Il monaco Gaudí

Il monaco Gaudí vive nel cuore di Barcellona, a Parc Güell. Mi è presto chiaro che ho scelto il periodo peggiore dell’anno per rendergli omaggio. Da quando Barcellona non è più una città, ma una marca, la solcano torme di turisti mezzi nudi, con la musica sparata da casse bluetooth, sudati e famelici di vedere i luoghi-che-devono-essere-visitati. Sembrano perennemente in cerca di luoghi da sbranare e divorare. Quei luoghi puntualmente coincidono con i consigli delle guide turistiche in tutte le lingue del mondo. Li trovi ovunque, torvi e rumorosi, ridanciani e spaesati, in coda per mangiare o per il bagno, o che più semplicemente la fanno qua e là nei giardinetti pubblici. Hai voglia di fare il monaco qui, Gaudí. Per un numero sempre maggiore di città il turismo oggi è la disgrazia in senso assoluto: il cancro che le divora, la fabbrica che le mortifica, l’apocalisse che le impoverisce, come non riuscivano a fare nemmeno le cavallette bibliche con i campi coltivati. Poco importa che l’apocalisse abbia oggi nomi ariosi come appunto Airbnb: i locali non vi trovano tetto sotto cui vivere perché tutto si è ormai bed-and-breakfastizzato (vedi Venezia, summa di questo processo mondiale).

 

 

Ben inteso: si tratta di un’apocalisse normalizzata, alla portata dell’istinto distruttore di ogni piccolo io, come della terribile somma di tanti io. E in più: di un’apocalisse lucrosa all’ombra della quale fioriscono gli stessi commercianti dall’istinto predatore che invocano sempre più turisti e sempre più aeroporti, grandi navi, grandi stazioni.

Qui vengono a vedere anche Gaudí, si capisce. Lui, ignaro del successo che avrebbe colto la sua architettura e la sua città. Le sue fantastiche invenzioni vengono travolte dal flusso violento di un’estetica Disney a tutto spiano. È la disneyzzazione della città, volenti o nolenti, che fa di Gaudí – suo malgrado – un’icona del banale effimero che si può riprodurre su poster, magliette, presine da cucina, mutande colorate… Del resto il rapporto che Gaudí intrattiene con la sua città è un rapporto intimo, quasi incestuoso. Le dà forma, la costella di magnifici punti di riferimento e di svolta. I suoi edifici concedono alla via qualsiasi di vivere l’esaltazione che solo ciò che è unico e irripetibile permette.

 

 

Nel Parc Güell che oggi le torme attraversano tormentose e tormentate, Gaudí ci vive dal 1906 al 1925. Però a quel tempo il grande parco situato sul lato nord-est della città, appena sotto il Monte Carmelo, non è il parco di divertimenti che oggi visitiamo. È invece un immenso fallimento immobiliare: sorto come impresa immobiliare di Eusebi Güell, il progetto prevede originariamente l’ideazione (affidata a Gaudí) e la costruzione di sessanta ville immerse nel verde del parco, con vista sul mare e sulla città, grande più di 15 ettari. 

 

 

Nella casa costruita dal fido Francesc Berenguer, suo braccio destro e singolare figura di architetto senza laurea, come prototipo e show-room per il progettato complesso di ville, sua principale opera urbanistica, Gaudí passa gli ultimi vent’anni della sua vita, prima di trasferirsi nell’oratorio della Sagrada Família, dove morirà un anno dopo, a seguito di un grave incidente stradale (l’architetto viene investito da un tram). Ci vive in maniera frugale, in questo contesto pomposo che ha contribuito a disegnare e in cui nasceranno in effetti solo due ville. Al primo piano troviamo un bagno, il letto quasi monacale, un crocifisso in fronte, all’angolo destro il ritratto del papa; accanto la cappella per le preghiere al primo piano (mentre oggi al pianterreno sono esposti i mobili che Gaudí stesso aveva progettato per due dei suoi capolavori barcellonesi, Casa Calvet e Casa Batló, insieme ai mobili ideati per la cripta della Colònia Güell). In un’altra stanza è esposto quello che chiamava teneramente il suo tesoro: il libro di preghiere, un tessuto ricamato con le sue iniziali, una tazzina del caffè… poche cose che restano e che con la morte del loro proprietario hanno perso per sempre il valore affettivo che ne costituiva l’aura. Ora stanno là in una teca, mestamente, senza che sia più possibile accedere a quel rapporto segreto che costituiva l’unico motivo per possederle.

 

 

È un singolare contrasto con l’effetto bizzarro che i suoi edifici producono. Ci vive lontano dai gorgheggi della Sagrada Família, dove la pietra volteggia nell’accumulo dei tanti effetti disparati. Ma Gaudí era coraggioso, fautore di uno stile non facile e non comodamente riconducibile all’idea diffusa di “bello”. Gaudí dà le vertigini, gli unici a non accorgersene paiono essere i visitatori: in fondo il culto turistico della stravaganza li mette al riparo da tutto, produce il mondo come replica che si possa all’occorrenza acquistare e portare a casa. Familiarizzando il mondo, si finisce per non vedere più i balzi che qualcuno è stato in grado di fargli compiere. Ma come mi dice di Gaudí il ragazzino che mi accompagna in questi giri: lui costringe il futuro a ingrandire il bicchiere per farci stare il troppo di acqua che gli porta in dono. Vuol dire che ne cambia la misura, che alza l’asticella. A furia di incongruenze ha la forza di farci vedere ciò che non avremmo altrimenti mai visto. 

 

 

Questa mi sembra essere l’immagine per eccellenza della cultura. Davanti alla quale si staglia oggi onnipresente benché fondamentalmente impotente lo spettro imperante che fa di Gaudí la sottomarca (l’ennesima) di una marca che si chiama appunto “Barcelona”. Dove è presto evidente che questa ha poco a che fare con la vera città e che la condanna a essere una mera copia della Barcellona che tutti cercano, Gaudí compreso.

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