Papà di cartone

Federico, il più piccolo dei miei figli, ha sei anni. Come spesso mi accade, sto guardando con lui un episodio di “Peppa pig”, cartone animato realizzato in Inghilterra. È silenzioso, attentissimo. Solo ogni tanto si lascia andare ad una risata aperta e convinta. Peppa gli piace, perché è una bambina non bambina (non guarderebbe mai volentieri un cartone con protagonista una “femmina”). Peppa è, infatti, una maialina antropomorfa che va all’asilo e abita in una casetta in cima ad una collina. È ben educata, incline alla sopportazione, gentilissima con i genitori, col fratellino George e gli amici. Si concede un solo diversivo, saltare nelle pozzanghere fangose. Ancora una volta la mia attenzione va soprattutto a papà Pig. È un grasso occhialuto, con barba e baffi di tre giorni, sempre disponibile coi figli. Mi sembra che non esca mai di casa, dove adora star seduto in poltrona a leggere il giornale, ma Federico mi ripete che non è vero, perché una volta lo ha visto andare in ufficio. È subito evidente che papa Pig è buono ma stupido. È un ingenuo, un cuore puro, un pasticcione intralciato dalla sua stessa mole, che lo fa frequentemente cadere per terra. Ama giocare con i figli, spensierato e partecipe. Spesso si vanta di sapere cose che ignora, ma viene messo in difficoltà anche dalle amichette della figlia. Ripetutamente arrossisce. Con la moglie, mamma Pig, è amabile e fraterno. Tra loro l’intimità si configura come sorridente affiatamento, sembrano una coppia di anziani più che due trentenni. Quando chiedo a Federico cosa gli sembra quel papà mi dice che è tonto perché ride sempre. E poi aggiunge che in quella casa comanda la mamma.

 

Con Francesco, che ha quasi nove anni, guardo invece un prodotto americano, “I fantagenitori”. Il protagonista, Timmy Turner, è un onesto ragazzino di dieci anni che può disporre di due genitori magici, Cosmo e Wanda, capaci di dar vita a ogni suo desiderio. I genitori veri hanno solo voglia di sbolognare il bambino alla perfida baby sitter, Vicky, e uscirsene di casa soli soletti. Il papà di Timmy è completamente preso da se stesso e sembra un po’ matto. È ossessionato dalle matite che vende per lavoro. Si sa che in precedenza è stato un pilota di rally, un wrestler e un astronauta.  Mette spesso in imbarazzo il figlio e si diverte a compiere interventi di bricolage disastrosi. I suoi nemici sono i vicini di casa, che odia con tutto il cuore. In definitiva, è un bambinone demenziale.

 

Da quando mi è venuta la mania di controllare il comportamento dei papà dei cartoni, Francesco mi sommerge di segnalazioni. Mi suggerisce di dare un’occhiata a un episodio del “Laboratorio di Dexter”(anche questo creato negli Stati Uniti), dove, a suo parere, c’è uno dei papà più idioti in circolazione. In effetti il padre del piccolo genio Dexter è un uomo senza nessuna capacità di comprendere quello che gli accade attorno. Come la moglie, è ignaro della straordinaria intelligenza del figlio che a dieci anni ha costruito un formidabile laboratorio nelle viscere della sua abitazione. È di eccezionale ignoranza, ma anche molto ricco. Di professione fa lo stunt rider, ovvero l’acrobata con le moto. Sembra viaggiare alla superficie di tutto, come l’altra figlia Dee Dee, che almeno ha la giustificazione dell’età. Se lui è un vero farfallone biondo e infantile, la moglie è un’oca, sempre via con la testa, attenta solo alla pulizia, anche se poi è lei a mandare avanti la casa, a controllare l’andamento scolastico dei figli, a cucinare e a chiamare i bambini a tavola. Come coppia sembrano eterni fidanzatini anche se qualcosa probabilmente non va più come una volta, visto che lui viene spesso respinto dalla consorte.

 

Francesco non ha però alcun dubbio su chi sia il peggiore di tutti i papà. È Homer Simpson, la quintessenza della scempiaggine adulta, dell’infantilismo coatto, della cafoneria eretta a sistema. Homer vive di televisione, beve litri di birra, mangia porcherie senza frenarsi. Coi figli è talvolta fraterno e talvolta ispido, di fatto, però, è il loro fratello maggiore. La moglie Marge è evidentemente anche la madre che lo accudisce.

 

La lista potrebbe continuare, i bambini mi fanno il nome del postino Pat, un altro giuggiolone, e si spingono indietro fino al sempiterno Barbapapà, per molti versi l’origine dello stilema del padre buono e un po’ fesso, candidamente ingenuo e senza malizia. Nonostante Heidi, c’è labile traccia nelle loro menti delle figure di “eterni orfani” delle produzioni disneyane e giapponesi, filiazione dirette del romanzo d’appendice ottocentesco. Nel loro immaginario si impone l’oggi, popolato di famiglie leggere, dove i ruoli sono intercambiabili e la serietà è percepita come un inutile gravame.

 

Certamente da queste ricognizioni sono io stesso che esco con le ossa rotte. “Ma sono davvero tutti così i papà?”, mi domandano i bambini sogghignando. Gli dico che nei cartoni esagerano per farci ridere, che anche i bambini veri non sono come quelli della televisione. Ma probabilmente non sono molto convincente, perché Federico mi chiede: “Ma tu gli assomigli un po’ o no?”.“Cosa ve ne sembra ?”, chiedo titubante. “Ma no, tu non c’entri niente con quelli lì”, mi ripetono in coro. Ridono, mi guardano compiaciuti. In effetti sono ancora molto piccoli.

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