Kurt Cobain, una domenica mattina

Pedalavo, qualche giorno fa, sopra una rovinatissima mountain bike, pitturata mimetica, con una scritta 'WINNER' gialla in font Rockwell stampata sulla canna. Ero, di domenica mattina, su una stradina tutta buche che portava al mare, con le gomme e i tasselli che andavano in mezzo a una doppia fila di cipressi, poi di ulivi, prima di arrivare tra i cespugli della pineta di Sterpaia, provincia di Livorno.

 

Nel mentre, accanto a un campo di girasoli, l'occhio mi cadeva di continuo sulla scritta 'WINNER', che mi ballava appena sotto i testicoli. Dopo un po' è balzata in mente un'altra parola, l'esatto contrario: loser. La parola nella quale mi sono coccolato per tutta la giovinezza: loser, perdente. Non solo io, ma parecchi amici e amiche e donne che ho conosciuto. Perdenti. All'opposto dell'epoca dei ministri under 35 e Renzi premier, degli appelli all'ottimismo, degli U2 band preferita nei Q&A ai nuovi eletti Democratici; dello Strega allo scrittore de 'L'Italia spensierata' e dell'hip hop in classifica che glorifica il Dom Pérignon.

 

Ad un primissimo esame, che esame non è, ma è piuttosto l'alea di suggestioni che il significato di una parola in prima battuta offre, loser si associa, per lo meno dentro il mio orecchio, alla fisionomia, alla voce e al ricordo di Kurt Cobain.

 

Così, ancora in mountain bike, sotto i cipressi, ho cominciato a meditare su Kurt Cobain, sulla morale e sull'estetica del perdente che mi hanno condizionato. Perfino sulla prossemica di chi si dichiarava un vinto e uno sconfitto. Sul vizio dell'autoironia che a volte non è stato che un modo soft e buffo di apparire perdenti e perduti. Sugli anni '90. Kurt Cobain, declinato sullo spettro del mio immaginario, significava introspezione estrema.

 

Una rabbia malinconica come reazione allo showbiz. La camicia da boscaiolo come statement: io vengo dai boschi, dal fango, non vi appartengo, appartengo alla droga, alla mia chitarra sfondata e senza più vernice, alle mie armi da fuoco, alla musa dai jeans strappati e i capelli ossigenati, alla solitudine lancinante che mi accarezza e masturba nei boschi. Kurt Cobain era molto popolare tra di noi. Più di quanto pensassimo.

 

In un bar dove andavo la sera, spesso si faceva vedere un tizio. Si diceva che avesse mangiato la mamma, dopo averla cotta in pentola. Età 45, 50 anni. Seguito dai servizi sociali. Magro, longilineo, sull'uno e ottanta. Figura elegante e naso da befana. Il naso emergeva come una pinna di squalo tra i capelli lisci e lunghissimi, neri. Qua e là qualche capello bianco infinito e femmineo. Portava spesso una camicia a scacchi, da boscaiolo. Scarpe Superga bianche, piatte e brutte sotto pantaloni jeans o qualsiasi. Di velluto o con la piega. Dovevano essere tutti vestiti usciti da una balla di abiti usati della Caritas.

 

Su di lui componevano un momento di perfetta bellezza grunge. In piedi in un angolo contro il bancone, guardava dentro la birra e parlava da solo sotto la luce di un faretto. Ogni tanto rideva. O meglio: una specie di ghigno. Batteva il piede come se avesse avuto un metronomo incastrato nell'ano. Spesso sembrava andare a tempo con un labiale da improvvisatore scat. Impossibile da decifrare.

 

Noi ce ne stavamo in un altro tavolo, ma l'immagine di lui con la camicia a scacchi, il labiale frenetico, mi rubava di continuo lo sguardo. Perché la sua marginalità radicale esercitava su di noi un fascino grande. Sembrava un dio uscito da un bidone dell'immondizia. Si chiamava Franco, credo. O Francesco. Immagine nostra e santa del grunge. Era per me, per noi, il doppio di Cobain e la sua reincarnazione dopo il colpo di fucile dell'aprile '94. Questo ho ricordato e pensato, mentre dalla pineta, venti anni dopo, ho cominciato a vedere una spiaggia e il primo pezzo di mare.

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