La sua Africa. Conversazione con Wole Soyinka

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Dell'Africa si parla quasi sempre in funzione di ciò che è, o è stata, per l'Europa. Per alcuni l'Africa rimane un oggetto del desiderio, per altri una massa di terra indefinita in perpetua via di sviluppo, per molti una riserva inesauribile di risorse naturali ed economiche da sfruttare. Per quasi tutti, poi, ha assunto il volto dei migranti che attraversano il Mediterraneo e 'sbarcano' sulle nostre coste in cerca di rifugio, democrazia e una vita migliore.

 

Ma quante volte stiamo ad ascoltare quello che l'Africa e la sua gente ha da dirci? Intenti a raccontare solo una versione parziale della storia, la nostra, non troviamo il tempo di stare a sentire le tante voci di un continente variegato e complesso, formato da 54 stati-nazione e da un numero ben più elevato di popoli.

 

Una delle voci più potenti dell'Africa è quella di Wole Soyinka, nigeriano yoruba, classe 1934, artista poliedrico e intellettuale impegnato, primo premio Nobel africano per la letteratura, nel 1986. In occasione delle sue visite autunnali in Italia − al Festivaletteratura di Mantova, dove ha discusso con Romano Prodi del ruolo dell'Africa nel futuro del mondo, e al summit fiorentino sulla pace Unity in Diversity − Soyinka, col suo inconfondibile timbro da baritono, ci ha raccontato la sua vicenda di scrittore e drammaturgo, di intellettuale africano cosmopolita, di voce della coscienza nazionale nigeriana, di esule inviso al regime, delle sue origini e della sua eredità artistica e politica, della funzione dell'arte nell'epoca di Boko Haram e del clima di paura scatenato dal terrorismo globale. Punto di partenza rimane l'arte, il teatro, che è palcoscenico di vita, luogo privilegiato di resistenza.

 

Wole Soyinka

 

Alessandra Di Maio: Lei è nato ad Abeokuta, nel cuore della regione yoruba. La millenaria cultura yoruba ritorna sempre nelle sue opere, soprattutto in quelle teatrali, in cui le vicende delle innumerevoli divinità del pantheon locale, gli orisha, e della vecchia aristocrazia si mescolano a quelle della vita metropolitana degli area boys, i ragazzi di strada di Lagos. È accurato dire che la sua visione del mondo è essenzialmente yoruba?

 

Wole Soyinka: La mia prospettiva sul mondo è indubitabilmente, profondamente yoruba. Sono cresciuto in un ambiente pervaso di teatro. Sulle strade della mia città, Abeokuta, da bambino vedevo sfilare i cortei degli egungun, le maschere ancestrali yoruba. Processioni religiose e secolari riempivano le piazze pubbliche, i mercati. Poi c’erano i riti, le festività stagionali delle divinità tradizionali. Quando cominciai ad andare a scuola e m’imbattei in un altro tipo di teatro, tutto divenne un continuum nella mia mente e cominciai a sperimentare.

 

ADM: In alcune sue opere le divinità yoruba diventano un tutt'uno con quelle greche. È il caso del protagonista Dioniso/Ogun nella sua riscrittura delle Baccanti, che alla fine assume finanche le sembianze di Cristo. Sarebbe bello se riuscissimo a fare funzionare questa magia anche nel mondo reale, se riuscissimo a far convivere le religioni e offrire soluzioni sincretiche alle società, come avvenne quando gli orisha furono trasportati nel Nuovo Mondo, dando vita a candomblé, santeria e altre religioni sincretiche. Tuttavia quello che sta accadendo oggi in Nigeria e nel resto del mondo sembra procedere in direzione opposta.

 

WS: Il Brasile, Cuba, Porto Rico, la Colombia sono solo alcuni tra i paesi nei quali ha avuto luogo nel corso dei secoli un fenomeno di sincretismo religioso tra gli orisha, provenienti dall'Africa occidentale, e i santi della chiesa cattolico-romana. Ma purtroppo oggi non c’è religione che non abbia subito una qualche forma di regressione. Non c’è religione che non annoveri tra le fila dei suoi adepti teste ermeticamente chiuse − cui, attraverso l’indottrinamento, è stato fatto un bel lavaggio del cervello − che tuttavia passano per grandi menti. Ebbene, cosa ne sanno loro del Brasile, tanto per cominciare, quando considerano ogni altra religione un insieme di defecazioni sul libro di Dio? Come trovare un terreno comune con persone per le quali il dono divino del pensiero è un’azione empia, una mancanza nei confronti della fede che gli è stata inculcata nel cervello dalla nascita, una garanzia di perdizione eterna? Come si può avere a che fare con gruppi e sette per le quali i pilastri della saggezza si realizzano esclusivamente sotto forma di colonne di fuoco?

 

ADM: Le notizie che arrivano dalla Nigeria sono sconfortanti. La religione e il terrorismo sembrano tenersi per mano, mentre il petrolio rimane l’osso da spolpare. Che cos’è Boko Haram? Cosa vogliono i suoi adepti? Come sono legati tra di loro la religione, il terrorismo e gli interessi economici in Nigeria?

 

WS: Lo scenario è complicato, è un misto tossico di fondamentalismo religioso, arroganza politica e sete incontrollata di risorse petrolifere. Alcuni politici corrotti e senza scrupoli hanno imparato a manipolare l’estremismo religioso. Non dobbiamo poi dimenticare che la storia coloniale gettò i semi della distruzione futura, poiché gli inglesi, preparandosi a lasciare il paese, non solo falsificarono le prime elezioni democratiche ma anche il censimento, passando il potere deliberatamente a una sezione della popolazione che era feudale per storia e per orientamento, mettendole in testa la convinzione di essere protetta da Dio e di potere dunque rimanere perpetuamente al potere. È questa la risacca che circola sotto la superficie solo all’apparenza placida dei compromessi politici. I finanziatori di Boko Haram non si sono fatti scrupoli a coinvolgere organizzazioni terroristiche internazionali come Al Qaeda, mandando i loro fanti ad addestrarsi, per poi scatenarli contro la nazione intera. Politica e indottrinamento fondamentalista: ecco la ricetta perfetta per l’anomia sociale.

 

ADM: Pensa che la comunità internazionale sia in parte responsabile di ciò che sta accadendo in Nigeria?

 

WS: La comunità internazionale farebbe meglio a occuparsi di quello che sta accadendo in Nigeria. Perché quello che sta succedendo non riguarda soltanto la Nigeria, va ben al di là dei suoi confini nazionali. E non mi riferisco semplicisticamente ai colpi di testa farneticanti, seppure potenzialmente letali, come quello del giovane Abdutallab, che qualche anno fa stava rischiando di far saltare in aria un aereo con l’esplosivo nascosto nelle mutande.

 

ADM: Lei è da sempre impegnato in prima linea per il suo paese. Ha dedicato la vita alla ricerca di un ideale universale di giustizia che possa realizzarsi in patria e travalicare i confini nazionali. Che tipo di relazione esiste tra arte e politica? Sono complementari o si ostacolano a vicenda?

 

WS: Sono complementari, si contraddicono, si ostacolano, si esasperano a vicenda, si fanno i dispetti e si serbano rancore, si soffocano, si sabotano, ognuna delle due complicando le rivendicazioni e il senso di immediatezza dell’altra, entrambe contendendosi il primato, ognuna con la presunzione di essere la più importante, la più urgente, quella che ha esigenze più pressanti. Trasformano tutto il mio essere in una zona di guerra. Per fortuna, riesco comunque a tenere sotto controllo i loro attacchi tumultuosi e, alla fine, riesco persino a trovare un accordo con le anomalie e la tolleranza impietosa dei loro tessuti ai quali immancabilmente finisco per aderire. Sono arrivato alla conclusione che mi si può annoverare tra i santi non riconosciuti della professione letteraria.

 

Chriss Aghana Nwobu, Collective Conscience, 2015, courtesy of the artist

 

ADM: Nelle sue opere vi è sempre la consapevolezza di essere africano, non solo nigeriano. I riferimenti al Sud Africa, per esempio, sono continui, non solo nella saggistica ma anche nella poesia. Penso per esempio alla raccolta di poesie Mandela’s Earth. Si tratta di una consapevolezza acquisita o innata?

 

WS: Naturalmente è stata acquisita, anche se in età precoce, attraverso l’interesse e la voglia di conoscere il resto dell’Africa. Ma l’Africa costituisce solo una delle zone con la cui umanità mi identifico. È quella con cui logicamente mi identifico di più, per forza di cose, ma non l’unica. La mia tendenza è quella di intervenire attivamente, in ambito letterario e politico, con la stessa misura di indignazione e di impegno, a favore di tutte le vittime delle atrocità che colpiscono i nostri simili, non importa dove avvengano, se nell’ex Jugoslavia, in Cecenia, in Palestina, nei Caraibi, in Nord Corea (il paese con i campi di prigionia più grandi della storia) o nel mattatoio che è attualmente diventata la Siria. Il mio impegno con Cities of Asylum, il network internazionale che offre rifugio a scrittori perseguitati provenienti da tutto il mondo, è soltanto un’espressione fisica e concreta dei miei interventi riparatori.

 

ADM: Anche l’esplorazione dei rapporti tra il continente e la diaspora africana mi pare una parte importante della sua visione artistica e del suo programma culturale. 

 

WS: La presenza africana nel mondo costituisce un campo accademico di grande interesse, non semplicemente un impegno emotivo per le popolazioni nere. La storia dell’Africa non può essere separata da quella della sua diaspora, che ha avuto luogo in tutte le parti del mondo, né da quella di tutte le altre dispersioni cui è stata sottoposta l'umanità nel corso dei secoli. Tuttavia, è una storia che presenta un fascino particolare per tutti gli africani, perché è la loro storia, ed è una storia che anno dopo anno si ripresenta al loro cospetto con segni indiscutibili di soppressione e di distorsione massiccia. Il mio interesse all'argomento non è finalizzato a evocare sentimenti negativi o accusatori. Si tratta, piuttosto, di una passione da studioso che si interroga, volta dopo volta, su cos’altro è stato taciuto e perché. Ogni volta è l’istinto ri-creativo ad avere la meglio: riportiamo alla memoria, mi dico, questi affluenti nascosti, sottovalutati, ostruiti del grande fiume della civiltà umana. Non c’è niente di straordinario nel volerlo fare. Nel mio ultimo libro, Dell'Africa (Bompiani, 2015), parlo dei tanti percorsi della diaspora, anche dei meno battuti. Ho studiato molto la diaspora, a partire dalla tratta degli schiavi trans-sahariana, che ha ricevuto scarsa attenzione da parte degli storici rispetto a quello che invece meriterebbe, fino ad arrivare alla narrazione eroica della presenza africana nel mondo arabo, per esempio in paesi come l’Iraq, di cui non si parla quasi mai.

 

ADM: Nonostante mantenga più residenze su diversi continenti, la Nigeria per lei è, e continua a essere, casa. Sembra che lei rimanga inesorabilmente innamorato del suo paese, nonostante non sempre il suo paese sia stato generoso con lei. Mi colpisce sempre moltissimo constatare come quest’amore sia corrisposto in maniera tangibile dalla gente, quanto i suoi connazionali la rispettino, la venerino, quanto contino su di lei. In tutta onestà, non mi è difficile capire perché la sua gente la ami e la consideri un punto di riferimento. Mi è più difficile comprendere come sia possibile che lei sia ancora tanto innamorato di un paese che le ha causato così tanti guai, che l'ha incarcerato, messo in isolamento, condannato a morte con tanto di taglia sopra la testa, costretto all'esilio, per non parlare degli attacchi alla sua persona e alla sua famiglia, alla violazione di proprietà privata, e chi più ne ha, più ne metta.

 

WS: Vuole la verità? Gliela dico. Non sono innamorato della Nigeria. Accetto semplicemente il fatto che sia un’entità alla quale appartengo. Ecco tutto. Non si tratta nemmeno di un rapporto odio-amore. Non ho alcun rapporto sentimentale con le nazioni. Anzi, credo piuttosto che le nazioni costituiscano il peggiore crimine contro l’umanità di cui, paradossalmente, è colpevole tutta l’umanità, che pure, commettendolo, va contro sé stessa. Non mi chieda cosa ci dovrebbe essere al posto delle nazioni, perché non lo so. Sono solo convinto che, considerato il livello avanzato raggiunto dalla mente umana, considerato cioè che è stata l’intelligenza collettiva a portarci nello spazio con un biglietto di andata e ritorno, l’umanità avrebbe potuto fare di meglio in fatto di formule sociali. Uno dei miei slogan preferiti è: Lasciate che muoiano le nazioni e che esista l’umanità. Il crimine denominato 'Nazione’ è surclassato soltanto dalla Religione – non parlo di spiritualità, precisiamo!

Comunque, per ritornare alla Nigeria: è alla sua collettività umana, di cui faccio parte, che rimango fedele. Si tratta di una fedeltà che si esprime in maniera critica e talvolta perfino con aperta ostilità. È molto, molto difficile non odiare, o anche solo disprezzare, alcune parti di ciò che si auto-definisce ‘nigeriano’. D’altro canto, la stessa cosa si può dire di qualsiasi altra nazione al mondo. Ci sono volte in cui vorrei che l’area geografica che porta il nome 'Nigeria' evaporasse nel nulla. Allora, quando mi capitano questi momenti, mi trascino verso la foresta e mi tengo compagnia con i suoi amati abitanti, talvolta prendendo parte a lunghe battute di caccia insieme ai cacciatori tradizionali. Ultimamente, a proposito, mi è venuta una gran voglia di portare il fucile a fare due passi nella foresta, spinto dal caos scoppiato nella nazione a causa di alcuni fondamentalisti scervellati e di certi opportunisti politici che ce li hanno scatenati addosso. Mi immagino di trovarmeli tutti di fronte, nella foresta, dall’altra parte della doppia canna. Ripensandoci, dopo tutto, non credo di avere le qualifiche necessarie alla santità!

 

Chriss Aghana Nwobu, The Rich Also Cry (from the series Masked Burden), 2012, courtesy of the artist

 

ADM: A fronte del caos descritto, la Nigeria rimane una fucina d'arte tra le più produttive al mondo. Nollywood ha un indotto economico più alto di Hollywood e, nonostante nel mondo si proclami la morte del libro e la fine della letteratura, la Nigeria continua a sfornare un talento letterario dietro l’altro. Chimamanda Ngozi Adichie, Lola Shoneyin, Chris Abani, Uzodinma Iweala, Teju Cole, Okey Ndibe (tutti tradotti in italiano) sono solo alcuni dei nomi che vengono in mente. L’arte del raccontare è un dono divino elargito ai nigeriani, oppure pensa che ci sia un’altra ragione a spiegare questo successo – per esempio, può darsi che sia vero quello che si dice, che la letteratura fiorisca in tempo di crisi?

 

WS: Eh sì, questo è stato uno dei fenomeni che più ha rinvigorito la mia generazione: guardarsi attorno e vedere che non c’è sterilità, non c’è vuoto, non ci sono iati. Forse questo spiega anche perché vi sia stato un declino nella produzione artistica della mia generazione, sotto sotto impegnata ad auto-compiacersi. Ma che importa! Sono in tanti, veramente in tanti, a produrre letteratura eccellente, soprattutto le donne. Viene voglia di rivendicarli tutti come allievi, anche quelli mai conosciuti personalmente! Quale sia la causa di tanta creatività, specialmente in rapporto agli altri paesi africani? C’è qualcosa nei nigeriani, ovunque si trovino nel mondo, che sollecita in loro il bisogno di rispondere alle cose in maniera strutturata, qualsiasi sia il modo prescelto. Qualche volta si tratta di una risposta che fa contorcere di rabbia, disgusto e imbarazzo. In altre occasioni, invece, si esprime in modo creativo – Ogun sia lodato!

Ah, l’evocazione mi ha fatto venire in mente un’altra cosa. Può darsi che sia stato questo medesimo impulso ad aver fatto sì che la nostra spiritualità originaria si trasferisse e si trapiantasse nel Nuovo Mondo? Forse la responsabilità ricade sul ricco retroterra mitologico che si estende dalla regione occidentale yoruba verso est, attraversando tutta la zona del Delta, fino ad abbracciare la regione igbo, una fascia di terra che condivide una lunga tradizione di racconti orali e narrazioni epiche? Sia stralodato Ogun – dieci e lode a Ogun!

 

ADM: Sempre sia lodato Ogun! A questo proposito, la domanda è inevitabile: ci spiega meglio chi è Ogun e che rapporti intrattiene con questo orisha, con il quale, si dice, ha un legame profondo?

 

WS: La difficoltà di una domanda del genere sta nel fatto che, come dicevo prima, non credo nella Religione. Tuttavia sono solidale nel riconoscere l’esistenza e la validità delle intuizioni dello spirito, che coincidono con la capacità dell’uomo di andare oltre ciò che è materiale e spiegabile in meri termini razionali. La spiritualità racchiude in sé questa proprietà, questa virtù, e si esprime in simboli. Sono simboli che caratterizzano la natura delle intuizioni, poiché proprio da queste vengono emanati, in istintiva affinità con certi fenomeni naturali, non solo inerti come le rocce, gli alberi e le costellazioni, ma anche con le loro manifestazioni fisiche e con le interazioni di tali fenomeni fisici tra di loro e con il mondo umano. Questo conduce alla reificazione. Ogun è una di queste reificazioni. La mitologia, dunque, trae origine da questo dono congenito e si esprime attraverso un proliferare di riti, canti, versi e messe in scena, che sperimentano e fanno sperimentare momenti intensi di auto-identificazione. Sì, Ogun è palesemente il mio demiurgo. È il dio della poesia lirica e della metallurgia, la contraddizione dinamica tra la solitudine e l’imperativo di combattere. Non venero, comunque, né il suo tempio né quelli di altre divinità.

 

ADM: Concludiamo con una nota di spirito. Spesso si dice in maniera scherzosa che gli italiani siano i nigeriani d’Europa. È d’accordo? Cosa le pare che abbiano in comune i nostri due Paesi  – petrolio a parte, un rapporto che però pende tutto da un lato?

 

WS: Hanno in comune la volubilità, il senso della famiglia, la verve artistica, la disposizione lirica – basta paragonare le canzoni napoletane con quelle di Calabar e quelle yoruba – il peperoncino, il disordine sociale, la vostra polenta e la nostra farina, il vostro osso buco e il nostro mokontan, la corruzione e i disegni criminali che coinvolgono tutto il settore pubblico, la concretezza e la disinvoltura. Quale capo di stato, se non un italiano, avrebbe mai graziosamente ammesso di avere portato la cultura africana a palazzo – col bunga-bunga! E poi ci meravigliamo che dei e santi si siano incontrati e amalgamati in America Latina! Come mai le prostitute nigeriane – o meglio, chi sta dietro al racket – sono di gran lunga più presenti in Italia che nelle altre nazioni europee? I nostri due paesi sono anime gemelle!

 

 

 

 

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