Weinstein il centauro e la questione del sesso

La vicenda dell’ex produttore americano Weinstein che ha molestato almeno quindici attrici ha innescato un tale dibattito pubblico, da travalicare oramai i confini dell’episodio specifico e le polemiche a margine delle scelte dei singoli protagonisti. Vi è, infatti, un elemento di attrazione archetipico nell’immagine del magnate hollywoodiano che ricatta sessualmente giovani e inesperte attrici, qualcosa che sollecita prepotentemente quelle antinomie che precedono la costituzione del nostro stesso vivere civile, come il rapporto tra libertà e coercizione, desiderio e predazione, natura e cultura. Scavando alla radice del problema, si arriva a una sorta di bivio primordiale, quello in cui a confondersi sono sesso e potere, elementi speculari di una trama indistinta che solo il patto sociale ha saputo districare, almeno apparentemente. E dunque provare a rispondere alla domanda “è stato una questione di sesso o di potere?” non è solo mero esercizio speculativo, giacché ogni politica d’intervento deve avere chiara la complessità delle sue premesse.

 

Il potere maschile

 

La maggior parte dell’opinione pubblica ha ritenuto che l’avvenimento incriminato riguardi poco il sesso, ma intrecci piuttosto il complesso meccanismo che lega violenza di genere e potere maschile. Potremmo riassumere questa idea come ipotesi culturologica: molti commentatori hanno scritto che il caso dall’ex produttore americano è l’ennesimo esempio del dominio maschile che si infiltrerebbe in ogni aspetto della nostra vita sociale e che solo un movimento di emancipazione e liberazione femminile potrebbe scalfire. Questa posizione riporta la vicenda all’interno di una cornice sociale che  – per dirla come famose parole del sociologo Bourdieu –  ha talmente assimilato la struttura inconscia fallonarcisista, da averne fatto fondamento sia della divisione gerarchica dei ruoli sessuali, che della divisione sociale del lavoro. Non si tratta di un’argomentazione nuova. Come già aveva affermato la femminista di genere Catherine McKinnon, le molestie sessuali non sono semplicemente una forma di violenza, ma rafforzano l’ineguaglianza sociale delle donne rispetto agli uomini, in quanto se una donna viene molestata è perché il suo essere donna viene considerato prima del suo essere lavoratrice. Nel suo saggio Contro la nostra volontà, Susan Brownmiller conia la famosa massima – ancora oggi ampiamente diffusa – per cui la stupro non ha nulla a che vedere con il desiderio sessuale, ma è una tattica attraverso cui l’intero genere maschile opprime l’intero genere femminile. 

 

Questa è la spiegazione che sostanzialmente sta attraversando buona parte del dibattito pubblico attorno al caso Weinstein. Eppure, tale posizione ha un profondo limite: espungere completamente il discorso sul sesso, come elemento che si colloca nella complessa linea d’intersezione tra libertà e costrizione. Il femminismo di genere, come ha scritto Camille Paglia, semplifica grossolanamente il problema del sesso riducendolo a questione di convenzioni sociali: che si riformi la società, si bandisca l’ineguaglianza fra i sessi, si riportino a purezza i ruoli sessuali, e regneranno armonia e felicità. Il femminismo, cioè, è erede del mito romantico di Rousseau, dell’idea di un’innata bontà dell’uomo, e del presupposto che aggressività, violenza e crimine sono frutto di carenze sociali. Se non vivessimo in una società patriarcale, dove la donna è sottoposta a continui soprusi e discriminazioni, episodi del genere non accadrebbero. Eppure i Paesi dove si registra il più alto numero di aggressioni sessuali sono quelli dell’Europa del Nord, tradizionalmente attenti alle questioni della parità di genere e dove le donne godono della più ampia rappresentanza politica. Inoltre, risulta difficile immaginare una personalità come Weinstein  – tra i maggiori finanziatori del Partito Democratico americano, essere stato cresciuto ed educato in una cultura patriarcale di non rispetto per le donne.

 

Altri studiosi sostengono che il problema è più sottilmente legato alla pervicace biopolitica dei corpi che pervade il nostro stesso immaginario culturale. In uno storico articolo della fine degli anni Settanta, Sandra Lee Bartky è stata tra le prime a sostenere che la femminilità è un sistema disciplinante di rappresentazioni sociali creato per esercitare potere sui corpi delle donne e far loro accettare l’autorità del maschile. Le immagini femminili esposte nei manifesti pubblicitari, nelle televisioni e nei blockbuster hollywoodiani sarebbero strutturate da un inconscio patriarcale, che posiziona la donna rappresentata come oggetto dello sguardo maschile. La donna guardata, cioè, non farebbe altro che esibire la propria femminilità di sorvegliata. Per cui, seguendo tale ragionamento, anche una pubblicità di Intimissimi diventerebbe una forma di violenza e coercizione verso canoni estetici imposti dal condizionamento sociale maschilista e ridurrebbe le donne, come ha scritto Naomi Wolf, a schiave da sacrificare sull’altare del culto della bellezza.

 

 

Esiste una bibliografia vasta e complessa sul tema, che sarebbe ingiusto liquidare a qualche riferimento. L’opinione pubblica, tuttavia, non si forma idee e convinzioni sui libri accademici; elabora una sua coscienza pratica e con questa cerca di rendere familiare e condivisibile ciò che, in realtà, è storicamente e culturalmente più complesso. Perciò, a livello di dibattito, siamo ancora fermi lì, all’idea che l’oggettivazione (o mercificazione) del corpo femminile sia un unico brodo culturale da cui poi si generano violenze e discriminazioni. Ma immaginare che esporre corpi di donne per una pubblicità di abbigliamento intimo trasformi automaticamente una società in una fucina di potenziali stupratori significa ragionare secondo facili determinismi causali. Senza considerare che in tal modo si discrimina quelle donne che liberamente decidono di usare il proprio corpo per lavoro, accusandole implicitamente di perpetuare uno schema patriarcale e di essere quindi esse stesse responsabili di una cultura della violenza e discriminazione. Nel suo famoso libro Who Stole Feminism?, Christina Hoff-Summers sostiene che quando il patriarcato e la dinamica sesso/genere diventano l’unica lente attraverso cui guardare il mondo, si rischia di creare uno steccato ideologico, una barriera da cui le donne possono attribuirsi l’autorità di indicare la giusta via dell’emancipazione femminile. Con la paradossale conseguenza che, incapaci di affrancarsi dalla prospettiva patriarcale, molte femministe finiscono per rafforzarla, come dimostrano le polemiche sessiste seguite alle denunce di Asia Argento: giacché le attrici sono donne che usano il loro corpo – bellezza, eleganza, fascino – come strumento essenziale alla loro carriera, non possono essere davvero vittime di un sistema che contribuiscono ad alimentare.

 

Utilizzare la lente del patriarcato vuol dire leggere una molestia esclusivamente nei termini di una consapevole tattica di potere per tenere sottomesse le donne e curare gli interessi del genere cui si appartiene. In tal modo, però, vi è il rischio di generare una campagna di maccartismo contro gli uomini e accrescere un clima di scontro tra sessi. Proprio in questi giorni, su Google è stata redatto un documento condiviso chiamato SHITTY MEDIA MEN che includerebbe una lista di individui appartenenti al mondo dei media e dello spettacolo che avrebbero avuto presunti comportamenti giudicati sessualmente inappropriati, dal flirt alla molestia vera e propria. Ora, sebbene sia innegabile che le strutture di potere hollywoodiane siano dominate dagli uomini e le attrici siano costrette a subire forti pressioni sociali, utilizzare il potere maschile – o patriarcato – come pass-partout concettuale finisce per semplificare le complesse dinamiche di genere che attraversano la vicenda Weinstein. In un recente articolo sul caso, la femminista Cathy Young ha ricordato che molte persone che sono state maltrattate e abusate dall’ex produttore americano – sebbene non sessualmente – erano uomini. E parecchi complici di tali abusi erano donne. Weinstein era sicuramente un uomo potente, ma come ha spiegato l’antropologa Alice Schlegel, il dominio in astratto non esiste: esiste piuttosto una ragnatela di figure dell’autorità, del prestigio e del potere distribuite spesso in maniera equilibrata e complementare tra i due sessi.

 

 

La sessualità maschile

 

Purtuttavia è difficile immaginare una Weinstein al femminile. Benché molte ricerche abbiano dimostrato che la violenza – compreso lo stupro – non è una prerogativa maschile, lo sfruttamento sessuale – o il ricatto, nel caso dell’ex produttore – sono peculiarità che appaiono raramente a sessi opposti. Per questo, la riflessione sul caso dovrebbe tenere conto del modo in cui il potere s’intreccia con la più complessa questione della sessualità, che ancora oggi costituisce da sola quell’antinomia strutturale, apparentemente insolubile, tra modo di essere maschile e modo di essere femminile. Come spiega lo psicologo cognitivista Steven Pinker, buona parte del dibattito sulla violenza carnale – dalla molestia in ambito lavorativo al ricatto sessuale sino allo stupro – è viziato dal mito del buon selvaggio, secondo cui tutto ciò che è naturale è buono, e quindi il sesso è necessariamente buono. E poiché nessuna molestia è buona, non c’entra nulla con il sesso. Ne consegue che la violenza carnale ha origine all’interno d’istituzioni sociali e non naturali. Ora, che qualsiasi forma di molestia sessuale sia una violenza per chi la subisce, è assolutamente vero – ed è sempre bene ribadirlo. Ma ciò non vuol dire che non riguardi il sesso: anche una rapina a mano armata ha a che fare con la violenza, dice Pinker, ma non vuol dire che non abbia nulla a che vedere con il desiderio di possesso. 

 

Spostando dunque la riflessione nell’ambito della dimensione sessuale si scopre una cosa ovvia: gli uomini desiderano fare sesso. La studiosa Catherine Hakim parla a tal proposito del deficit sessuale maschile. Gli studi sulla sessualità, cioè, avvalorerebbero la tesi che il bisogno maschile di attività sessuale è notevolmente superiore all’interesse femminile per il sesso. Le femministe sostengono che tale squilibrio sia una costruzione sociale frutto del patriarcato. In realtà, alcune tra le più importanti indagini sulla sessualità – e gli enormi fatturati realizzati dai prodotti dell’industria dell’intrattenimento erotico o dal mercato della prostituzione – dimostrano, secondo l’autrice, che il desiderio sessuale e la libido sono più forti nei maschi che nelle donne. Nonostante tale posizione potrebbe essere tacciata di eccessivo determinismo biologico, sicuramente ha il merito di riportare giusta attenzione alla sfera del desiderio nella sua originaria pulsione sessuale di stato di necessità – e quindi di violenza.  Sfera da cui si origina quello che Carole Pateman definisce come diritto maschile al sesso, ossia la pretesa di avere libero e costante accesso al corpo femminile. Secondo la studiosa femminista, le teorie del contratto sociale alla base delle società democratiche e liberali occidentali in realtà sono forme apparentemente istituzionalizzate per tenere la donna sottomessa e garantire all’uomo il diritto d’accesso al suo corpo. La riflessione di Pateman sembrerebbe sposarsi perfettamente con la cronaca che stiamo vedendo in questi giorni e che pare restituirci un mondo in cui le istituzioni che dovrebbero garantire il nostro vivere civile – dalla sfera della politica ai media – sono un coacervo di prevaricazione maschilista.

 

Il rischio di questa narrazione è quello di ritornare all’idea di uomini e donne come due classi  perennemente l’una contro l’altra e immaginare un intero sistema sociale esclusivamente mosso dalla necessità di affermare il suo dominio sull'altro. Rimettere al centro la questione del sesso, invece, significa sostenere che la violenza non nasce nella società: al contrario le istituzioni sociali sono l’unica difesa contro il potere della natura. Non è un caso che la crudeltà innata e prevaricatrice della sessualità emerga prepotentemente laddove viene a mancare il controllo sociale, come racconta Luigi Zoja a proposito del terribile e macabro rituale degli stupri collettivi – che lo psicanalista riconduce al mito del centaurismo – che hanno puntellato la storia maschile in situazione di guerra o in particolari stati d’eccezione.  Ribaltando il punto di vista comune, si potrebbe dire allora che Weinstein non ha usato il sesso per affermare il suo potere maschile, ma ha usato il potere acquisito per ottenere libero accesso al corpo femminile. Può sembrare un mero gioco di parole, ma in realtà questo rovesciamento cambia totalmente i termini della questione: il problema non è Weinstein come uomo ma Weinstein in quanto centauro, espressione di una sessualità maschile completamente libera di agire al di fuori di qualsiasi vincolo di civiltà. Come ha affermato provocatoriamente Camille Paglia, lo stupratore non è il prodotto di deleterie influenze sociali, ma di un’insufficienza di controllo sociale. 

 

Ribadiamo: ragionare in questi termini non vuol dire immaginare gli uomini come potenziali stupratori. Occorre sempre maneggiare con cautela il dato biologico per evitare che si ricada in un essenzialismo foriero di discriminazioni o alibi giustificatori. Ma non va dimenticato che la violenza è stata fondatrice nel rapporto tra sessi. E che in tutte le culture gli uomini sono più aggressivi, inclini alla violenza e propensi a corteggiare, sedurre e offrire favori in cambio di rapporti sessuali. Il centauro è un archetipo: modello potenzialmente lontano, ma profondamente presente nella psiche maschile. 

Per questo è giusto che si aumentino le forme di controllo e tutela all’interno di quei luoghi di potere dove la sessualità può facilmente ricadere al suo stadio presociale: dalla camera di albergo di un produttore all’ufficio di una multinazionale. Così come occorre che le donne – e in determinate circostanze anche gli uomini – prendano consapevolezza dei rischi che possono capitare nell’affrontare certe situazioni. Scrive Wendy McElroy: è chiaro che ogni donna dovrebbe avere il diritto di attraversare un parco di notte vestita come preferisce, ma il dovrebbe appartiene a un mondo utopico, un modo dove io posso lasciare la mia macchina con le chiavi attaccate al centro di New York e pensare che nessuno me la ruberà. Il problema non è quello che le donne possono fare in un mondo ideale, ma come possono accrescere la loro sicurezza in questo.

 

La politica del desiderio 

 

Resta tuttavia un problema: quello di ricostruire un terreno d’incontro tra sessualità maschile e femminile – come dimostrerebbero le migliaia di testimonianze raccolte con iniziative come #metoo o #quellavoltache. Se, nonostante decenni di liberazione sessuale, siamo ancora qui a interrogarci sulla linea da tracciare tra libertà e costrizione, è perché nel sesso non c’è mai nulla di pacificato: come ha scritto Jean Luc Nancy, in un libro dedicato al rapporto sessuale, intimare, cioè ordinare, prescrivere, ha la stessa origine di intimo, che è sempre uno spingere «in dentro», o in fondo. È chiaramente ovvio che l’educazione al rispetto della diversità tra uomo e donna sia qualcosa di auspicabile. Ma non si può pensare che censurare i cartelloni pubblicitari – o parlare di uguaglianza di genere in astratto – possa modificare gli aspetti più inconsci della sessualità o colmare la radicale dicotomia tra i due generi nella percezione della sessualità. Si può, invece, prendere spunto dal dibattito che la vicenda Weinstein ha sollevato per affrontare la questione del sesso: è soltanto nella sessualità che il maschile e il femminile sono costretti a rispecchiarsi e confrontarsi nella loro diversità.

 

Forse bisognerebbe sgombrare il campo da un discorso sull’identità sessuale da stato di guerra e accogliere l’invito della Hakim. S’insegni ai ragazzi l’arte di rispettare quello che la studiosa definisce capitale erotico femminile, piuttosto che fargli pensare che avere libero accesso alla sessualità femminile sia un loro diritto: spiegare che è molto più stimolante inventare nuovi modi per sedurre una ragazza, piuttosto che gridarle in branco per strada “dai bella, facci un sorriso”. Allo stesso tempo, si mostri alle ragazze come esprimere in maniera affermativa la propria sessualità. La sessualità deve essere intesa come una libera scelta non condizionata né dal desiderio sessuale maschile, ma neppure da un certo femminismo esclusivamente rivendicativo: un femminismo, cioè, che pretende di poter costruire da solo la propria identità sessuale, chiudendosi in una sorta di Fight Club assolutamente precluso all’universo maschile, dimenticando, come sostiene l’antropologo La Cecla, che non esiste femminilità senza relazione con la differenza maschile.

La politica del desiderio è una questione complessa e non si può puntare a istruire i generi al rispetto reciproco, se prima non s’insegna loro a gestire e valorizzare la ricchezza e i limiti della propria sessualità. Il gioco delle differenze sessuali è essenziale, ed è la base minima della socialità. Ogni tentativo di delegittimare un'inclinazione atavica, piuttosto che mediarla, sfocerà sempre in una guerra tra generi, in una presa di posizioni estreme che invece di incoraggiare il dialogo tra sessi finirà per esacerbarlo. Forse, invece di auspicare una modifica comportamentale innata che non arriverà mai, occorre domandarci in che modo poter trasformare tale gioco delle differenze in un fecondo terreno d’incontro, dove uomini e donne possano ricostruire quel patto di fiducia necessario al progresso sociale.

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