La questione della libertà artistica

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Organizzato dal 3 al 5 dicembre 2015 presso il centro artistico Darb 1718, il workshop AtWork Cairo, condotto da Simon Njami, ha coinvolto studenti d’arte e giovani talenti creativi del luogo. Il workshop si è tenuto durante la Biennale Off del Cairo “Something Else”, da cui ha tratto il tema, ed è stato facilitato dalla docente d’arte della American University del Cairo, Heba Amin. Artista e attivista culturale, Heba è anche una degli ideatori dell’azione sovversiva condotta lo scorso autunno contro il razzismo della serie TV statunitense Homeland, che ha acceso sulla stampa internazionale un vasto dibattito sulla rappresentazione razziale nei media occidentali. Abbiamo chiesto a Heba di condividere con noi il suo pensiero sulla condizione dell’espressione artistica e creativa in Egitto e sul ruolo del workshop AtWork in questo contesto. Buona lettura.

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Heba Y. Amin, ph. Martin Schwarz

 

 

 

Alla vigilia del quinto anniversario della rivoluzione del 25 gennaio, il governo egiziano ha espresso un chiaro messaggio politico attraverso una serie di azioni intimidatorie. La recente chiusura, da parte del governo, della Townhouse Gallery, uno dei centri d’arte contemporanea più attivi e importanti del Paese, è un’ulteriore conferma del fatto che gli artisti egiziani sono soggetti a leggi che censurano e reprimono la libertà di espressione, in nome di un’ambigua definizione di concetti come moralità e decenza. Il fatto che l’arte sia ritenuta una minaccia per lo Stato è evidente dalla rigidità delle leggi che ostacolano l’espressione creativa. Alla legge è delegato il compito di vigilare sull’ordine pubblico e difendere i principi morali di una società il cui governo funge da depositario del pensiero creativo e dell’opinione pubblica. Queste leggi, ovviamente, sono soggette a interpretazione e formulate in maniera volutamente ambigua, così da massimizzare il controllo. Secondo una recente ricerca sulla censura, l’applicazione delle leggi sulla libertà artistica in Egitto “contravviene perfino ai limiti ammissibili alla libertà di espressione previsti dalla normativa internazionale sui diritti umani”[1].

 

Gli artisti egiziani non solo devono far fronte alle limitazioni imposte dal governo, ma diffidano in misura sempre maggiore delle istituzioni culturali straniere presenti sul territorio. Si tratta di una “paranoia postcoloniale”[2], come sostiene il curatore egiziano Omar Kholeif, o di una maggiore consapevolezza dell’importanza degli artisti mediorientali e africani sulla scena artistica internazionale, soprattutto occidentale. Inquadrati il più delle volte all’interno degli eventi legati alla rivoluzione, gli artisti egiziani si chiedono se le loro opere non siano in fondo dettate da istituzioni straniere e si interrogano su come elaborare una pratica artistica libera da condizionamenti istituzionali, che rifletta in maniera più autentica la propria realtà e i propri interessi.

 

As Birds Flying, 2016 (video). Foto di Heba Y. Amin. Alla fine del 2013, le autorità egiziane hanno catturato una cicogna sospettata di spionaggio a causa di un dispositivo elettronico applicato a una zampa. "As Birds Flying" documenta l’assurdità della rappresentazione mediatica in Egitto, che ha trasformato un uccello nel simbolo di una paranoia nazionale.

 

 

Gli egiziani sono alle prese con la riappropriazione della propria storia

 

Confrontandosi con il loro recente passato, gli egiziani riscoprono storie scomparse dalla memoria collettiva. I movimenti non sono stati adeguatamente documentati, intere opere sono state distrutte, l’architettura dimenticata e il pensiero critico ridotto al silenzio. Queste storie vengono nuovamente rivisitate grazie, in parte, all’impegno di iniziative artistiche e istituzioni culturali locali che cercano soluzioni in grado di superare i vincoli imposti dal Ministero della cultura egiziana e i confini delle istituzioni formative. Sempre più di frequente, opere indipendenti e underground si fanno strada al di là dei circuiti artistici e intellettuali egiziani.

 

Lo spazio e l’importanza riconosciuti all’educazione artistica in Egitto sono minimi. L’arte contemporanea e la critica sono per lo più assenti dalla programmazione accademica. Non sorprende, dunque, che gli artisti dell’avanguardia egiziana, ad esempio, abbiano avuto un ruolo inesistente nella formazione artistica degli studenti odierni. Solo nel 2015 un’importante conferenza sul movimento surrealista egiziano ha presentato per la prima volta un’importante ricerca su un movimento artistico locale altrimenti destinato all’oblio[3]. Molti giovani artisti in Egitto oggi contano principalmente sul supporto di istituzioni culturali indipendenti, che offrono workshop, seminari, proiezioni e spazi espositivi. Sta prendendo forma un nuovo dibattito artistico e critico, una pratica riflessiva che, nella maggior parte dei casi, non ha luogo nelle nostre università.

 

Darb 1718 Centro d'arte e cultura contemporanea al Cairo

 

 

Quale spazio occupa la formazione artistica in un contesto ostile alla creatività?

 

Alla fine del 2015, la Biennale Off del Cairo ha lanciato Something Else, un evento artistico della durata di un mese nato con l’obiettivo di diversificare e ampliare il contesto dell’espressione artistica in Egitto. Something Else cerca di stimolare il dibattito artistico e renderlo più accessibile. Punta a ridefinire il pubblico dell’arte, inondato dall’immaginario culturale e artistico di un passato fortemente disconnesso dal presente, promuovendo espressioni capaci di riflettere le sfaccettature della realtà contemporanea egiziana. L’iniziativa si fonda su un principio di inclusività e, come suggerisce il titolo, sulla proposta di qualcosa di diverso rispetto a ciò che già esiste. Il progetto intende innescare un cambiamento o uno slittamento nel modo in cui viene presentata e percepita l’espressione artistica in Egitto, soprattutto alla luce della recente rivoluzione che ha avuto luogo nel Paese.

 

A dicembre 2015, insieme a sei miei studenti dell’American University del Cairo e ad altri giovani artisti locali, sono stata invitata a partecipare a un workshop organizzato durante la Biennale Off del Cairo presso il centro artistico e culturale Darb 1718, fondato da Moataz Nasr. Condotto dal curatore di fama internazionale Simon Njami, AtWork fornisce una serie di strumenti utili per trasformare la società in cui viviamo, proponendo un modello di apprendimento che punta a cambiare il futuro attraverso il recupero di competenze fondamentali. Il workshop propone un metodo alternativo che favorisce il dibattito e il pensiero critico. Il modello è apparentemente semplice: interrogandosi e confrontandosi tra loro, i partecipanti elaborano idee che prendono forma all’interno di un taccuino. Con l’andare avanti del workshop, la complessità del suo approccio diventa sempre più evidente, attraverso un rigoroso processo di provocazione e messa in discussione di sé. L’obiettivo è quello di allargare i confini del pensiero, offrendo ai partecipanti nuove possibilità di brainstorming creativo da utilizzare nella propria pratica artistica.

 

AtWork workshop presso Darb 1718 centro d'arte e cultura contemporanea al Cairo, ph. Luca Dimoon

 

 

Com’è possibile, per spazi indipendenti, favorire il processo creativo in un Paese dove il pensiero critico è, di fatto, scoraggiato?

 

Perché questo è importante in Egitto? AtWork consente agli artisti di guardare nel proprio intimo e raccontare qualcosa di sé. Offre uno spazio dove potersi esprimere apertamente e onestamente in un momento in cui agli egiziani viene detto che le loro voci non contano. Le loro voci, invece, contano eccome. Secondo le Nazioni Unite, l’espressione artistica è “una componente fondamentale dello sviluppo umano”[4]. È dunque riconosciuta tra i diritti umani. In un momento in cui le autorità minacciano i cittadini, distogliendoli dal porre domande, e utilizzano la censura per esercitare un controllo sul funzionamento della società, è più importante che mai avere una piattaforma che favorisca l’espressione creativa e la riflessione critica. Sta proprio in questo la forza delle iniziative come AtWork, che evidenziano con chiarezza il cuore del problema. Queste iniziative offrono semplicemente uno spazio aperto al pensiero critico e alla sperimentazione, che tuttavia assume un’importanza cruciale in società sempre più ridotte al silenzio.

 

 

 

[1] Ezzat, Ahmed, Sally Al-Haqq e Hossam Fazulla. Censors Of Creativity: A Study Of Censorship Of Artistic Expressions In Egypt. Cairo, 2014. Web, 15 gennaio 2016.

[2] Kholeif, Omar. "Writing The Canon: Notes On Art Education In Egypt". Newmuseum.org, 2012. Web, 15 gennaio 2016.

[3] Stock, Alexandra. “The Egyptian Surrealists in Global Perspective”. Ibraaz, 23 dicembre 2015. Web, 16 gennaio 2016.

[4] Ezzat, Ahmed, Sally Al-Haqq e Hossam Fazulla. Censors Of Creativity: A Study Of Censorship Of Artistic Expressions In Egypt. Cairo, 2014. Web, 15 gennaio 2016.

 

 

 

 

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