“Vivere è diventato più allegro, compagni!”

Per affrontare il binomio terrore / euforia propongo due serie di immagini altamente simboliche per entrambe le categorie. Iniziamo con una fotografia scattata nell’aprile del 1937 all’inaugurazione del canale Mosca-Volga che collegava la capitale con le leggendarie acque del più grande fiume russo e trasformava mitologicamente Mosca in città dai cinque mari. Il canale artificiale l’avrebbe collegata con i mari Bianco, Nero, Baltico, Caspio e di Azov. Peccato che anche questo “cantiere socialista” altro non fosse stato che uno dei tanti campi di lavoro forzato (gulag) di cui era colmo il Paese e che più di 20.000 prigionieri fossero morti di stenti e fatica durante i cinque anni di lavoro coatto. Questi siti venivano promossi dalla propaganda come luogo di alfabetizzazione e iniziazione allo stacanovismo per gli operai e di riabilitazione per i pochi delinquenti comuni ancora esistenti che, grazie al lavoro fianco a fianco con i migliori tecnici del Paese, venivano “riforgiati” per essere riammessi nella società. Stalin visitò il cantiere pochi mesi prima dell’inaugurazione ufficiale accompagnato da Vorošilov, Molotov e Ežov.

 

La visita di alcuni membri del politbjuro al cantiere del canale Mosca-Volga, 1937.


Quest’ultimo era all’epoca capo dell’NKDV, la polizia segreta responsabile in quegli anni di purghe ed efferatezze senza fine, ufficialmente “Commissariato del popolo per gli affari interni”. Il periodo fu ribattezzato ežovščina, intraducibile lemma che si potrebbe rendere come “fenomeno dominato dalle atroci gesta di Ežov”: arresti, condanne, interrogatori, torture, confini ecc. Le famigerate notti in cui il rumore di un’auto che si fermava alle porte di un palazzo mandava nel panico tutti gli inquilini, e il sollievo si manifestava soltanto quando i passi sulle scale si fermavano prima o superavano il pianerottolo in cui si risiedeva. Amici denunciavano amici, mogli denunciavano mariti, colleghi denunciavano colleghi. La disperazione per la sopravvivenza faceva strage anche di ogni etica e umanità. Come spesso succedeva in quella realtà, a cadere per primi in disgrazia erano proprio coloro che occupavano posizioni di maggiore responsabilità e che si trovavano più vicini ai vertici del potere. Invidie, timori di vendette o complotti, punizioni per eccesso di zelo o divergenze ideologiche videro progressivamente cadere teste assai prestigiose in ogni ambito, militare, politico, culturale.

 

Tra queste, nel 1939, anche quella del commissario Ežov. I risultati delle grandi purghe stavano dilagando nel Paese e rischiavano di vedere le infrastrutture sovietiche cadere una a una. Si decise di mettere una fine allo scempio e riconoscere che si erano verificati eccessi e ingiustizie. La responsabilità degli orribili trascorsi fu addossata interamente al capo dell’NKVD che venne giustiziato nel 1940. Il suo incarico passò a Lavrentij Berija, sotto la cui giurisdizione la situazione conobbe un temporaneo momento di distensione per poi riprendere con efferata violenza. La figura di Ežov divenne imbarazzante e, come era d’uso all’epoca, quando una persona cadeva in disgrazia e “spariva”, anche la sua immagine doveva dileguarsi da ogni documento ufficiale. La fotografia del 1937 venne ritoccata, la spalletta del ponte riassestata, la manica del cappotto di Stalin aggiustata e del commissario-nemico del popolo non rimase neppure l’effigie.

 

La stessa foto del 1937 ritoccata dopo la caduta in disgrazia di Ežov, 1939.


Nessuno si sarebbe chiesto il perché o avrebbe preteso spiegazioni. In quegli anni il dubbio e la curiosità erano stati sostituiti da sicurezze e attestazioni ineccepibili e anche le menti più raffinate e meno passibili di manipolazione forzata evitavano, se non altro per prudenza, di rendere pubblici dissensi o perplessità. “La credenza, in senso filosofico generale, è l’atteggiamento soggettivo di assenso verso una nozione o una proposizione, delle quali non implica né esclude necessariamente la validità oggettiva. Si distingue dal dubbio, che sospende l’assenso, e dalla certezza, in cui l’assenso si fonda sull’evidenza oggettiva dell’assunto”. Credere nel regime e nelle sue straordinarie opere diventava sinonimo di appartenere a un pensiero comunitario accettato e condiviso, necessariamente positivo e vincente.

 

A dispetto delle epurazioni di figure anche molto vicine a sé stessi negli affetti o nelle amicizie, la cui condanna o sparizione venivano paradossalmente giustificate come possibile errore (di cui il compagno Stalin in persona avrebbe fatto giustizia) o addirittura di un tacito riconoscimento di “verosimile colpa”.

In quello stesso periodo, 1937-39, in parallelo alle epurazioni e al grande terrore si sviluppò, e non ci stupisce, una campagna promozionale che oggi definiremmo pubblicitaria se non sapessimo che il mercato sovietico era di stato e che la funzione di quanto intendiamo come pubblicità commerciale doveva essere totalmente differente. Un altro commissario ne era stato protagonista: Anastas Mikojan, ministro per l’alimentazione, che nel 1936 era stato mandato da Stalin per tre mesi in missione americana a verificare e studiare la situazione statunitense e a ispirarsi per eventuali innovazioni nell’ambito della produzione alimentare da realizzare nella patria sovietica.

 

Al suo rientro, il Paese si colmò di manifesti e réclame che segnalavano una serie di prodotti mai usati e sconosciuti alla nazione. Una specie di pubblicità-progresso che informava la popolazione dell’immissione sul mercato di articoli eccezionali, la cui presenza conferiva ulteriore prestigio all’Unione Sovietica e confermava la famosa frase di Stalin del 1935: “Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro”! In barba a purghe ed epurazioni. O, più opportunamente, in parallelo a esse che pure miravano a liberare lo stato da soggetti nocivi che ne ostacolavano la crescita e la felicità.

Il 1939 avrebbe visto la pubblicazione della prima edizione del più famoso e fortunato libro di cucina sovietico, Libro sul cibo saporito e sano, che avrebbe conosciute decine di ristampe e relativi adeguamenti al corso della politica nei decenni successivi. Cibi surgelati, precotti, hamburger, salse e condimenti (maionese, dadi per brodo, relish, soia), verdure in lattina e in barattolo, elettrodomestici avveniristici. Tutte innovazioni che avrebbero facilitato il compito delle massaie, ottimizzato i tempi da dedicare alla preparazione del cibo e colmato di soddisfazione le tavole familiari, di cui si sottolineava l’origine americana (gli USA all’epoca non erano ancora il nemico ideologico) ma che venivano prontamente “tradotte” in spirito e cultura russo-sovietica. 

 

Pubblicità sovietica del ketchup, 1937-38.


“In America sul tavolino di ogni ristorante e nella dispensa di ogni donna di casa si trova una bottiglietta di ketchup”, recitava la frase a caratteri più grandi nella pubblicità riportata sul rotocalco Ogonëk, uno dei prediletti e più diffusi sul territorio dell’intero Paese. Nella casella bordata di nero seguiva il messaggio scientifico-gastronomico: “Il ketchup è il miglior condimento piccante e aromatico per piatti di carne, pesce, verdure e altro”. Sia l’impostazione della pagina che la grafica rimandavano alle riviste americane, come la silhouette della donna e la sua pettinatura che sarebbero diventate un classico per l’immagine femminile doc dell’era staliniana.

Un’altra immagine, probabilmente un’etichetta, avrebbe collegato il prodotto alla mostra pan-sovietica dell’agricoltura che, nel 1939, inaugurò il complesso espositivo moscovita detto VDNCH, trionfo dell’architettura onirica staliniana, nel cui padiglione delle conserve alimentari il ketchup di pomodoro occupava il posto d’onore. 

 

Etichetta (?) del ketchup alla Mostra pan sovietica dell’agricoltura, Mosca 1939.


Un’ultima figura in cui si coglie la volontà di russificazione del modello americano.

 

Ulteriore icona “commerciale” in cui il ketchup diventa in russo “la miglior salsa di pomodoro per accompagnare ogni piatto” e su cui un cuoco, dall’alto di una scala appoggiata a una gigantesca bottiglia di intingolo, forse simbolo del successo che il prodotto aveva incontrato, sembra versare l’ultimo ingrediente nella miscela prima di sigillare con il tappo. Al contempo dirige il traffico di cameriere in amidatissimi grembiuli e cuffiette, questa volta dal fisico più vicino alla matrëška russa che alla lady americana, che reggono vassoi fumanti in cui il la salsa in questione potrebbe essersi trovata addirittura a condire dei maccheroni. In inglese la doverosa citazione della provenienza d’origine: tomato catsup, secondo la più arcaica versione dello spelling, non rispettata nella traslitterazione cirillica, riportata in piccolo a testimoniare la quasi avvenuta ibridazione del prodotto. Anche il ketchup, da lì a poco, sarebbe passato alla storia come un prodotto autenticamente russo. Per la cronaca, il ministro Mikojan sarebbe morto di morte naturale nel 1978, sorte alquanto rara per le figure politiche di prestigio che avevano operato al fianco di Stalin.

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