Espatriare, o tutto il mondo è paese

Con sorpresa simile a quando, tanti anni fa, su un aereo per Boston scoprii di essere classificata come appartenente alla razza caucasoide (“no, non sono del Caucaso”, mi affannavo a spiegare ad un’attonita hostess), scopro di essere considerata un’espatriata (‘expat’) da molti nepalesi. 

 

Per quanto meno insensata dell’insensatissima identità di razza, c’è qualcosa di profondamente unheimlich nell’uso della parola espatriato. Un espatriato è, letteralmente, chi va fuori dalla propria patria, ex- patria: “chi ha lasciato la patria per sempre o per lungo tempo”, recita il dizionario.

 

Come una parte notevole degli abitanti del pianeta, e una frazione notevolissima degli italiani della mia generazione, non vivo nel mio paese di origine, la ‘matria’ Italia. Sono un’emigrante, una migrante, un’emigrata. Ma, a Kathmandu, sono riconosciuta da tutti come una ‘expat’. Lavorando per un’organizzazione intergovernativa regionale, la maggior parte dei miei colleghi, oltre che nepalesi, sono indiani, pachistani, cinesi, bhutanesi, e bengalesi. Eppure loro non sono immediatamente percepiti come ‘expat’. I braccianti, i muratori che arrivano in Nepal dall’arretrato e confinante stato indiano del Bihar, sono migranti, ‘bihari’ (dispregiativo), spesso accusati nella chiacchiera da bar nepalese di essere corrotti, ladri e incivili. Nessuno si sognerebbe mai di chiamarli ‘expat’.

 

In un articolo apparso sul Guardian, Mawuna Remarque Koutomin si poneva alcune domande intorno alle parole che utilizziamo per definire chi ha scelto di vivere e lavorare in un luogo diverso dal suo paese di nascita. Il suo argomento si concentra sull’aspetto razziale, e la domanda posta è in definitiva molto semplice ed efficace: perché i bianchi sono espatriati mentre gli altri sono immigrati? Le gerarchie di potere, sempre razzializzate, che informano il nostro linguaggio vengono chiaramente esposte nella classificazione dello ‘straniero’.

 

 

 

L’etimologia “fuori dalla sua patria” conferisce un sapore moralizzante all’atto di migrare. La sua patria non è questa, il luogo da cui proviene è più ricco e ‘sviluppato’ del nostro. Espatriare quindi implica desiderio, curiosità, voglia di avventura – con retrogusto coloniale – o una sorta di buen retiro: abbiamo tanti soldi, passione e flessibilità mentale da riuscire a spendere la pensione in una vigna del sud della Francia, o in un agriturismo nell’Himalaya.

 

In una mimesi della (grottesca) imperante dicotomia tra migrazione forzata (i profughi che scappano dalla guerra) e volontaria (coloro che migrano per ragioni ‘economiche’), un expat sembra essere chi sceglie liberamente di lasciare il proprio paese, senza alcuna apparente ragione, anzi, contro il senso comune.

 

 

 

Si tratta di un pregiudizio dominante, chi andrebbe mai in Tanzania, se vive in Svezia? O, come chiosava una vecchia saggia marchigiana: “chi va a sta’ peggio?” Non è altro che l’argomento speculare all’altrettanto razzista e infondato tema dell’orda: “Se potessero, LORO, verrebbero tutti QUI, in Europa”. Viene in mente “Africa for Norway” un’intelligente presa in giro delle campagne di aiuto internazionale per l’Africa, che si propone di raccogliere fondi per mandare termosifoni in Norvegia dove “la gente muore di freddo”. Una “We are the world” rovesciata. 

 

Un espatriato, in definitiva, è un occidentale (un po’ viziato) che fugge dalla crisi in cerca di legami umani diversi (perché “in occidente sono come automi, la famiglia, gli affetti non contano, solo il lavoro”). Un’amica nepalese, la sera del mio colloquio di lavoro a Kathmandu descriveva con fastidio l’espandersi della comunità occidentale in Nepal. “Vengono qui e rubano il lavoro ai nepalesi altrettanto qualificati”, “Si trasferiscono qui perché il Nepal è uno dei paesi più economici dove vivere, e mettono tutti i loro stipendi in banca”. Ed ecco gli stessi argomenti, lo stesso bestiario che si sente in occidente, inclusa la demonizzazione della cosiddetta ‘migrazione economica’. 

 

Contro questo bestiario, un invito. Un invito a provare l’effetto straniante di osservare come le nostre terre sono guardate da chi ci migra, o come noi stessi, in quanto soggettività migranti, siamo percepiti da chi ci accoglie. Un esercizio salutare, per quanto a tratti deprimente.

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