Etica e estetica della sobrietà

Diciamolo subito, non tutte le virtù sono alla portata di tutti, o meglio possono costituire un modello comportamentale, una indicazione da seguire al fine di ottenere uno stato di grazia o di benessere, sia esso fisico oppure spirituale (etico e/o morale). Questa considerazione vale, sotto molti aspetti, in particolar modo per la sobrietà, la virtù del giorno dopo, a cui il saggio di Manlio Brusatin, Stile sobrio. Breve storia di un’utile virtù. Marsilio, Venezia 2016, dedica una colta e raffinata digressione. La caratteristica principale del testo, a mio avviso, non è costituita dalla trattazione diacronica, dall’evoluzione storica del concetto di sobrietà, quanto dai continui e intriganti attraversamenti di ambiti molto differenti tra loro che l’autore compie per descriverci le diverse declinazioni morali, sociali, culturali, progettuali ed estetiche che, di volta in volta, questa virtù esplica.

 

Da sempre, e tuttora, la maggioranza dei popoli vive in condizioni economiche e sociali di umiliante indigenza, per la quale lo stato di povertà è una condizione che esclude di fatto la possibilità di concepire e perseguire una tale virtù. Là dove mancano le risorse primarie di sostentamento, quali la quantità e la qualità necessarie di cibo, di abitazioni e di indumenti, questa virtù non può avere cittadinanza e pertanto neanche senso.

Soltanto chi si trova nelle condizioni di disporre molto più del necessario e quindi conosce e pratica l’eccesso può avvertire, in una certa fase della sua vita, la necessità di assumere un comportamento più sobrio. È questo di fatto quello che successe ad Alvise Cornaro, l’autore del fortunato testo Vita sobria (1558), ristampato numerose volte, a cui viene fatta risalire l’origine della trattazione teorica di questa “utile virtù”. In questo testo, infatti, l’autore, che ha vissuto per metà della sua vita nell’agio, disponendo e consumando più del necessario, scopre che adottando uno stile di vita ispirato alla sobrietà, regolamentato quindi non soltanto nella quantità di cibo da consumare, ma anche nel modo di vestire, di abitare, di impegnarsi in attività pratiche o in arti utili, nonché nella condotta morale, fornisce una concreta possibilità di allungare considerevolmente la propria esistenza. 

 

L’adozione di uno stile di vita sobrio è qui esplicitamente concepito come uno strumento per perseguire ciò a cui tutti ambiscono: vivere il più a lungo possibile. Considerata sotto questo aspetto la sobrietà non sembra possedere un fine moralmente ed eticamente molto elevato, dal momento che Alvise Cornaro l’adotta quando sente che la sua vita materiale sta per terminare e ricorre ad essa soltanto perché gli promette una longa etade. A quanto si racconta nel testo l’autore della Vita sobria riuscì nell’impresa, dal momento che quando iniziò a vivere con sobrietà aveva circa quarant’anni e risulta che “morì stando bene” intorno agli ottant’anni, raddoppiando di fatto la sua esistenza. Ça va sans dire, i valori morali hanno un fine intrinseco e per nulla egoistico e materiale.

 

Ma al di là dei risvolti etici e spirituali e delle prescrizioni dietetiche di una vita condotta con sobrietà, gli aspetti che, a nostro avviso, rivestono una particolare curiosità riguardano le declinazioni dello stile sobrio negli ambiti progettuali ed estetici, che Brusatin evidenzia e tratta con dovizia di informazioni. 

Alvise Cornaro, autore anche di un trattato di architettura (Scritti sull’architettura, 1554), nel quale Brusatin intravede delineata “una precisa razionalità già palladiana”, era prodigo di suggerimenti urbanistici non solo stravaganti, come l’idea di bonificare la laguna di Venezia per trasformarla in un’immensa distesa di spighe di grano. Forniva, però, anche indicazioni progettuali meno avventate e particolarmente innovative, come quelle di mettere porte scorrevoli nei corridoi, predisporre fondazioni antisismiche in legno, sfiatare le latrine, costruire le scale in modo che nella salita diminuisca progressivamente l’alzata dei gradini, per non affaticare il passo. 

 

In alcuni contesti storici la sobrietà viene intesa come la madre di tutte le virtù, che si pone nel mezzo tra la prudenza e la temperanza, rappresentata dall’emblema della manus oculata, l’immagine della mano con un occhio nel palmo, testimonianza del motto “vivi sobriamente per non credere ciecamente” alle cose che appaiono.

Vivere con decoro e con il senso della misura, al fine di evitare di cadere nell’affettazione e nell’eccesso, viene concepito come una sorta di traslazione della tecnica pittorica della “sprezzatura” teorizzata da Baldassar Castiglione, nel suo Il libro del Cortegiano (1528), nel quale si descrive che la tendenza a tracciare le linee essenziali e non stentate, con “un sol colpo di pennello, tirato facilmente in modo che paia che la mano, senza essere guidata da studio o arte alcuna, vada per se stessa al suo termine secondo la intenzione del pittore, scopre chiaramente la eccellenza dell’artefice”.

 

 

La capacità di fare una cosa o un’azione che richiede calma e applicazione, con rapidità e maestria, conferisce alla sua forma abbreviata la sapienza e l’aurea sobrietà di ciò che è lì da sempre. 

Il modo di vestire e di vivere il proprio tempo nel XIX secolo è caratterizzato da due figure esemplari: il dandy, che cura con eccesso di gusto e di originalità i suoi abiti e il suo appeal sociale, e il flâneur, il personaggio descritto nei suoi I passagesi da Walter Benjamin e personificato nel pittore della vita moderna da Charles Baudelaire, attraversa in lungo e in largo la città al fine di annotare il bello e il brutto della modernità. Il flâneur “porta con sé l’immagine di libertà e sobrietà assoluta”; egli parla e disegna in un francese a schizzo e fa dell’osservazione del mondo che lo circonda il suo lavoro: apre ogni giorno le finestre e anche se non vede cose nuove, ne annota comunque, di volta in volta, ciò che è transitorio e contingente, gli aspetti più curiosi e interessanti della modernità. Ma per Brusatin sarà la sedia di Van Gogh, quella dipinta nell’angolo di “La camera ad Arles” a rappresentare l’oggetto di maggiore sobrietà, perché è un oggetto semplice quanto utile che interpreta lo spazio sobrio e discreto, che nelle parole dello stesso Van Gogh, “deve suggerire il riposo o in genere il sonno. Insomma la vista del quadro deve riposare la testa, o meglio l’immaginazione”. Sul sedile della sedia di paglia poggiano la pipa e la borsa del tabacco, con la sua cartilagine stropicciata, che con la loro estrema modestia ed essenzialità di un quasi niente riescono a irradiare nel loro intorno uno spazio del desiderio del quasi tutto

 

Anche i colori possiedono un’intrinseca sobrietà: il colore più sobrio al mondo, dice Brusatin, è il colore della terra, della sabbia e della polvere, che ritroviamo sulla pelle dei kaki e sulle divise degli eserciti coloniali. È d’uopo distinguere e non confondere la polvere con la cenere, che con il suo azzurrino fa rinascere il verde dell’erba.

I colori sobri sono quelli della “farina del mondo”, che si ottengono mescolando tra loro tutti i colori primari e secondari con l’aggiunta di molto bianco. Quando vengono utilizzati nella consistenza delle tinte pastello, tono su tono, negli interni sortiscono nell’effetto di un’aura gradevolmente sfumata, che staccandosi dai picchi della saturazione cromatica, virano verso morbide luminosità. La spiegazione del perché il colore della sabbia è naturalmente il più sobrio la si deve al fatto che esso deriva da un accordo sinfonico dei colori dei quattro elementi, terra/giallo, fuoco/rosso, aria/azzurro e acqua/verde temperati tra loro in “colore ambientale” che ritroviamo nel paesaggio e in ciò che ci sta intorno, più scuro sotto i cieli del nord e più chiaro sotto i cieli del sud. 

 

Il libro è molto più complesso e ricco di quanto ho cercato qui di riferire, e tocca molti altri aspetti da quelli letterari, filosofici e sociali, come la moda, il design e il neoartigianato del maker, nonché quelli economici nei quali, in vario modo trovano pertinenza molteplici altre declinazioni della sobrietà. 

Ma torniamo alle considerazioni iniziali. Il lusso, per definizione l’opposto del sobrio, per essere tale deve escludere la maggior parte dei pretendenti, affinché la sua esclusività accentui le differenze economiche tra le classi sociali e marchi un livello irraggiungibile. Ancor più nella nostra epoca, nella quale la maggior parte della ricchezza è in possesso del dieci per cento della popolazione mondiale, il cui lusso è percepito come un’insopportabile ingiustizia sociale, frutto di “una sottrazione e un accumulo non lecito”, e in considerazione del fatto che, purtroppo alcuni esponenti di questa casta svolgono ruoli di governo del bene pubblico, la sobrietà acquista un’immediata attualità e importanza non più soltanto etica ma soprattutto politica: non deve più essere considerata una semplice virtù, ma deve essere imposta con la forza di un codice, di una norma a cui si devono attenere tutti i governanti del mondo, consapevoli che l’eventuale inosservanza costituisce di fatto un grave reato e un immediato decadimento dell’incarico.

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