Arte, Africa, Rivoluzione

Da sinistra: Marco Scotini, Direttore artistico di FM Centro per l’Arte Contemporanea; Adama Sanneh, Direttore dei programmi di Fondazione lettera27; Simon Njami, Scrittore, Curatore, Direttore artistico della Biennale di Dakar 2016 e 2018.

 

English Version

 

A che serve l'arte? È una domanda che mi faccio spesso, dalla mia posizione di non-artista, di non-curatrice, di donna che ha messo l'impegno sociale al primo posto nella scala personale dei valori e che dalle arti visuali è attratta e al tempo stesso intimidita. È una domanda a cui ho trovato una risposta convincente (seppur parziale e non definitiva) anche grazie a Simon Njami, Adama Sanneh e Marco Scotini, che lo scorso primo aprile erano ai Frigoriferi Milanesi per parlare di arte, Africa e rappresentazioni africane.

 

Talk con Simon Njami, Adama Sanneh e Marco Scotini all’interno della mostra Il Cacciatore Bianco / The White Hunter. Memorie e rappresentazioni africane presso FM Centro per l’Arte Contemporanea, Milano. Sullo sfondo: William Kentridge, Office Love, 2001, Collezione Laura e Luigi Giordano.

 

Alle loro spalle un arazzo di William Kentridge. Dalla mia postazione posso scorgere un’installazione di Yinka Shonibare: manichini senza testa, in abiti settecenteschi realizzati in wax, scrutano i libri di una biblioteca. Sono seduta a terra, a gambeincrociate, come la maggior parte del pubblico. L’effetto è elegantemente artistico e informale.

Questa conversazione a tre rientra nel “pacchetto” di appuntamenti collegati alla collettiva The White Hunter, inaugurata il giorno prima. Una mostra di arte contemporanea africana, hanno scritto i giornali. Ma non è proprio così. Si tratta piuttosto di un progetto che fa dialogare opere tradizionali e contemporanee dal e sul continente, ma il suo focus non è su dipinti e sculture, bensì sugli sguardi incrociati e asimmetrici che nel tempo si sono scambiati cacciatori bianchi e prede nere.

 

In primo piano: Yinka Shonibare, The age of Enlightment – Adam Smith, 2008, Collezione La Gaia.  In secondo piano: Rashid Johnson, Self Portrait as the Professor of Astronomy, Miscegenation and Critical Theory at the New Negro Escapist Social and Athletic Club Centre for Graduate Studies, 2008.

 

Scotini, docente alla Naba, direttore artistico del Centro per l’Arte Contemporanea dei Frigoriferi e curatore della mostra, è il padrone di casa; Sanneh, direttore dei programmi della Fondazione Lettera 27, è stato uno dei suoi preziosi advisor nell’allestimento; Njami, con il suo curriculum strepitoso e fresco di riconferma alla testa della Biennale di Dakar, l’ospite d’onore. Scotini fa le presentazioni e mette subito le cose in chiaro: la presenza del noto curatore di origine camerunese non è un espediente acchiappa-pubblico e nemmeno un caso. C’è un gioco di date, infatti, che in questo contesto la rende particolarmente sensata. The White Hunter prende le mosse dalla prima esposizione pubblica di scultura africana mai fatta in Italia, alla Biennale di Venezia, nel 1922. Un progetto in linea con il mood europeo dell’epoca, orientato all’arte e il più possibile distante dall’etnografia, ma che non fu capito dalla stampa e dall’intellighenzia. La stroncatura che ne derivò portò alla rimozione dell’arte africana dal dibattito culturale italiano e dalle manifestazioni artistiche per un lungo periodo.

 

Per ritrovare una presenza ufficiale dell’Africa a Venezia, con un padiglione dedicato, bisognerà aspettare il 2007. A curarlo sarà proprio Simon Njami, insieme con Fernando Alvim. Check-list (questo il titolo) non viene concepita come una mostra di opere africane ma come uno spazio africano. La provenienza degli artisti passa in secondo piano rispetto ai contenuti e alla loro capacità di creare risonanze e assonanze. I lavori di Andy Wharol e Jean Michel Basquiat (Usa), Alfredo Jaar (Chile), Miguel Barcelò (Spagna), trovarono così posto accanto a quelli di Bili Bidjocka (Camerun), Ghada Amer (Egitto), Santu Mofokeng (Sudafrica)…Njami e Alvim furono investiti da un fuoco incrociato di critiche feroci e complimenti entusiasti.

 

Perché è importante ricordare il 2007 e il padiglione Africa? L’episodio sancisce, su un piano istituzionale, l’esistenza e la possibilità di un modo di guardare l’Africa e la sua creatività diverso rispetto a quello che era andato imponendosi a partire da Magiciens de la Terre, la grande esposizione realizzata al Centre Pompidou di Parigi da Jean-Hubert Martin nel 1989, con l’idea di mostrare la creatività planetaria. In pratica: il primato dell’arte sulla geografia, dell’intenzione sulla spontaneità, delle persone in carne ed ossa sul feticcio dell’autenticità africana. «Questa immagine rigida, artificiale è qualcosa di veramente nocivo», osserva Njami. «Al tempo di Magiciens de la Terre, mi sono trovato con il curatore della mostra che si occupava della sezione Africa che mi ha chiesto dei consigli per la Costa d’Avorio. Gli ho segnalato tre artisti. Successivamente lui si è lamentato: "Non mi avevi detto che questi hanno fatto la scuola di belle arti", come se ciò fosse stato un ostacolo. E allora? "Volevamo gente autentica". Ma chi o cosa può dirsi autenticamente africano? Tante mostre sono state costruite con l’obiettivo di celebrare l’autenticità africana. Ma quando la rappresentazione è trasformata in un’essenza, la nozione (arbitraria) di autenticità diventa un criterio di esclusione e non di conoscenza. Chi non soddisfa i requisiti è tagliato fuori. Anche se è un artista e magari vive in Africa».

 

Adama Sanneh è sulla stessa lunghezza d’onda. «Abbiamo dato volentieri il nostro contributo a The White Hunter perché è una mostra che non pretende di rappresentare, raccontare o spiegare l’Africa, ma si focalizza sullo sguardo, che è una questione personale e soggettiva. Suggerisce delle domande, sull’altro e in primo luogo su se stessi. Perché abbiamo bisogno di creare la diversità? Perché – per dirla con James Baldwin (molto in auge al momento, grazie al film I’m not your negro – avete/abbiamo bisogno di un negro? E che cos’è il negro se non l’ipostatizzazione del diverso?».

Nella prima sala della mostra, subito dopo avere attraversato la capanna africana interpretata da Pascal Marthine Tayou, si può vedere un film della coppia di cineasti Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, intitolato Pays Barbare. «È stato realizzato con immagini d’archivio degli anni ’20», spiega Scotini. «Scene in cui i colonizzatori, divise chiare e cappello safari, si contrappongono ai corpi nudi degli africani. Costante è il collegamento visivo tra sguardo della macchina da presa e cannocchiale del cacciatore. La telecamera dell’esploratore e il mirino del fucile in fondo hanno lo stesso bersaglio: sempre di ‘caccia grossa’ si tratta. Lo sguardo si rivela un fattore originario e imprescindibile nella costruzione dell’alterità, prima che questa si tramuti in dipendenza, subalternità e sottomissione. Ma dichiara anche la posizione dell’osservatore».

 

Il cacciatore infatti non esiste senza la preda. I ruoli, però, sono ben più intercambiabili di quanto comunemente si creda. «Conosco persone che sono andate in Africa per comprare maschere, sentendosi cacciatori», dice Njami. «Ma sono state raggirate, divenendo prede».

La dialettica cacciatore/preda, così evidente nel contesto coloniale, non è in realtà una sua prerogativa. Mutatis mutandis, si ritrova in ogni epoca, in ogni relazione con l’alterità, in ogni forma di dominio. Probabilmente non è estirpabile. Riconoscerla però assicura un vantaggio in termini di comprensione (di sé, dell’altro) e di azione. Non solo e non tanto allo scopo di invertire le posizioni, di ribaltare lo schema di potere, quanto per riuscire a creare le condizioni per non farsi prendere, sul piano fisico e su quello dell’immaginario. L’imprendibilità della preda: questa oggi è la condizione di possibilità della rivoluzione.

 

«Ragionare su questi concetti, sul senso dell’arte e su come l’immagine dell’Africa venga sistematicamente costruita e rimandata ci dà la possibilità di mettere in discussione la società che ci circonda». Con questa affermazione Adama Sanneh chiude il cerchio rispetto alla questione iniziale. A cosa serve l’arte? A cosa servono le mostre? Possiamo provare a rispondere: a suscitare domande; ad abbozzare risposte; a ricordare che dietro ogni realtà manifesta se ne trova una latente. A trasformarci, per dirla con Paul Ricoeur, in maestri del sospetto.

 

«Non è per forza questo il ruolo dell’arte, ma è una possibilità che esiste e che trovo rilevante: essere uno strumento di sviluppo per il pensiero critico. In questo modo si può trasformare la società. Inoltre il linguaggio artistico permette di affrontare tematiche che in certi contesti, quelli autoritari per esempio, sarebbero off limits. Ce lo conferma l’esperienza che stiamo facendo con il format At Work di lettera27, ideato in collaborazione con Simon: costruire spazi di dialogo e una nuova generazione di pensatori, soprattutto dove ciò non è scontato». Ed è anche quello che The White Hunter si propone con il suo percorso espositivo, orientato alla decostruzione dello sguardo e delle parole chiave che ricorrono in ogni discorso sull’Africa. In un momento in cui il continente viene dichiarato “di gran moda” da tutti i media mainstream, in cui il mercato dell’arte comincia a coccolare i creativi africani, il primo passo è mettere da parte le mode e ricominciare a farsi domande. Dal dubbio comincia la rivoluzione.

 

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