Nella pelle dell’orso

Specie d’orsi

 

«Per piacere, disegnami un orso». Sì, ma quale? Ne esistono otto specie diverse: l’orso bruno, l’orso nero, l’orso bianco o polare, l’orso dal collare, l’orso ornato o con gli occhiali, l’orso malese, l’orso giocoliere, il Grande Panda. Vivono al freddo ma alcuni si sono spinti fino all’emisfero sud dell’equatore, come l’orso malese e l’orso ornato. Mangiano foche ma non mancano specie vegetariane golose di bambù. Goffi e tozzi, sono capaci di arrampicarsi sugli alberi, come l’orso ornato, agile come uno scoiattolo; sospeso a 15 metri d’altezza, resta in aria fino a quattro giorni. Corrono poco (perché mai precipitarsi, si dice l’orso, quando non c’è animale che mi minaccia?), ma sono nuotatori provetti, come l’orso polare che s’immerge a venti metri di profondità. Pesano fino a 600 chili seppure, nati dopo una gestazione di appena due mesi, sono creature di pochi grammi; in dieci anni raggiungono il loro peso adulto, 1000 volte più che alla nascita. Tutte le otto specie ursine condividono però una cosa: la somiglianza con l’uomo, che sia fisica, grazie alla loro posizione eretta e all’abilità delle zampe, o comportamentale: prudenti e coraggiosi, solitari e pronti a difendere i loro piccoli, testardi e giocosi.

 

Musee de la chasse et de la nature.

 

Per sapere di più non resta che visitare Espèces d’ours, la mostra al Museo di storia naturale di Parigi (fino al 19 giugno 2017), in continuità con Ours, mythes et réalités tenuta a Toulouse nel 2013, allestita sotto la Galleria dell’evoluzione, dove si viene accolti da impronte e suoni inconfondibili. All’orso è anche dedicato l’ultimo numero della rivista «Billebaude», edita dal Musée de la chasse et de la nature, che per il prossimo 8 febbraio organizza la Festa dell’orso, invitando il pubblico a far uscire la nostra natura ursina. Gli artisti contemporanei ci avevano già pensato; il 2004 è stato, al riguardo, un anno decisivo.

 

Divenire orso

 

In pieno autunno (ottobre 2004) l’artista inglese Mark Wallinger trascorre dieci notti all’interno della Neue Nationalgalerie di Berlino, una delle città il cui nome è ispirato all’orso, come Berna e Madrid. Girovaga nello spazio vuoto travestito da orso bruno, si agita, si riposa, si annoia, a volte diventa aggressivo, comunica con i rari visitatori, che devono chiedersi cosa ci fa un uomo vestito da orso in un museo nel cuore della notte. La notte del 16 ottobre realizza un video (Sleeper), con tre telecamere; la mancanza di suono ne amplifica l’isolamento. In questa casa di vetro con le pareti trasparenti, nello spazio simmetrico e modernista progettato da Mies van der Rohe, tutto è visibile, tutto è sotto esposizione. Tutto tranne il corpo dell’artista, nascosto dietro la maschera animale: «Ero io l’opera d’arte, ma allo stesso tempo mi nascondevo». Ispirato a The Singing Ringing Tree (1957), film per l’infanzia prodotto nella Germania dell’Est e diventato serie televisiva per la BBC, incentrato su un principe che diventa orso, Sleeper va considerato sullo sfondo delle trasformazioni urbanistiche e sociali di Berlino dopo il crollo del muro. Del resto nell’ambiente artificiale in cui l’artista evolve come un orso in cattività, la luce della luna è coperta da quella del vicino Sony Centre.

 

Mark Wallinger. 

 

Più radicale il performer francese Abraham Poincheval che, pochi mesi prima (aprile 2004), decide di abitare la pelle di un orso per tredici giorni. O meglio nel pelo di un orso nero del Canada, perché la struttura interna è adattata e ricostruita in legno al fine di accogliere l’artista, sebbene con un margine di manovra assai limitato. Le toilette sono nascoste in una zampa; da lì proviene anche l’acqua, la cui riserva giace nel piedistallo della scultura animale. I visitatori possono mettersi in comunicazione con l’artista attraverso un orifizio, maliziosamente collocato all’altezza dell’ano. Una telecamera riprende la sala del museo; un’altra, all’interno dell’abitacolo, permette di sorvegliarlo su internet.

 

Cosa fa l’artista nel corso di questi tredici giorni? Dorme molto, come gli orsi, campioni d’ibernazione, che si rintanano fino a sette mesi, e restano senza bere, senza mangiare, senza urinare, senza defecare e, incredibilmente, senza perdere peso. Passano da 60 a 8 pulsazioni al minuto, bruciando il grasso ma non i muscoli – un mistero per la scienza. Poincheval inoltre legge molto. Si è portato persino Guerra e pace, tour de force che ogni lettore forte si è sfidato di leggere una volta nella vita. I visitatori possono leggergli passaggi di libri scelti ad hoc, disposti su un tavolino: il Walden ovvero Vita nei boschi di Henry D. Thoreau, le favole di Charles Perrault, La storia dei tre orsi. Poincheval, infine, mangia poco, un’alimentazione da orso ovvero da sottobosco: funghi, semi, radici, tuberi, bacche, insetti (come le termiti e le formiche che l’orso giocoliere cattura a chili con la lingua), verdure, pesce e, ovviamente, miele. Tutto liofilizzato.

 

Vivre ours empaille, A. Poincheval. 

 

Rinchiuso all’interno dell’orso, come Giona nel ventre della balena o come un’astronauta in una sonda spaziale, Poincheval è lentamente digerito dall’orso. Fa corpo con l’orso, diventa orso. Immobile nel ventre del mammifero, riattiva la vecchia tradizione della performance. Come Vito Acconci in Command Performance (1973) dove, in un delirio crescente, immagina di trasformarsi in un orso danzante, ma senza lo sfondo sessuale. Come Joseph Beuys che spiega un dipinto a una lepre morta (Galleria Schmela, Düsseldorf, 26 novembre 1965), ma lontano dall’aura pedante dello sciamano teutonico.

 

L’orso soldato

 

Difficile crederci, ma gli ursidi hanno svolto un ruolo persino nella Seconda guerra mondiale. Trovato a Hamadan, in Iran, venduto a un polacco che fuggiva l’Unione Sovietica, donato alla 22sima Compagnia di artiglieria dell’esercito polacco, un cucciolo di orso siriano, orfano e malaticcio, cominciò così la sua carriera militare. Soprannominato Wojtek, un nome che evoca la guerra, recuperò la salute e si adattò presto alle usanze umane: prendere il posto di guida nelle camionette militari, sedersi attorno al fuoco, dormire in tenda, bere birra dal collo della bottiglia, fumare sigarette e, in mancanza di un accendino, mangiarle. O ancora, come mostra il filmato esposto alla mostra parigina, giocare alla lotta coi soldati, senza mai tirar fuori gli artigli, come un gattone domestico. Per raggirare il divieto militare di possedere un animale di compagnia, Wojtek venne ufficialmente promosso soldato della compagnia, con tanto di busta paga e numero di matricola.

 

Wojtek soldier bear. 

 

Con i suoi commilitoni umani visitò l’Iraq, la Siria, la Palestina, l’Egitto e, soprattutto, partecipò alla battaglia di Montecassino nel 1944. Wojtek non era lì come semplice mascotte o per grattarsi la schiena contro il tronco degli alberi. Il suo ruolo nella battaglia fu cruciale, trasportando casse di munizioni dal camion fino in prima linea. Se i polacchi issarono la loro bandiera su una Cassino in rovina, fu anche grazie a Wojtek, l’orso-soldato. Purtroppo, anche per lui, sic transit gloria mundi: finita la guerra, Wojtek fu trasferito allo zoo di Edimburgo, dove si spense nel 1963, ricevendo spesso visite degli ex-soldati, contento di sentir parlare polacco e giocare a wrestling come ai bei tempi.

 

Wojtek the bear. 

 

Caso rarissimo di addomesticamento, è esattamente quanto non riuscì a Timothy Treadwell, il «guerriero gentile», come si apostrofava l’uomo che voleva diventare un orso e che, dopo tredici anni di pacifica convivenza con gli orsi dell’Alaska, diventò un loro pasto prelibato. Una vicenda ricostruita in un celebre film di Werner Herzog (Grizzly Man, 2005).

 

Wojtek the bear.

 

Diavolo di peluche

 

Comparso sulla terra 35 milioni di anni fa, l’orso ha sempre condiviso il suo habitat con l’uomo, sebbene ci restino solo ottanta oggetti preistorici che lo raffigurano, rispetto alle migliaia d’immagini di cavalli e bisonti. Le cose peggiorarono a partire dal cristianesimo medioevale, quando si abbatte sul re degli animali un processo di diabolizzazione, ben ricostruito da Michel Pastoureau (L’orso. Storia di un re decaduto, 2007, Einaudi 2008). Dalle leggende sui pagani bevitori di sangue d’orso alla bestia sessualmente incontenibile, attratta da giovani ragazze, mamme di guerrieri ibridi, metà uomini e metà animali, tutto fece brodo per giustificare una spietata – e benedetta – campagna di sterminio.

 

 

Paola Pivi.

 

Bisogna aspettare il 1902 per un’inversione di tendenza, con la nascita dell’orso di peluche. Purtroppo quest’umanizzazione coincise con lo sfruttamento dell’orso da parte dell’uomo: animale da circo, animale da caccia e, oggi, animale a rischio d’estinzione. A causa dell’umana pulsione venatoria, del Grande Panda, il più cucciolone delle otto specie, ne restano all’incirca duemila esemplari. Il futuro dell’orso è così legato alle riserve, come l’ottantina dei nostri orsi marsicani.

Con l’orso di peluche la feroce fiera pelosa, l’abominevole Yeti, divenne l’angelo guardiano che veglia sul sonno dei bambini. Ad avere paura, oggi, è l’orso.

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