La rete: il bene comune privato
web e politica / 2

Ovunque, sul web e sui giornali, si sta parlando del peso che la rete ha avuto nel successo di questo referendum. È un tema caldo, che viene fuori dopo anni di riflessioni.

Ne ha parlato spesso anche doppiozero, a proposito del Nord Africa, dell’informazione, della Moratti, delle elezioni e ne ha parlato Marco Belpoliti l'altro ieri in prima pagina sulla Stampa.

Il tema vero, a prescindere dai dati e dalle interpretazioni, è che questa forza è indiscutibile, palese, e ogni giorno più evidente agli occhi dei sistemi di comunicazione paludati.

 

La rete, che siano i blog, i social network o le chat sui telefonini, è il luogo in cui oggi si forma l’opinione pubblica, perché è lì che dimorano le idee, le informazioni e il sapere.

Non è un mezzo, è il luogo a cui abbiamo deciso di affidare tutto questo e lo abbiamo fatto, e lo facciamo ogni giorno, perché è un luogo libero. Davvero, nella prima volta nella storia dell’uomo, un posto veramente e incondizionatamente libero, in cui le decisioni e le scelte avvengono attraverso movimenti orizzontali, anziché verticali, e qualsiasi meccanismo gerarchico salta al cospetto di decisioni collettive.

E il web è libero, a sua volta, per un solo motivo: non c’è, da nessuna parte, lo stato. E vige un unico grande dio: il mercato. Gira e rigira, l’unico motivo per cui il web è libero è questo: non esiste altra regola che non sia la regola di mercato, non esiste nessuna legge che non sia la legge del più forte, e non esiste nessun “forte” che non sia stato voluto dal basso. Ogni giorno noi scegliamo le aziende migliori, i siti migliori, facciamo fallire giganti (Myspace) o arricchire ventenni (Facebook). Portiamo alla ribalta con i nostri like articoli di testate sconosciute (Il Post), e affondiamo colossi decennali dell’informazione (Il Foglio).

 

Lo facciamo con una certa serenità, ogni giorno, facendo virare il mondo della cultura verso un sistema di libero mercato molto spinto, e lo facciamo senza paura.

E paradossalmente, pensateci, questo sistema di informazioni iperliberista e anarcoide è quello che ci ha permesso di lottare contro la privatizzazione dell’acqua pubblica.

Sistemi di comunicazione e di informazione privati come Facebook, piattaforme di blogging (quotate persino in borsa) hanno lasciato la libertà di lottare contro i privati dell’acqua, libertà che invece, in quegli stessi giorni, veniva completamente svilita dai giornali e dalle televisioni pubbliche.

Ma se provassimo, per paura dei privati e del mercato, per paura del profitto, per paure delle imprese, a riproporre una più rasserenante mano pubblica nella grammatica del web (proposta avallata da molti) cosa succederebbe? Se per questo mondo che noi stiamo difendendo e osannando valessero le stesse logiche dell’acqua? Se questo famoso “bene comune” fosse gestito da un potere alto (lo stato) anziché dal comune volere collettivo (il mercato) cosa accadrebbe?

 

Una delle proposte che sento più spesso, internet gratuito e pubblico nelle città significherebbe (oltre che una banda lentissima) consegnare ai sindaci e alle forze dell’ordine dati, password, corrispondenze e informazioni di ogni tipo (per usi politici che non oso immaginare) e lasciargli ovviamente il diritto di censura.

Le email (come già sta senza vergogna succedendo) sarebbero gestite dal ministero, ponendo problemi di riservatezza la cui dimensione è imparagonabile ai sospetti che ci rendono invece iperfiscali con la privacy su Facebook.

I blog sarebbero preda della metafisica legge del panino (governo, opposizione, maggioranza) o dei più agghiaccianti editti bulgari.

Twitter avrebbe privilegiato l’hashtag #spiaggia al #referendum.

Facebook sarebbe il database gratuito di profili per Esselunga, Coop, Medusa, e i meccanismi di distribuzione dei consumi vicini allo stato (come è oggi in Russia). Distribuendo privilegi economici inimmaginabili.

Wikipedia sarebbe probabilmente gestita da rettorati, sovraintendenti, e dipartimenti universitari, con accessi privilegiati alle cattedre, a cui consegnare improbabili prebende.

I magazines sarebbero sovvenzionati dal parlamento (come i giornali) producendo la stessa paccottiglia mediatica partitica dei telegiornali e dei quotidiani.

E in ultimo, Google avrebbe risultati di ricerca scelti. Cercando “notizie” apparirebbe Libero. Cercando “sesso” apparirebbe il papa. E cercando “musica” apparirebbe Apicella.

 

Tutto questo non è una battuta, né un mondo lontano, né l’assurda previsione di un pessimista: è esattamente quello che è oggi il nostro paese, le tv, i telegiornali, i giornali, le università, la cultura, i musei e l’informazione.

Un mostruoso cortocircuito culturale governato dall’alto, a cui siamo assuefatti a tal punto da trovare il web, e la sua piatta superficie democratica, una contestabile stranezza.

Dobbiamo fare lo sforzo di pensare che il meccanismo (crudele, barbaro, folle) con cui oggi il web seleziona partendo dal basso (dai click, dai like, dai link) e con cui è sottoposto alle capitalistiche leggi di mercato è una dimensione naturale, e sana. Che la logica con cui privilegia decisioni collettive rispetto a decisioni dall’alto è stata in questi giorni ed è la nostra unica salvezza. La domanda a cui siamo chiamati a rispondere, l’unico antidoto all’immondizia che soffoca questo paese. È il nostro bene comune privato, da preservare con tutte le nostre forze, tutti insieme.



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Commenti: 6
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mik @ http://le... Gio, 16/06/2011 - 19:06

un motivo c'è se il web oggi è quello che è. non è sempre stato così, un tempo era molto difficile per un utente finale (no pun intended) pubblicare un testo, lascia stare un video, se non conoscevi l'html e l'FTP. esattamente come era difficile per un cittadino lanciare un messaggio tramite i media "tradizionali" (giornali, TV) in modo che potesse essere recepito da altri suoi pari. il controllo della fonte dei messaggi era sotto il controllo (o le capacità) di pochi, anche sul web. il passaggio dal web 1.0 al web 2.0 sta tutto qui: generare messaggi con un bacino di utenza paragonabile a quello dei mass media oggi è alla portata di qualsiasi utente finale di internet. il web ormai è un sistema di comunicazione molti a molti, multidirezionale. è questo che non è mai esistito nella storia dell'uomo. la mente collettiva precognizzata da molti sta diventando una forza in grado di retroagire sulla realtà fisica. lo scenario che tu proponi mi sembra sinceramente un po' apocalittico: come dimostra la primavera araba, neanche dei regimi molto stretti riescono ad imporre i bavagli che tu paventi (detto ciò, thepiratebay continua a non essere raggiungibile dall'italia a causa di un giudice di brescia...). infine, non parlerei di mercato, ma di evoluzione darwiniana, sopravvivono solo i fittest, quelli che riescono ad adattarsi meglio all'ambiente (trovare utenti, trovare cibo), io non ne farei un discorso così smaccatamente economico, anche perchè la rete genera modelli economici a partire da un paradigma nuovo, vedi i bitcoin. ciao.

Roberto M Gio, 16/06/2011 - 19:57

Quello che dici è effettivamente una riflessione esatta, e arricchisce il discorso. Ti ringrazio.
Quando io giustifico il meccanismo parlando di mercato, lo faccio perchè sono convinto che facebook (contrariamente alla Rai) non privilegerà mai la pagina del No rispetto a quella del Si. Anche se avesse interessi economici sull'acqua. E non lo farebbe non perchè è uno stinco di santo, o un anima bella, non lo farebbe perchè perderebbe credibilità sul mercato: utenti, pubblicità, azionisti, e soldi.
Ricordiamoci ad esempio che facebook è stato il volano della campagna elettorale di Obama, quando senza ombra di dubbio il parterre degli azionisti facebook è tendenzialmente repubblicano.
Il libero mercato ci garantisce sul web oggi queste libertà. Libertà che poi, come dici tu, per effetto, è ahimè Darwiniana (quella che io chiamo la legge del più forte). Ma sicuramente quella libertà ci ha portato dal web 1.0 al web 2.0. Alla vittoria di Obama, e del referendum.

mik @ http://le... Ven, 17/06/2011 - 17:59

Be, io continuo a non credere che la libertà della rete sia dovuta al libero mercato, forse perché non sono un liberista. tieni presente che le aziende come facebook non fanno altro che sfruttare un effetto collaterale del web 2.0 (che spesso viene identificato dai marckettari col web 2.0 stesso) che sono gli UGC (user generated content). le aziende come facebook ci mettono la scatola, ma quello che gli porta milioni di visitatori sono i contenuti (gratuiti per l'azienda) che altri utenti mettono dentro la scatola. nel web 1.0 l'azienda doveva invece investire nella scatola E nei contenuti. essendo invece gli UGC gratuiti, essi si pongono in un certo senso al di fuori del mercato, ovvero in un mercato con un paradigma diverso, quello del clue train manifesto e di free. per cui limitare in qualche modo il flusso degli UGC per l'azienda è come tirarsi la zappa sui piedi. lo fa quindi solo quando vi è costretta dalle leggi del mercato propriamente detto, sotto forma di diritti di proprietà (per cui viene rimosso tutto ciò che viola il copyright). per la rete continuo a preferire il modello del fittest piuttosto che quello dello strongest perchè come vedi gli investimenti (la forza del mercato) o la posizione di mercato non sono sufficenti, come nel caso di myspace, a garantire la sopravvivenza: anche i pterodattili erano molto forti, ma loro sono morti e gli uccellini sono sopravvissuti. tweet ;)

fra Ven, 17/06/2011 - 18:16

La metafora del mercato per spiegare l'attuale stato del Web credo sia azzeccata. In fondo la Rete realizza un mercato ideale a concorrenza perfetta dove il costo dell'informazione è praticamente nullo. La moneta è sia reale (inserzioni pubblicitarie e varie forme di e-commerce) sia virtuale (popolarità di un sito, numero di contatti, etc.) ed entrambe entrano ed interagiscono quasi alla pari visto che i produttori di contenuti, nella sostanza, vendono il numero di contatti che riescono a registrare agli inserzionisti pubblicitari o all'economia "reale". È sicuramente un caso scuola da questo punto di vista.

Il controllo della rete e ciò che ne conseguirebbe è certamente uno scenario apocalittico e non è nemmeno così impensabile: basti pensare che in Cina il Web è effettivamente controllatissimo e censuratissimo. Certo, c'è anche un sostrato culturale e una base civile completamente diverse, ed è difficile speculare su come effettivamente potrebbe esser la Cina con una rete libera. Più facile immaginare come saremmo noi con un'informazione controllata e scientemente artefatta.. in fondo l'abbiamo già sperimentato..

Giacomo G. Sab, 18/06/2011 - 18:17

Mi domando piuttosto se la scelta in favore dell'acqua pubblica fatta dalla maggioranza degli elettori e poi diffusa, spiegata, propagandata attraverso il web non provenga da una cultura passata e oggi minoritaria. Ossia anche quella stessa scelta è assimilabile ai contenuti con cui riempiamo le nostre pagine fb e attraverso cui tendiamo a diffondere determinate idee. Ecco quei contenuti sono sostanzialmente tutti precedenti al web. I nuovi produttori di contenuti saranno in grado di generare contenuti liberi? O magari un web libero, ma con potentati economici e politici in grado di generare contenuti, diciamo così, fuorvianti, potranno determinare più facilmente un cambiamento di opinione?

Giacomo G. Mer, 22/06/2011 - 14:17

Segnalo questo link a proposito di quanto sostiene Marone (e in suo favore) quanto un rete libera per davvero possa anche risultare utile allo stato quando indaga.

http://www.repubblica.it/politica/2011/06/22/news/mail_spia_hacker-18041...

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