Fronzoni. Del bianco e del nero

La didattica

 

Non bastasse il suo merito artistico, ci sono due occasioni recenti per tornare a parlare di AG Fronzoni (1923-2002). La prima è un libro, giunto alla sua seconda edizione, incentrato sull’attività didattica da lui condotta nella scuola-bottega che aveva aperto a Milano nel 1982 prima in corso Magenta e poi, dal 1988, in via Solferino 44, rimasta attiva fino al 2001. La seconda è una mostra allestita nell’impluvium della Triennale in omaggio ai 50 anni dell’I.S.A. (Istituto Statale d'Arte) di Monza, di cui AG è stato uno dei fondatori. 

Guarda caso (o forse caso non è) entrambi gli eventi sono dedicati alla sua esperienza di insegnante, perché AG non è stato soltanto un maestro della grafica e del design, ma è stato anche un educatore. 

Ed è in questo ruolo che io l'ho conosciuto.

Vestiva di nero, come Streheler, come gli esistenzialisti, categoria a cui, forse, in fondo apparteneva (a quella dell'ultimo Sartre, of course): lupetto nero; pantaloni neri, un po' ampi sulle cosce e stretti alle caviglie; scarpe in tela cinesi (molto in voga negli anni ottanta/novanta, oggi rarissime) o polacchine stringate, ovviamente nere; occhiali neri, tondi alla L.C. e capelli e barba candidi (che prima aveva avuto neri). Solo d’estate si concedeva una casacca bianca. AG era, infatti, al contempo fedele osservante della religione maleviciana del bianco e del nero e anche suo sacerdote, e di essa aveva informato non soltanto il suo lavoro progettuale, ma anche la sua propria persona e ne diffondeva il credo fra gli allievi-accoliti, rinserrati assieme a lui nella torre d'avorio, come lui stesso amava chiamare lo spazio fisico-culturale in cui permaneva e si muoveva:

Io conduco silenziosamente, nella mia piccola torre d’avorio, questa battaglia contro lo spreco, tentando di costruire oggetti comunicativi liberi da ridondanze, cercando di mettere le mani sull’essenza degli oggetti e di comunicarla in lealtà agli altri.

 

Così come Kazimir Malevič aveva svolto un’intensa attività didattica (era stato infatti professore all’Accademia di Mosca nel 1917, all’Istituto d’Arte di Vitebsk nel 1918, alla Scuola nazionale d’arte applicata di Mosca nel 1919, alla direzione dell’Istituto per lo studio della cultura artistica – INCHUK – di Leningrado nel 1924), anche Fronzoni ha avuto una lunga carriera di insegnante, durata fin quasi al suo ultimo giorno di vita. Ha infatti iniziato all’Umanitaria di Milano, chiamatovi da Albe Steiner nel 1967; nello stesso anno ha partecipato alla fondazione dell’Istituto Statale d’Arte di Monza (avendo come modello il Bauhaus, i Vchutemas e la scuola di Ulm) in cui ha insegnato per oltre vent’anni; nell’Anno Accademico 1976-1977 è stato docente all’I.S.I.A. di Urbino; nel 1978 ha fondato e diretto a Milano, presso il Castello Sforzesco, l’Istituto di Comunicazione Visiva (ICV), la prima scuola superiore di comunicazione visiva completamente gratuita, e infine nel 1982 ha dato vita, sempre a Milano, alla propria scuola-bottega. Per convinzione democratica andava poi ad insegnare anche in corsi periferici, lontani dai luoghi istituzionalmente deputati al graphic e al product design, come ad Ovada ad esempio.

“Penso sia il compito di ognuno di noi portare la cultura non dove c’è già ma dove manca, in provincia, in periferia, ai più poveri, dove ci sono meno informazioni. La cultura di un paese si misura dalla cultura dall’ultimo uomo di quel paese, è la media che conta. Compito e dovere di ogni persona è di fare pubblicità alla cultura”, era solito dire.

Ed è proprio un’allieva che aveva iniziato il corso con lui ad Ovada, Ester Manitto, poi perfezionatasi nella scuola-bottega di Via Solferino, ad aver dato alle stampe il bel volume:A lezione con AG Fronzoni. Dalla didattica della progettazione alla didattica di uno stile di vita”

Si tratta di un libro-documento, in cui l'autrice ha fedelmente trascritto gli appunti e le osservazioni da lei colte durante le lezioni, unitamente alle sue esercitazioni di progetto. Giunto nel 2017 alla seconda edizione, arricchita da nuovi contributi critici e da un corredo fotografico, nella sua prima versione del 2012 era stato selezionato addirittura dall'ADI per il Compasso d'oro.

 

Ma l'esperienza didattica di AG Fronzoni è stata recentemente celebrata anche dalla mostra allestita in Triennale, dal titolo: Una scuola per il domani. Dall'ISA di Monza al liceo artistico Nanni Valentini", accompagnata dall’omonimo catalogo edito da Electa Mondadori.

 

La sezione dedicata ad AG Fronzoni nella mostra Una scuola per il domani. Dal’ISA di Monza al liceo artistico Nanni Valentini, allestita alla Triennale di Milano. Un allievo della scuola in azione come guida. Sullo sfondo il logo della scuola progettato da AG Fronzoni.


Fondato a Monza nel 1967, nelle Scuderie della Villa Reale, grazie alle volontà sinergiche di numerose forze culturali e amministrative, l’Istituto Statale d’Arte vanta illustri precedenti in quella che fu dapprima denominata Università delle Arti Decorative ed in seguito ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche). Queste due realtà scolastiche – di cui Gio Ponti scrive dalle pagine di Domus (febbraio 1939) di come in esse allievi e maestri “fanno e inventano insieme" – ebbero vita dal 1922 al 1943 e videro nascere di fianco a loro, nel contiguo corpo nobile della Villa Reale, le Biennali di Arte Decorativa (1923). Nel 1933 queste divennero Triennali e furono trasferite a Milano nel Palazzo dell’Arte, appositamente costruito per ospitarle su progetto di Giovanni Muzio.

 

Nel 1967, a formare il corpo insegnante dell'ISA di Monza, insieme ad AG Fronzoni, che, con Michele Provinciali e Narciso Silvestrini, proveniva dall’esperienza didattica all’Umanitaria, furono chiamati artisti, professionisti del design e intellettuali di fama mondiale, quali: Giuseppe Spagnulo, Nanni Valentini, Mario Tevarotto, Alfonso Grassi, Attilio Marcolli, Roberto Orefice, Ugo La Pietra, Giorgio Franchi, Ennio Vicario, Romano Barboro, Claudio Ogier e molti altri. Di alcuni di essi la mostra allestita nell'impluvium della Triennale presenta le opere, tra le quali il logo dell'ISA, progettato da Fronzoni ed esposto in permanenza persino al MoMA, nella sezione del design italiano.

 

Asimmetria e minimalismo

 

Insieme alla lezione del bianco e del nero, a caratterizzare la poetica progettuale fronzoniana sono l'essenzialità e l'equilibrio compositivo delle sue creazioni. Si tratta nella fattispecie di un equilibrio instabile, non certo indifferente e neppure precario, ad ogni modo perfetto anche se conseguito al limite dell'equilibrismo e con l’abiura della simmetria.

La simmetria appartiene al passato, mentre l'asimmetria è moderna, perché è dinamica, ed è un punto fermo per il progettare contemporaneo. Quanto è stato fatto non solo non è moderno: è lo specchio di una società non avanzata.”

È così le lettere tipografiche (ovviamente sans-serif) e le forme da lui create (assolutamente geometriche) si dispongono nello spazio secondo andamenti non ovvi e mai banali per di più dotati di dinamismo, quasi dovessero danzare nel rettangolo del foglio in cui sono inserite al ritmo di accordi jazz, musica che il loro ideatore così tanto amava ascoltare.

Nella scuola di Platone, ad Atene, c’era un cartello che suppergiù diceva: “scuola di filosofia chi non è studioso di geometria, non entri”. La forma è bellezza, qualcuno ha detto che la bellezza salverà l’uomo: non so se sia vero, ma so che la forma mi è utile, anzi indispensabile, anzi preziosa, per inviare un messaggio che è messaggio di pensiero”, sosteneva Fronzoni.

 

Poster di AG Fronzoni: in cui è evidente il ricorso all’equilibrio instabile e all’asimmetria nella composizione. Da sinistra: Arte e didattica, 12-24 febbraio 1979, Teatro del falcone, Palazzo reale, Assessorato alla cultura, Comune di Genova; Ricerche Estetiche Concrete, 1980; Orskov, Skulptur Galerie, Doktor Glas, Stockholm, 10 Marzo-12 Aprile 1989. La culture comme liberté. Manifesto per Observatoire des prisons, Lyon, France, 1995. Fronzoni nel suo studio con il manifesto La culture comme liberté, un chiaro omaggio a Malevič e al Suprematismo.


L’espressione Less is more, adoperata per la prima volta nel 1855 dal poeta inglese Robert Browning e fatta propria da Mies van der Rohe, perviene a Fronzoni per il suo tramite (Mies era uno dei suoi idoli) e finisce per diventare il suo motto. Le sue creazioni sono infatti connotate da un minimalismo formale a cui egli approda con un lavoro di successive sottrazioni (di forme, di testi, di spazi e perfino di contenuti) nella inesausta ricerca della semplicità.

“Dobbiamo puntare alle cose essenziali, eliminare ogni effetto ridondante, ogni inutile fioritura,

per elaborare un concetto su basi matematiche, sulle idee fondamentali, sulle strutture elementari; abbiamo fortemente bisogno di evitare sprechi ed eccessi.”

 

Convegno Internazionale Musei d’Arte Contemporanea in Europa, 1979, Manifesto. Fotografia. Immagini criminali: un bellissimo gioco in morte di. Teatro alla ricerca del p(h)anico. 27-31 maggio 1980. Palazzo Bianco, Assessorato alla cultura. Comune di Genova. Manifesto. Omaggio a Luc Peire, Mauro Reggiani, Giangranco Zappettini, Galleria Polena, Genova, 20 luglio 1986. Manifesto. Mostra Personale alla Reinhold Brown Gallery di New York), 1993, cartoncino d’invito. Ridefinizione della linea grafica della rivista Area, Federico Motta Editore, 1999. Viabizzuno per AG Fronzoni, Progettare voce del verbo amare, mostra personale. 4-22 aprile 2001, Spazio Maria Calderara, 15 via Lazzaretto, Milano. Manifesto.


La poetica dei margini

 

Un’altra delle caratteristiche compositive del linguaggio di Fronzoni consiste nel suo prediligere i margini del foglio rispetto alla sua area centrale. E allora accade che, come se le lettere e le forme fossero sottoposte a un magnetismo periferico, esse vengono a condensarsi nei bordi, raggruppate secondo andamenti diagonali, cubiformi o addirittura sinuosi, sia che si tratti di un poster, della copertina di una rivista o di un biglietto d’invito. Fino ad oltrepassarlo quel margine del foglio, per andare oltre, alla conquista dello spazio. È il caso del cartiglio d’invito alla sua mostra personale, allestita nel 1993 alla Reinhold Brown Gallery di New York. Qui il monogramma agf, rigorosamente in minuscolo, eccezionalmente in corsivo, si aggetta arditamente oltre i limiti del foglio facendosi spazio esso stesso, per non dire volume. In questa fase finale della sua vita Fronzoni sembra tornare infatti a meditare sulle mai dimenticate suggestione dello spazialismo di Lucio Fontana, di cui era stato amico e per il quale aveva realizzato nel 1966 il suo manifesto più famoso. Si tratta di quello per la mostra dell'artista argentino naturalizzato milanese alla Galleria Polena di Genova, entrato a buon diritto nelle pagine della Storia dell’Arte e non soltanto in quelle della grafica internazionale. Perché Fronzoni non è stato soltanto un maestro del design ma è stato l'ultimo degli artisti-sacerdoti del Novecento, al pari di un Malevič, di un Mondrian e – perché no? – anche di un Rudolf Steiner.

 

Casabella nr. 297, 1965; Casabella nr 306, 1966. Direttore/Direttore responsabile, G. A. Bernasconi. Redazione, AG Fronzoni, A. Mendini. Consulenti, G. K. Koening, R. Pane, P. Porcinai, P. C. Santini. Progetto grafico di AG Fronzoni.


Vorrei concludere questo piccolo omaggio ad AG con le parole di Alessandro Mendini: 

Ho passato cinque anni della mia vita tutte le mattine assieme a Fronzoni. Facevamo in coppia la rivista Casabella, stessa stanza, stesso tavolo. Una intensissima prova umana e intellettuale. Quando iniziammo e lo conobbi nel 1965, io mi chiamavo Sandro, tutti mi chiamavano Sandro.
Subito lui mi disse “
No tu non ti chiami Sandro, il tuo nome è Alessandro, anzi A punto Mendini, nella grafica non c’è spazio per diminutivi, per messaggi sentimentali”. Da quel giorno, con una certa mia dissociazione, divenni A. Mendini, come lui aveva detto di sé “Io sono solo un marchio, mi chiamo A. G. Fronzoni”. Anche Germano Celant fu cambiato in G punto Celant. I nostri nomi e cognomi, perfezionati nel lettering, divennero per cinque anni puri riferimenti segnaletici e nulla più, una specie di anonimato, accentuato dall’integralismo del piccolissimo carattere Elvetica che componeva non solo i nostri nomi, ma anche tutta la Casabella da lui impaginata in maniera “quadrata”. Questo che sembra un aneddoto esprime invece la struttura profonda del pensiero determinista di Fronzoni. (…) Fronzoni in realtà si chiamava Angiolo [Giuseppe], ma quel nome di battesimo così simbolico e dolce lo infastidiva, lui così rigido e illuminista non voleva proprio essere un angelo… e gioca anche questo Angiolo negato, se nascose se stesso dietro la fredda e impersonale sigla di A. G. Fronzoni, divenuta poi più tardi AG Fronzoni, avendo addirittura eliminato i due punti.

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