Passioni equine

Obtorto collo

 

Cosa ne sarebbe dell’opera di Maurizio Cattelan senza la tassidermia? Difficile immaginarlo: l’artista si è servito di animali «naturalizzati» lungo tutto l’arco della sua carriera, dallo scoiattolo che, in un improvviso blues, si toglie la vita in cucina (Bidibibodibiboo, 1996) ai duecento piccioni che infestarono il padiglione italiano della Biennale di Venezia (Turisti, 1997). In questo pantheon animale, un posto d’onore spetta al cavallo, da quando fu appeso al soffitto, sopra la testa dei visitatori, stretto in un’imbracatura di cuoio (Trotsky, 1997). Una volta liberatosi, se così possiamo ricostruire quanto seguì, il cavallo si mise a correre all’impazzata all’interno delle sale d’esposizione in cerca di una via di fuga, finché spiccò un salto per oltrepassare un ostacolo bianco. Peccato che si trattava di una parete, contro la quale sbatte il muso, restando sospeso a mezz’aria (Untitled, 2007). Il risultato è un cavallo acefalo che pende dal muro come un trofeo di caccia, la testa sostituita dalla coda e dal crinale. 

 

Ormai disteso sul pavimento, con un cartello conficcato nell’addome con la scritta INRI (Untitled – I.N.R.I., 2009), tornò a intestardirsi contro il muro in KAPUTT (Fondazione Beyeler, 2013). Questa volta non era solo ma con una scuderia di cinque cavalli che saltano all’unisono, in una ripetizione e moltiplicazione del primo rovinoso tentativo. Il titolo si riferisce al romanzo di Curzio Malaparte, alla scena in cui dei cavalli muoiono congelati nelle acque di un lago in Finlandia, il corpo raggelato, la testa sopra il filo della superficie dell’acqua in un’espressione impietrita.

 

I.N.R.I.

 

Al cavallo piacerebbe chiudere la galleria e lasciare il messaggio “Torno subito”, come fece Cattelan nel 1989 per la sua prima mostra, o calarsi con una corda dalla finestra (Una domenica a Rivara, 1992). Ma il cavallo intrappolato nel museo che sbraita per uscirne a tutti i costi è l’esatto opposto di Cattelan che, in un tentativo di effrazione, sfonda il pavimento del museo pur di entrarci, come nei film sulle fughe dal carcere (difficile non pensare a Le trou di Jacques Becker, 1960). In comune, il cavallo e Cattelan hanno solo il fallimento. In entrambi i casi, il destino gioca infatti un brutto tiro: al cavallo, vittima innocente, spetta una fine cristologica, da “cavallo espiatorio”; a Cattelan una eutanasia espositiva siglata dalla retrospettiva del Guggenheim (All, 2011-12), al punto che la mostra attuale alla Monnaie di Parigi (Not Afraid of Love, fino all’8 gennaio) si presenta come la prima retrospettiva postuma.

 

Kaputt.

 

A cuore aperto

 

Nel 1969 Jannis Kounellis trasformò il garage-galleria L’Attico di Roma in una stalla, esponendo dodici cavalli legati alle pareti. Come se il cavallo, soggetto tradizionale della pittura di paesaggio e della scultura commemorativa, si fosse ribellato a questo ruolo angusto, riappropriandosi dello spazio reale. Senza trattenersi dal pisciare nel garage di Fabio Sargentini, come mostra bene una foto d’epoca. Se Kounellis ha ripetuto quest’azione cinque volte in Europa e un’ultima volta alla galleria Gavin Brown di New York (giugno 2015), Cattelan sembra prendersi gioco di tali reenactement. Per la sua prima mostra negli Stati Uniti (Daniel Newburg Gallery, 1994), espone un asino – che aveva già calcato le scene del Metropolitan Opera ne La Bohème o Il barbiere di Siviglia – minacciato da un lampadario di cristallo che pende sopra la sua testa (Warning! Enter at Your Own Risk. Do Not Touch, Do Not Feed, No Smoking, No Photographs, No Dogs, Thank You, 1994).

 

Warning enter at your own risk. Do not touch do not feed no smoking no photographs no dogs, thank you.

 

Meglio allora rivolgersi a Bologna, città importante per Cattelan, dalla galleria Neon al Premio Alinovi-Daolio dell’Accademia delle Belle arti, ritirato tra le polemiche dal duo comico dei Soliti Idioti. Qui a Bologna ha vissuto Carlo Ruini, anatomista autodidatta – anche lui, come Cattelan, non amava l’università –, autore de Dell’anatomia et dell’infirmità del cavallo. Pubblicato in due volumi dopo la sua morte, nel 1598, è un libro fondante per l’anatomia del Rinascimento, il primo trattato moderno di veterinaria – e arte – equina. Le 64 tavole che lo illustrano rappresentano la circolazione sanguigna del cavallo, con il fegato come principio delle vene e del sangue, fedele in questo alla fisiologia del medico greco Galeno, medico dei gladiatori che fece delle vivisezioni sugli animali uno spettacolo. 

Plagiate un po’ ovunque, le immagini di Ruini circolarono in Europa fino alla metà del XVIII secolo fino al contributo decisivo dell’inglese George Stubbs, Anatomia del cavallo (1766), ristampato ancora oggi (Amazon conferma). A Stubbs fu necessario un anno e mezzo di lavoro per completare l’opera, sospendendo i cavalli morti a un gancio che pendeva dal soffitto, un po’ alla Cattelan, tagliando uno dopo l’altro gli strati di pelle e di muscoli fino ad arrivare alla struttura ossea. Per ritrovare un contributo scientifico altrettanto valido bisognerà attendere la fine del XIX secolo con l’analisi del movimento nella cronofotografia. 

 

Ruini.

 

Ruini.

 

Di questo passo, Cattelan mi sembra vicino agli studi equini di un artista come Géricault, che amava disegnare cavalli, sebbene fu proprio una caduta da cavallo, al centro di Parigi, a rompergli la schiena e debilitarlo definitivamente. Penso in particolare a un dipinto poco conosciuto, con il dorso e la groppa di cinque cavalli, come nell’installazione di Cattelan ala Fondazione Beyeler.

 

Diventare centauri

 

22 febbraio 2011, Galleria Kapelica, Lubiana (Slovenia): il pubblico assiste alla performance May the Horse Live in Me, in cui una donna viene sottoposta a una trasfusione sanguigna. Un’innocua messinscena rispetto alla body-art più truculenta, che ha fatto del sangue un liquido che insozza e infetta corpi e cose. Ma l’impressione è ingannevole, perché quel liquido che entra nelle vene dell’artista proviene da un donatore non umano ma equino. Una trasfusione di sangue di cavallo in piena regola, con il plasma e quaranta famiglie di proteine.

 

L’artista è Marion Laval-Jeantet che, con il compagno Benoit Mangin ha fondato il gruppo Art Objet Orienté. Preoccupata dalla scomparsa della biodiversità, in un primo momento l’artista si orienta sul panda, emblema della minaccia d’estinzione, ma ottenere una provetta di sangue di un animale così raro si rivela un affare complesso. L’attenzione si rivolge presto al cavallo, grazie anche al precedente del centauro nella mitologia classica, figura ibrida metà uomo metà cavallo. Laval-Jeantet entra in contatto con un laboratorio medico svizzero specializzato nella compatibilità del sangue e nella sieroterapia (molti sieri sono del resto fabbricati con sangue animale). Per mesi l’artista s’inietta dosi minime di sangue equino, tenendo ben separate le famiglie d’immunoglobine, affinché il suo corpo si autoimmunizzi, abituandosi a tollerare quest’intrusione sanguigna senza produrre reazioni allergiche. Un processo di «mitridatizzazione», riferimento colto al re persiano di Pontus, Mitridate VI, che aumentò la sua refrattarietà alle sostanze velenose consumandone regolarmente piccole dosi.

 

 

L’effetto degli anticorpi su Laval-Jeantet non si fa attendere sul piano fisiologico e psicologico, perlomeno a credere alla sua testimonianza: la natura equina si espande fluidamente nelle sue vene, con effetti descritti con dovizia di particolari: «Immediatamente ho sentito una forte infiammazione corporale. Il mio corpo è nel caos». E ancora: iperattività tiroidea, metabolismo accelerato, sensazione di potenza, emotività e inquietudine acuite dalla stimolazione delle ghiandole surrenali e della ipofisi – «questa contraddizione apparente tra una potenza fisica e una fragilità psicologica». «Ho avuto l’impressione di essere extra-umana. Non ero nel mio corpo abituale. Ero super-potente, super-sensibile, super-nervosa, molto timorosa. Un’emotività da erbivora. Non riuscivo a dormire. Ho sentito con tutta possibilità l’impressione di essere un po’ cavallo». Gli effetti si protraggono per tre mesi.

 

May the Horse Live in Me disturba. Perché tuttavia, mi chiedo, consumare «pezzi» di carne di cavallo è una pratica socialmente accettata ma iniettarsi sangue equino dà il voltastomaco? Il materiale di lavoro del duo Art Objet Orienté è il vivente, al di là dell’approccio medico all’anatomia animale, che si è limitata a classificarlo. Né si tratta di cercare un rapporto mimetico con l’animale, che in genere comporta, per l’animale, un’adozione di comportamenti umani, un addomesticamento. Gli artisti intendono «scrivere sul vivente una storia naturale del corpo». In linea con la bio-art, lavorano sul crinale tra arte e biotecnologia, biologia e sociobiologia, zooantropologia e scienze della vita, etologia in particolare, ecologia politica e militantismo ecologico. I due artisti sono legati da una «ossessione fusionale di essere con l’animale», da una volontà di «sentire altrimenti che come un uomo», d’instaurare una comunicazione tra le specie. Per questo testano i limiti della coscienza senza temere di «toccare i limiti del tabù corporale». 

Non è quello che fa Leonardo di Caprio in The Revenant quando dorme nella carcassa ancora calda di un cavallo per scaldarsi?

 

Gericault, cinq chevaux.

 

Mužik, o quello che passa dentro di noi

 

Mužik era un purosangue soprannominato Cholstomér o Passolungo per la sua lunga falcata. Bello, precocemente attratto dall’altro sesso, aveva un difetto agli occhi degli esseri umani: un manto pezzato. Il suo destino infelice fu presto segnato: castrato, marginalizzato, declassato a cavallo da soma, vittima di stallieri gretti e avidi, ammalato di scabbia, sgozzato, il corpo lasciato a terra, insepolto, preda di una lupa fino a che di lui non restò altro che la carcassa. Il ciclo dell’esistenza compiuto magistralmente in poche pagine. 

 

Mužik non è un’opera apocrifa di Cattelan ma il protagonista di un racconto di Lev Tolstoj (1863-64, pubblicato nel 1886), in parte narrato in prima persona. Secondo un aneddoto ripreso dal nostro Remo Ceserani, una mattina di primavera Tolstoj camminava nella sua tenuta verdeggiante di Jasnaja Poljana in compagnia del giovane Cechov. Imbattutisi in un cavallo, Tolstoj non esitò a descrivere le sensazioni dell’animale, il suo modo di vedere e rapportarsi all’ambiente circostante. Un resoconto degno di un etologo. Sorpreso dall’esattezza delle sue parole, Cechov disse al maestro che, in una vita precedente, doveva essere stato un cavallo. L’anziano scrittore, barbuto e vegetariano, rispose: «No, ma il giorno in cui ho appreso a sentire quello che passa dentro di me, ho appreso a sentire quello che passa dentro a tutti gli altri». Che il cavallo viva in noi!

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