürgenssen si trasforma, come Helen Chadwick, in una cucina, mentre Mierle Laderman Ukeles, Chris Rush e Les Nyakes puliscono ossessivamente in performance di magnetica intensità. E poi quante signore incatenate, legate, con il volto cancellato dal nastro isolante, dagli abiti. Anche la storia dell’arte diventa un campo di battaglia: sempre la Rosenbach disegna una venere punk, Margot Pilz per la nascita di un bambino allestisce una vera e propria ultima cena femminista. Insomma, un vero e proprio panopticon di provocazioni, aggressioni, revisioni, che hanno segnato una stagione vivacissima, e per lungo tempo poi negletta e rimossa. Perfettamente sintetizza quel tempo l’attività di Judy Chicago, di cui al Brooklyn Museum è in display permanente l’enorme tavola delle donne, in cui le signore più importanti della Storia sono omaggiate.

 

Due le presenze italiane: Marcella Campagnano, fotografa di identità alterate, che dialoga alla pari con Cindy Sherman e la notevolissima Ketty La Rocca, che negli ultimi anni sta venendo sempre più riacquisita nel mondo germanofono, mentre ancora manca la retrospettiva necessaria che si spera Firenze, luogo di adozione e di lavoro, realizzerà (lo scorso anno la Fondazione CariSpezia ha realizzato nella città natale dell’artista, due incontri di studio). Al Belvedere, dimora principale del principe Eugenio, una strepitosa avventura nel mondo di Lawrence Alma-Tadema (anche questa accompagnata da un bel catalogo Prestel), in un perfetto dispositivo a cura di Elizabeth Prettejohn e Peter Trippi. Il titolo di questa selezione itinerante (prima in Frisia, ora a Vienna, poi a Londra nella meravigliosa Leighton House Museum, scrigno del tesoro dell’artista britannico, dal 7 luglio prossimo) è At Home in Antiquity. Il filo è, in sostanza, quello della curiosa, quanto inquietante, “sindrome di Kavafis” (per usare un paragone poetico), per cui l’artista olandese, poi inglese di adozione, sapeva mettere nei suoi quadri una vitalità febbrile, che, al di fuori dell’osservanza filologica, portava un soffio dell’antico nel presente, nella squisita chiave di un decorativismo portato all’estremo.

 

Eppure, nella precisione della messinscena, c’è sempre uno scatto vitale, che deriva anche dal continuo confronto con il mondo del teatro, in cui agì a lungo come scenografo. Basta guardare la mirabile Danza pirrica, in cui un anziano Platone osserva con ammirazione i corpi scattanti dei soldati, o l’enorme e magnetico Eliogabalo, in cui l’imperatore folle, anarchico incoronato, uccide cortigiani e adepti soffocandoli con i petali di rosa. L’indubbio talento pittorico scatta in un dettaglio di mare e cielo, nella ricchezza dei fiori, ma sorprende nelle opere contemporanee, come i ritratti della moglie artista Anne, e in quelli delle figlie, come lo stupendo In our corner, con le due bambine che leggono libri illustrati nella loro cameretta. In fondo al giardino del Belvedere, infine, una curiosa mostra di ritratti del Novecento, selezione di una collezione del gallerista Helmut Klewan dedicata solo a questo filo, tra maestri del Novecento, art brut e personali folgorazioni, come quella per il poco noto pittore francese Armand F. J. Henrion, scelto per la copertina, che ossessivamente si rappresenta in vesti di Pierrot, contorcendo il proprio volto. La figura umana si deforma e si scompone: nelle opere di Francis Bacon, ma anche nei tremendi e perfetti disegni di Günther Brus, in cui con tratto analitico l’artista rivisita le performance più estreme dell’Azionismo, sue e dei suoi amici. In primo piano anche i corpi sformati, a pezzi della pittrice austriaca Maria Lassnig, da poco scomparsa, a cui è dedicata una bella mostra all’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti (a cura di Wolfgang Drechsler, fino al 25 giugno), mentre si inaugura in questi giorni una grande retrospettiva sempre all’Albertina, seguendo il filo della celebrazione del potere delle donne sull’immaginazione.

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