Vino al vino

 

Ho incontrato Mario Soldati nella sua villa di Tellaro durante un mio soggiorno nell’albergo che confinava con la sua villa, mentre stavo girando Nella città perduta di Sarzana, una fiction televisiva, o come si diceva allora, uno sceneggiato a puntate.

Era l’estate del 1980 e andai a trovarlo piuttosto spesso quel mese. L’anno precedente avevo scritto con Luigi Veronelli Il viaggio sentimentale nell’Italia dei vini, che ovviamente aveva tenuto in gran conto il Viaggio lungo la Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, che Soldati aveva realizzato per la RAI nel 1956, primo esempio di giornalismo televisivo gastronomico e antropologico. Ero curioso di capire alcune sue scelte e sapere di più sul suo approccio al vino. Lo ammiravo come giornalista e come scrittore, lo consideravo importante, ma di una generazione ormai trascorsa.

Soldati e Veronelli si conoscevano, erano amici tanto che Veronelli lo volle come presidente di giuria del Premio Nonino, ma pur condividendo la passione del vino, soprattutto del vino contadino, avevano due visioni opposte. Convinti entrambi che “il vino in sé non può e non potrà mai essere un prodotto industriale” (Soldati) e che “il miglior vino d’industria è di gran lunga peggiore del peggior vino contadino” (Veronelli), nonostante questo si scontrarono, eccome se si scontrarono!, per esempio, sul fatto “che il vino non necessita di etichetta” (Soldati), “il vignaiolo ha il dovere e il diritto di firmare col suo nome il suo vino” (Veronelli).

 

Due ideologie al confronto in due persone libere, fra le meno ideologizzate del ‘900, da una parte il gobettiano Soldati con venature di marxismo allora dominante nella letteratura, dall’altra l’anarchico malatestiano Veronelli visceralmente antimarxista. Entrambi innamorati del mondo contadino ed entrambi individualisti.

Un ultimo confronto importante fra i due storici scrittori del giornalismo enogastronimco che li pone su versanti diversi, è proprio la scrittura. Luigi Veronelli diceva di sé “sono un centometrista, non un maratoneta”. I sui testi infatti tendono ad asciugarsi, le parole spesso neologismi, diventano emblema, la sua scrittura si fa sempre più asciutta, ancorché fantasiosa, anche a causa della sua progressiva cecità per cui, negli ultimi anni, era costretto a dettare alla segretaria ogni singola parola.

Al contrario Soldati è un maratoneta, la sua lingua, seppur ricercata ed elegante, è fluida, narrativa, da romanziere che non ha l’ansia di arrivare alla conclusione. Soldati ama narrare di qualsiasi cosa: della gente soprattutto e dei paesaggi, della terra (l’ultima edizione de Vino al vino è un tomo di 800 pagine); si tratta della narrazione di 6 viaggi in zone vinicole dell’Italia, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, ma, paradossalmente dato il titolo, non è un libro sul vino, ma sulla natura, sulle persone, sui gusti delle popolazioni, alla ricerca non del vino migliore ma di quello più genuino: termine ambiguo che rassicura i più ma che definisce molto poco; e, a garanzia della genuinità viene offerto il carattere del vignaiolo, la sua semplicità: visione romantica e ottocentesca del mondo agricolo.

 

In questo senso sono significative le pagine in cui descrive la cantina sociale di Dòbrovo nel Collio Goriziano. Siamo nell’epoca in cui c’era ancora la Jugoslavia e Soldati gioca sui nomi sloveni e italiani contrapposti, li sottolinea ogni volta mettendo tra parentesi la traduzione. Cerca perfino nella musica “l’altra anima slava”, contrappone monodia e polifonia, teorizza che “il coro popolare si forma solo là dove cade la neve”, è il freddo che unisce, che crea l’atmosfera del gruppo; che la polifonia necessiti di aggregazione è un dato verificabile, e che il vino diventi lo strumento principe di tale aggregazione è evidente; e subito il discorso si fa politico, ideologico. Dialoga con Simcic, il tecnocrate ingegnere direttore della cantina sociale di Dòbrovo, socialista ovviamente. Il dialogo trascende dal vino e arriva al punto cruciale nella visione soldatiana. La contadinità è un’anima libera e individuale e rifugge dalle costrizioni di un regime socialista, ma Soldati riconosce, da buon uomo formatosi nell’Ottocento, che qualcosa di buono c’è nel sistema di Tito.

 

Concludo tra me che la nuova civiltà, sia pure nei limiti di una scrupolosa genuinità quanto alle materie prime e con l'esclusione assoluta di barbari additivi chimici, ha degradato anche le tradizioni enologiche della vicina Repubblica slovena. È chiaro: là dove economicamente il consumo lo richieda, gli jugoslavi non esitano ad abbandonare il passato. Il loro merito, caso mai, è di non fare come noi: di non distruggere implacabilmente ciò che è inutile distruggere. Il loro merito sta proprio nel rispetto di questo limite utilitario.

Possiamo consolarci: se loro conservano, come noi non facciamo, certe loro deliziose casette antiche, noi a nostra volta conserviamo qua e là, come loro non fanno, i nostri deliziosi antichi vini artigianali. Dirà forse, allora, il socialista Simcic che si tratta di vini "costosi", abbordabili solo alla borsa dei ricchi, e che il bello della Jugoslavia è che non ci sono ricchi, non ci possono essere. Protesterò io sdegnato che anche "la produzione", mettiamo, di un pittore, anche l’opera d'arte è costosa: ma nessun socialista al mondo vorrebbe perciò eliminarla dall'ideale repubblica cui aspira, e infatti non la elimina. Nulla vieta che la produzione dei vini pregiati sia pagata dallo Stato, affinché non si perda, col tempo, l'arte di coltivarli e pigiarli. 

 

 

Quindi leggere Vino al vino senza tener conto della temperie culturale e del dibattito politico di quando il libro è stato scritto è pura follia se ci si approccia come a un manuale enogastronomico, anche se, guarda caso, anche il succitato colloquio avviene nella casa di Gradimiro Gradnik allora assolutamente sconosciuto ma che solo pochi anni dopo sarebbe stato considerato forse il più significativo produttore del Collio dall’universo della critica enoica. Il che la dice lunga sul ‘fiuto’ di Soldati per quel che riguarda anche la qualità dei vini.

Quindi non un manuale, anche se non sono da sottovalutare alcune intuizioni del palato, ma un libro di viaggio, secondo la consolidata tradizione letteraria più che giornalistica. Mario Soldati è uno scrittore piacevole che si legge per il gusto della lettura, che non ha mai fretta e cura la lingua con l’attenzione che le è dovuta.

Ne è esempio la digressione sul paesaggio sardo; sembra di leggere Sterne.

 

Il paesaggio sardo è molto diverso dai paesaggi italiani... molto più spazioso, molto più semplice, niente su e giù, ma piuttosto sfuggente in lontananza. Creste non troppo alte, sfuggenti colline come di brughiera... Tutto questo dà un senso di spazio, che invece manca totalmente in Italia... come la stessa libertà, dopo i picchi e le strettoie del paesaggio italiano, dopo quel senso di appuntito imprigionamento.

O, ancora, dopo una notte passata a Mandas:

 

La mattina presto, affacciandomi alla finestra della mia camera da letto, non potevo credere ai miei occhi: era talmente simile all'Inghilterra, come le parti più desolate della Cornovaglia o i pianori del Derbyshire... Era tutto Cornovaglia, o anche Irlanda, cosi che l'antica nostalgia per le regioni celtiche cominciò a sorgere dentro di me. Ah, quei vecchi muretti a secco che dividono i campi – pallidi, col granito appena dissimulato! ah, l'erba scura, cupa e il cielo nudo! e i cavalli sperduti nel vento del mattino! Strano è un paesaggio celtico, molto più commovente e stimolante che l'affettuoso splendore dell'Italia e della Grecia!... 

 

Ora parla Bassu: 

“Intorno a Sassari era calcare. Ma qui in Gallura è tutto granito, granito o basalto," e mi indica le maestose montagne verso cui andiamo incontro. "Più avanti, in Barbagia, è gremito o scisto. Prendiamo il Vermentino di Gallura, o il Cannonau del Logudoro, del Nuorese, del Sopramonte e della Barbagia Ollolai: il vero segreto dell'eccellenza di questi vini, del loro gusto originale e profondo, sta nei terreni granitici o mescolati di granito e calcare, granito e basalto, granito e scisto, dove sono coltivati i vitigni.”

 

Mentre leggo questi “appunti di viaggio” scritti con una lingua forse un po’ datata, ma sempre affascinante, mi vengono in mente le immagini di Soldati nel suo lento Viaggio sul Po, dove le acque placidamente dormono e lui col suo sigaro in bocca, perennemente in bocca, assapora la sua memoria e la riversa sul presente. Come avrebbe potuto descrivere il Sopramonte o la Gallura se non avesse conosciuto l’Irlanda o la Cornovaglia! Come avrebbe potuto compiacersi di descriverle se non fosse stato anche un regista. Soldati è scrittore eclettico, moderno viaggiatore del mondo: non perde mai la sua origine umilmente umana.

Mi resta nella memoria il suo ritratto di Pino Ratto, pardon del dott. Ratto Giuseppe vignaiolo, come recita l’etichetta del più pazzo fra i pazzi del vino, farmacista.

 

Alla prima occhiata di chi, come noi, giunge a Ovada dalla strada di Alessandria-Asti, sfugge il perimetro irregolare della vastissima piazza, che è quella delle corriere, del mercato, delle stazioni di benzina: ma oggi deserta, nella mattina gelida, sotto un cielo chiuso e grigio. Eppure, scendendo dalla macchina, affacciandomi al parapetto dell'antico guado, e guardando verso i ripidi bricchi coperti da boschi e da vigneti che s'indovinano al di là, nella nebbia bassa, provo uno straordinario senso di sollievo, una giuliva certezza di ritrovare un'atmosfera aspra, montana, povera, indenne dagli eccessi consumistici. E mi trovo davanti Giuseppe Ratto, il farmacista.

Mi ricordo di quando l’ho conosciuto al Bibe, anni fa, e di quando poi l'ho rivisto col camice bianco alla farmacia: il volto pallido e magro, il ciuffo castano chiaro, i verdi occhi sfavillanti, il sorriso intelligente, i gesti nervosi e decisi, la rapidissima parlata dalla erre scrocchiante: e mi chiedo se a volte un vino, prima di gustarlo, non lo si possa immaginare dalla faccia e dai discorsi della persona che lo fa. Ma altre volte, dopo averlo gustato, accade addirittura che non lo si possa più ricordare se non pensando alla persona che lo fa. Una identificazione, una immedesimazione per sempre inscindibile tra la persona e il vino, come tra alcuni artisti molto spontanei e la loro opera.

 

La personificazione del vino, e dell’artista, è un aspetto importante. “In ogni vino l’immagine di una giovane donna” chiosava Veronelli spostando l’attenzione su un versante anche erotico. Soldati di questo se ne fa un modello narrativo. Non ha senso descrivere un vino se non si conosce chi lo fa. Così il Dolcetto d’Ovada di Pino Ratto porta tutta la gioiosità disordinata e anarchicamente colta del suo produttore, come l’Etna rosso del barone di Villagrande, si presenta con una eleganza da Belle Époque, e una raffinatezza che si riconosce ne “le posate, i cristalli, la fiandra, le pietanze, il servizio: perfino ne i discorsi”.

Permettetemi una piccola citazione personale. Nel 2001 fui incaricato da Veronelli di dirigere la collana I semi – Vite dei Protagonisti delle Culture Materiali. Il primo volume lo dedicammo all’Abbé Alexandre Bougeat, un religioso che produceva a Morgex un vino in una vigna estrema a 1300 metri di altitudine. Estrema per altitudine e per temperatura. Rileggendo Vino al Vino ho notato con un po’ di commozione, e non senza entusiasmo, le parole con cui Soldati descrive il suo incontro con l’abbé.

Il tema della fatica entra da protagonista nel resoconto dell’autore e dà una luce chiarificatrice sul background di questo scrittore difficilmente inquadrabile.

 

"È un vino balordo" racconta l'abbé. "A volte, in un'ora, diventa nero, è da buttar via. Le vigne richiedono una cura eccezionale. La vite normale, in pianura o in collina, comincia a dare i suoi frutti dopo due anni che è piantata. Qui, ce ne vogliono dieci, dico dieci! Il vitigno è Morgex. Cresce soltanto qui, sui versanti a sinistra della Dora, nei comuni di Morgex e di La Salle... in mezzo alle rocce che conservano il calore del sole: perche 1'uva matura soprattutto di notte! "

"... Noi, quelli che ci ostiniamo a fare questo vino, lottiamo tutti gli anni contro due geli. Si vendemmia, a volte, dopo la prima neve. E, a volte, nevica, o addirittura gela, quando già le prime gemme sono spuntate. Ma non crede che proprio da questa lotta, da questo rischio, da tutte queste difficoltà si sprigioni il sapore, unico e sovrano, di questo vino? Così, a volte, con le sofferenze, un uomo si affina... se riesce a superarle senza inacidirsi..." Umanità del vino!

 

Parole che sottintendono un approccio etico alla qualità della vita. Forse è la fatica che premia, forse l’uva deve soffrire per poter dare il suo frutto migliore, non a caso Morgex per altitudine e lo Champagne per latitudine sono ai confini della zona di coltivazione, là dove l’uva fatica a maturare.

Leggere questo libro scritto quasi mezzo secolo fa può sembrare una fatica poco utile: le informazioni non sono ovviamente aggiornate, molti dei vini citati non sono più in commercio, molti altri presentati da Soldati come anonimi vini contadini sono diventati i tanto vituperati vini “preziosi”, ma, essendo la lettura molto simile al vino, più sembra fatica inutile, più riserva la possibilità di godere nettamente della qualità giornalistica e letteraria di un intellettuale multitasking che è stato capace di raccontare, primo in Italia, in tv e sui giornali, e con i suoi libri, le nostre origini contadine. E di farsi coinvolgere.

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