Biografia plurale. Virginia Ryan 2000–2016

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Se il mondo non è stato creato per finire in una mostra, possiamo però tentare di partire da una mostra per capire qualcosa di più del mondo: si tratta non solo di guardare all’arte, ma di guardare attraverso l’arte.

Questa è stata l’ambizione del progetto curatoriale che a Palazzo Lucarini espone l’opera di Virginia Ryan, artista che dal 2000 al 2015 ha vissuto fra Ghana e Costa d’Avorio. Quindici anni sono un periodo considerevole nella vita di una persona; Virginia non è l’artista globetrotter che fa progetti site-specific mordi e fuggi, ma non è neppure un’artista stanziale, che mette radici in un luogo: come lei stessa dice, la sua è la vita di una “nomade riluttante”.

 

Australiana di origine irlandese, Virginia ha vissuto in Scozia, si è sposata in Italia e si è trasferita poi – con il marito ambasciatore – in Egitto, Iugoslavia e Brasile, per arrivare infine in Ghana e Costa d’Avorio: il suo è un viaggio che dura una vita, un soggiornare nel viaggio.

Esistenza singolare, ma non unica, la vita di Virginia può essere vista come una biografia culturale che incrocia e condensa, con la forza simbolica della sua opera, il carattere diasporico dell’esistere contemporaneo. Proprio per questo, la sua è una biografia plurale: una e molteplice, interseca le vite degli altri.

L’arte di Virginia Ryan nasce da un’urgenza esistenziale, che le consente di sfuggire sia al formalismo decorativo che all’astrazione concettuale: è lo strumento con cui cerca di fare ordine nella propria vita, di tenerla insieme per andare avanti, senza nessuna nostalgia delle origini. La sua percezione artistica del mondo le consente di orientarsi, fare senso, mappare la realtà. La sua opera traccia un diario visuale che produce prove del proprio passaggio e ne serba memoria: dà forma alla sua esistenza, offrendo dei punti di ancoraggio a una vita di spostamenti che le impongono di ricominciare sempre da capo.

 

Ph: Virginia Ryan, Installation view, Palazzo Lucarini 2017, courtesy of the artist.

 

La sua predilezione per gli assemblaggi e i fotomontaggi, per gli objet trouvé e i materiali deperibili e riciclati, dialoga con la storia dell’arte, ma muove da un’esigenza interiore e dalle esperienze del suo periodo africano. Davanti alla fragilità della vita, alle lacerazioni che attraversano la realtà, al tempo che tutto inghiotte e cancella, il lavoro di Virginia Ryan prende la forma della raccolta paziente, della ricucitura che non nasconde le cicatrici, di un’arte della memoria che altera, con strappi e cancellature, ciò che vuol salvare.

I titoli di molte sue opere lo enunciano con chiarezza: Landing to Accra (2002), Exposure (2001-2005), Castaway (2003-2008), Topographies of the Dark (2007-2008) muovono dal senso di precarietà e spaesamento di chi deve confrontarsi quotidianamente con la diversità culturale e la disuguaglianza sociale, con il rischio di perdersi e la volontà di ritrovarsi, cercando di spostare sempre un po’ più in là il confine fra il familiare e l’estraneo.

In questo lavoro di bricolage si compongono così ogni volta spazi stratificati di senso, zone di contatto e frizione fra forme di vita diverse. Così accade ad esempio nel frequente richiamo all’oceano che percorre le sue opere, dove si sovrappongono il relax balneare degli occidentali e della borghesia locale, la memoria della tratta, l’inquinamento petrolifero e il mondo dei morti dei popoli del Golfo di Guinea.

 

Ph: Virginia Ryan, Goldfield, Kumasi 2002, courtesy of the artist.

 

Virginia Ryan non muove i suoi passi in Africa dai margini, ma dal mondo elitario degli expat occidentali. Lì però Virginia non si ferma, né si nasconde: si dichiara apertamente e, nell’esporsi senza mascheramenti, lavora riflessivamente su sé stessa, dentro la rete delle relazioni sociali che imbrigliano il suo sguardo. Cerca di smarcarsi dalle identità che le vengono assegnate, muovendosi dall’una all’altra per guadagnare uno spazio di manovra: fa valere la propria origine australiana per sottrarsi all’ufficialità del suo ruolo di moglie dell’ambasciatore italiano, riprende le sue ascendenze irlandesi per porsi dal lato dei popoli colonizzati, negozia, in un mondo molto maschile, la sua identità femminista.

 

Exposure. A white woman in West Africa, è da questo punto di vista un’opera molto significativa. Fotografata da amici, dipendenti e passanti, Virginia appare nelle sue attività quotidiane ad Accra. La vediamo dal parrucchiere e dal massaggiatore, intrattenere gli ospiti a feste e ricevimenti, partecipare a una trasmissione televisiva, fare la spesa al supermarket o in ospedale con la malaria. “Is that everybody’s dream of Africa? … Non sembra un’Africa da sogno?” – scrive nel catalogo – ma è in realtà la vita di molti occidentali in Africa.

Gli scatti la ritraggono regale, curata e sorridente: bionda e bianchissima con tanti neri intorno. Niente di più o di diverso dalla banale quotidianità (un reportage quasi-etnografico sulle “tribù dei bianchi”) ma restituita sotto una luce diversa, quella che illumina il colore, attraverso l’introduzione di uno scarto minimo che mette in tensione chi guarda, generando un effetto perturbante.

 

Ph: Virginia Ryan, Detail, 'I Will Shield You' series 2016, courtesy of the artist.

 

Quel che ci turba nelle fotografie di Virginia Ryan è l’immagine urtante della nostra normalità escludente: l’eredità coloniale che ancora cova nelle pieghe del quotidiano rapporto tra bianchi e neri.

Se la visibilità di Virginia diventa imbarazzante è perché in queste foto i bianchi perdono quel “privilegio dell’invisibilità” – come dice l’antropologo Steven Feld – di cui gode chi occupa una posizione egemonica e non è costantemente rimandato al colore della propria pelle come a un problema.

Sovraesposta sotto lo sguardo dei neri, Virginia fa l’esperienza della propria vulnerabilità: “I have been told that the Ghanian twi word for Whites, Obroni, actually means not pale-skin, but ‘without skin’ – or at least that this is one of the possible meanings. It shocked me when I heard that. Can that be true? Is that how I look? Like some sort of skinned, peeled, ghost-like apparition, whilst they look so round and succulent?”. Quello che qui appare, non è tanto l’altro vittimizzato dalla discriminazione razziale, ma quello che le resiste, che afferma l’autonomia del proprio sguardo.

 

Ph: Virginia Ryan, The Rue Du Commerce, 2013, courtesy of lettera27 art collection.

 

 

Lo sguardo di Virginia Ryan, come quello di tutti noi, non è scevro da presupposti etnocentrici, ma non coltiva gli stereotipi esotizzanti che eredita dalla propria cultura: l’Africa che ritroviamo nelle sue opere è un’Africa post-nostalgica, urbana e contemporanea, in cui le ultime tracce di un esotismo estenuato si consumano nell’ironia. Qui forse conta anche il fatto che Virginia sia una donna: l’Africa oggetto di uno sguardo concupiscente, vergine, terra di scoperta e di conquista, è il prodotto di un immaginario occidentale maschile.

 

Virginia è lontana dalla retorica del viaggio e della scoperta, quella di un’immediata presa di possesso, come se nessuno ci fosse passato prima, come se gli africani non avessero da sempre già prodotto un sapere e delle immagini di se stessi. L’arte di Virginia va piuttosto nella direzione di un lavoro di ri-mediazione degli artefatti culturali che mediano il senso locale della realtà: arte, media, pubblicità, cultura di massa. Il suo accesso alla realtà è filtrato dalle immagini che si producono o circolano localmente, la sua autorialità artistica si innesta sulla creatività culturale degli altri. Quello su cui lavora sono allora i poster consumati dal tempo dei cinematografi di Grand Bassam, che lei assembla e ridipinge (L’Histoire Sans Fin, 2014) o le foto delle persone che trova negli archivi destinati al macero dei fotografi ivoriani, che poi stampa su lunghi rotoli di tessuto; oppure ancora i dipinti scultorei creati assemblando oggetti trovati sulla spiaggia, resti materiali di vite vissute (Castaway 2003-2008) o le fotografie ridipinte dei grandi manifesti pubblicitari che costellano i principali snodi di Abidjan (Selling Dreams 2012-2014).

 

Ph: Virginia Ryan, Found photographs from Grand Bassam, installation Spoleto, courtesy of the artist.

 

L’opera di Virginia assume così il carattere di un lavoro intermediale, fatto attraverso le cose e le immagini che tessono la trama della realtà. Qui i confini fra il reale e l’immaginario, il proprio e l’altrui, l’individuale e il collettivo, tendono a confondersi, ma non a svanire: da un lato questo lavoro di ri-mediazione autoriale indebolisce il nesso con il contesto di partenza, ma dall’altra non arriva mai a cancellare l’intenzione comunicativa che era alla base dell’artefatto originario.È questo il motivo per cui accade che con le opere di Virginia Ryan non solo sentiamo di guardare, ma anche di essere guardati, di poter guardare non solo all’arte ma anche attraverso l’arte.

 

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