Naomi Baron. Words Onscreen: pensare e scrivere new normal

Leggere sulla carta e leggere in digitale non sono per nulla la stessa cosa. Questa la tesi di Word Onscreen. The Fate of Reading in a Digital World, saggio con cui Naomi S. Baron – Executive Director del Center for Teaching, Research and Learning dell’American University di Washington D. C. – studia i cambiamenti che il digitale sta apportando proprio alla pratica della lettura. Come nel famosissimo Apocalittici e integrati di Umberto Eco, anche in questo libro si contrappongono gli integrati, pro digitale, e gli apocalittici, che lo accusano di essere la fonte della (presunta) rovina della cultura. L’autrice si pone nel mezzo, consapevole che l’eBook è parte di un processo tecnologico inarrestabile, curiosa ma anche preoccupata («And so the migration began from reading in print to reading onscreen. I watched with curiosity – and concern», p. X) perché il medium uniforma i libri a qualsiasi prodotto digitale (un filmato su YouTube, un post su Facebook, un tweet, un videogioco) di cui ormai la vita, soprattutto dei lettori più giovani, è satura.

 

Il “concern” dell’autrice riguarda infatti da vicino i “nuovi lettori”: non li definisce mai con l’abusatissimo termine di nativi digitali, ma semplicemente si riferisce a quella fascia di lettori giovani (dall’età prescolare ai suoi studenti universitari) che – per ragioni anagrafiche – è cresciuta insieme ai nuovi device digitali e alle nuove modalità di fruizione dei contenuti che questi permettono. Per scoprire se il medium con cui leggono è importante, l’autrice ha studiato, dal 2010, alcuni dei suoi studenti undergraduate (18-22 anni), chiedendo ad alcuni colleghi all’estero di raccogliere dati in Germania (18-26 anni) e Giappone (18-22 anni): quale medium (digitale o carta) prediligono? Cosa, della carta e del digitale, preferiscono di più e di meno? I risultati sono stati, secondo l’autrice (e anche secondo quello che sembra essere il trend dell’industria culturale), sorprendenti: la stragrande maggioranza degli studenti ha dichiarato di preferire il libro cartaceo a quello digitale, sia per le letture scolastiche che per quelle di piacere. Paradossalmente, sono le caratteristiche che l’eBook aggiunge alla lettura tradizionale a renderlo meno appetibile: è conveniente perché costa meno e permette di immagazzinare centinaia di titoli in un unico, sottilissimo device, spesso connesso a Internet, permettendo quindi di avere sempre a disposizione la propria biblioteca personale. Ma quando abbiamo il tempo di leggere tutti i libri che i nostri ereader possono contenere? A cosa ci serve consultarli se non possiamo tenerli aperti separatamente? L’eBook è inoltre considerato più ecologico perché non richiede carta, preservando l’abbattimento di alberi. Tutto vero? Tutto falso? No, dice Baron, tutto vero: ma con dei rovesci della medaglia. Nel capitolo 9 ("Faxing Tokio: when cultures and market meet”), dedicato al mercato degli eBook, l’autrice dimostra per esempio come la politica del prezzo degli eBook, estremamente instabile, può rivelarsi molto meno conveniente del previsto. Senza considerare che lo strapotere di Amazon sta distruggendo l’ecosistema delle librerie, omologando il mercato e restringendo le scelte a nostra disposizione. Infine, se gli alberi ci guadagnano il Pianeta ci perde ugualmente: l’estrazione dei minerali per i chip dei device digitali è altamente inquinante e sfrutta la miseria delle zone più povere dell’Africa o la fame di lavoro dei cinesi meno abbienti (come hanno provato, pochi anni fa, le proteste in Cina negli stabilimenti che assemblano i componenti Apple).

 

Se queste sono però questioni “di contorno” (anche se – parafrasando McLuhan – il medium è il messaggio, soprattutto per quanto riguarda l’eBook), Baron si concentra soprattutto sui cambiamenti che il digitale sta apportando alla lettura. Innanzitutto, lo spazio: il digitale è luogo senza fisicità, dove il contenuto si stacca dal tradizionale supporto materiale su cui siamo abituati da millenni a consumarlo. Ma eliminare la fisicità ha due profonde ripercussioni sulla lettura, secondo Baron: la prima è che manca lo spazio per aggiungere a mano sottolineature o riflessioni nei margini. Sebbene ereader e iPad permettano di sottolineare, evidenziare e aggiungere commenti di testo, il contatto tra la mano e il libro non è più diretto ma mediato. La seconda riguarda la nostra memoria: la concretezza materiale del libro cartaceo ci aiuta a ricordare cosa stiamo leggendo perché lo possiamo associare con una sua parte fisica, per esempio l’inizio o la fine o un punto specifico della pagina, e perché scorrendo le pagine possiamo cercare connessioni. Senza contare che un conto è avere aperti sul proprio tavolo una decina di libri diversi, che ci permettono di saltare da una pagina di uno a quella di un altro e pescare la citazione che ci serve (anche se la dobbiamo copiare a mano), e un’altra avere mille libri su uno stesso dispositivo che ci consente però di visualizzarne soltanto uno alla volta (anche se ci consente di copiare e incollare la citazione direttamente su un altro device digitale). Infine, questa mancanza di fisicità toglie non soltanto il piacere, forse provato solo da pochi “feticisti”, di annusare e toccare il libro, ma anche il concetto di possesso del libro: l’eBook fa del libro qualcosa che gli editori digitali ci concedono in licenza (come i programmi del pc), senza che noi lo possediamo veramente. Se, come sosteneva Walter Benjamin, la riproducibilità tecnica toglieva a un oggetto culturale come il libro la sua aura sacrale, rendendolo un oggetto qualsiasi per chiunque ne possedesse una copia, l’eBook sembra essere qualcosa che possiamo solo prendere in prestito, pur pagandolo (e chiunque abbia provato recentemente ad acquistare un eBook sa di cosa parlo).

 

Parte della libreria di Jacques Derrida nella sua casa in Ris Organgis

 

Parlavo all’inizio di apocalittici e integrati, e forse guardando all’Italia le conclusioni di questo saggio possono sembrare poco comprensibili. La realtà studiata dall’autrice è infatti quella, ben diversa dalla nostra, degli Stati Uniti, dove la percentuale di eBook ha raggiunto ormai il 20% del totale dei libri letti (una percentuale simile, in Europa, è presente solo in Inghilterra). Sebbene anche negli Usa gli eBook, dopo il boom negli anni intorno al 2007 (anno dell’introduzione del Kindle), stiano rallentando, non è così improbabile che uno scenario simile si possa presentare anche in Europa o in Italia nei prossimi anni. Tuttavia, la preoccupazione di Baron è giustificata anche del fatto che negli Usa il fenomeno sta avendo importanti ripercussioni a livello scolastico: gli ultimi anni hanno visto un’impennata crescente dei prezzi per i libri di testo dei college. Poiché la crisi economica degli ultimi anni ha ridotto il budget a disposizione delle scuole, e poiché gli eBook costano meno dei cartacei, molte scuole hanno deciso di passare al libro digitale. Tornando all’esempio di Indiana University, il libro dei miei studenti è infatti composto di due parti complementari, una cartacea e l’altra digitale: quella cartacea è strutturata come un libro di grammatica, da utilizzare per apprendere i contenuti studiati in classe, compresa anche di esercizi da compilare a mano. È soltanto tramite quella digitale, tuttavia, che io in quanto insegnante posso valutare i loro compiti a casa: ogni esercizio assegnato viene infatti svolto su un apposito sito, che consente sia di lavorare con opzioni vero/falso o a scelta multipla – valutate dal computer – sia con opzioni che prevedono la scrittura – valutate da me. Inoltre, per ogni unità didattica ci sono specifiche sezioni dedicate alla pronuncia: basta attaccare le cuffie dell’iPhone per registrarsi ed essere ascoltati e valutati dall’insegnante, che a sua volta può rilasciare dei feedback scritti oppure parlati. Lo stesso sito ha poi una sezione di messaggistica per la comunicazione docente-studenti, il “gradebook” che consente di sapere quali e quanti esercizi gli studenti hanno svolto e una sezione audio-video con le puntate di una immaginaria soap-opera dedicata all’apprendimento dell’italiano. Infine, il docente ha a disposizione una pagina per pianificare il lavoro stabilendo per esempio quanti e quali esercizi, sul totale di quelli disponibili, gli studenti devono svolgere. Il libro – grazie alla sua sezione digitale – è un prezioso strumento per l’apprendimento dell’italiano.

 

Tuttavia, a livello più generale la diffusione dei device digitali trasforma le abitudini di lettura degli studenti, che si modellano sempre più su quelle che tali supporti prediligono: testi brevi, da scorrere più che approfondire, con una lettura finalizzata alla ricerca di informazioni specifiche più che all’immersione nel contesto dello stile e dell’argomento della scrittura. Testi, come quelli prodotti per essere consumati su Internet (post di blog o di Facebook, tweet), brevi, non troppo complessi, per lettori che prediligono la lettura estensiva e, in questo caso, «one-off», cioè usa e getta. Baron lamenta, da docente, come la predilezione di questi formati disabitui gli studenti alla capacità di attenzione e di pazienza necessarie per affrontare testi lunghi (“obbligando” docenti e editoria a puntare su testi sempre più brevi per non perdere tutti questi lettori, rilevanti anche da un punto di vista economico). Insomma, agli studenti verrebbe offerto, invece di un unico testo lungo da approfondire e riaffrontare, un universo frammentato di microtesti diversissimi, tutti sullo stesso dispositivo: se al libro di scuola si può accedere con lo stesso strumento utilizzato per controllare l’e-mail, aggiornare Facebook o giocare a Candy Crush, sembra suggerire Baron, non solo lo studente tenderà a paragonarlo a tali aspetti ludici, ma sarà portato – una volta omologatolo a tutte le altre app – a farsi distrarre in continuazione dagli aspetti più superficiali di tutte queste applicazioni. L’autrice cita alcuni studi che confermerebbero come il suono della notifica di ricezione di un’e-mail o di Facebook provocano il rilascio di una piccola quantità di endorfina: anche il più concentrato dei lettori non potrebbe resistere a lungo, e la diffusione di applicazioni per silenziare tali notifiche anche tra scrittori, docenti e intellettuali confermerebbe che si tratta di un fenomeno che non riguarda solo i “soliti” studenti nerd.

 

Nella prefazione l’autrice si propone di indagare quanto i produttori di device tecnologici (pc, tablet e smartphone) stiano alimentando comportamenti «not particularly healthy, either socially or psychologically», alterando «the very nature of human interaction» (p.XI): il fatto che anche alcuni degli impiegati delle principali aziende della Silicon Valley come Google scelgano per i loro figli scuole rigorosamente off-tech sembrerebbe confermare tali presupposti. Rafforzati anche dalla convinzione, dimostrata da studi neuroscientifici e cognitivisti (vedi capitolo 8, “Your brian in hyper reading”), che il multitasking – a cui questa pluralità di stimoli ci sottopone – non è sano per il nostro cervello: in generale e soprattutto per persone in età scolare, la cui attenzione si sposta (to shift) ogni secondo da una dimensione fisica a una virtuale (non è un caso che Boren citi i videogiochi come valido esempio di tipiche situazioni in cui reale e virtuale si confondono: e alcuni articoli recenti hanno dimostrato come l’Isis, come già l’esercito americano, incoraggi l’uso di videogiochi particolarmente realistici – “sparatutto” o di guerra – per l’addestramento psicologico dei suoi miliziani).

 

Concludendo, questo Words Onscreen è dunque un grido d’allarme, a dispetto delle intenzioni dell’autrice, decisamente apocalittico? No. Baron analizza con occhio scientifico il fenomeno, raccogliendo dati e studiando ricerche. A quali conclusioni giunge nel decimo e ultimo capitolo, “The future of reading in a digital world”? Innanzitutto, ammette la supremazia tecnica del medium digitale, che diventerà sempre più evoluto grazie al progresso della tecnologia. Perciò, in futuro il digitale acquisterà sempre maggiore terreno, anche in forme ibride col cartaceo (come libri che, sfruttando la tecnologia del QR code, consentono l’accesso a contenuti digitali a partire dal cartaceo). La sfida, sostiene Baron, sta a noi: poiché la forma segue la funzione, i lettori saranno sempre consapevoli che digitale e carta possono essere impiegati per scopi diversi. Tra i consigli per il futuro, dunque, non sentirsi colpevoli di leggere eBook, sforzarsi di compensare testi lunghi e brevi e, soprattutto, non presupporre che gli studenti sappiano leggere onscreen (sta ai docenti insegnarglielo) né di conoscere le preferenze di lettura degli altri solo perché usano e possiedono device digitali. Il digitale può tuttavia definire un «new normal» della lettura, in cui lunghezza, complessità, memoria, rilettura e soprattutto concentrazione si dimostreranno più impegnative che nella lettura su carta e in cui ci sentiremo più disposti ad affermare che, se le nuove tecnologie non incoraggiano questi apporti alla lettura, forse questi approcci non sono così rilevanti. Se non è questo il new normal che vogliamo, «the ball is in our court».

 

Leggi anche:

Marco Belpoliti, Perché non ricordo gli ebook.

Marco Belpoliti, Non siamo nati per leggere.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!