Lettera da Vienna

Da uno schermo nella metro, alla fermata Museumquartier, il telegenico e azzimato primo ministro Sebastian Kurz ribatte sul suo tasto: basta migranti, bisogna intervenire, bloccare il flusso! L’onda xenofoba da Vienna va verso est, trovando consonanze in Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria. Insomma negli stati che un tempo erano parte dello sconfinato mosaico dell’Impero Austroungarico, franato clamorosamente dopo la Prima Guerra Mondiale. Quest’anno, in celebrazione della fine del conflitto e per l’anniversario della morte di Egon Schiele, il tema è quello canonico della Finis Austriae, che tanto venne alimentata da persone che venivano da altri luoghi della Cacania in cerca di fortuna alla grande capitale, suscitando spesso reazioni altrettanto poco benevole. Il titolo complessivo di un programma che dura un anno intero è Bellezza e abisso. Schiele è al centro di una strepitosa esposizione del Giubileo al Leopold Museum, in cui è possibile per la prima volta vedere molte opere prima tenute negli archivi. La superficie preferita dall’artista era infatti la carta e, come ci informa la solerte curatrice dell’archivio Verena Gumper, il tempo massimo di esposizione per questi delicati lavori è di tre mesi. Terribile è lo scavo a cui il maestro del disegno sottopone i suoi soggetti, scarnificati, ridotti all’osso. Colpiscono specialmente una radicale serie di neonati, catturati a poche ore dalla nascita e di maternità sottoposte a uno sguardo aguzzo, crudele. Una febbre di creazione continua a produrre a getto continuo autoritratti (violenti come quelli di Francis Bacon) e ritratti, spesso legati ai misteri di eros.

 

 

Mirabili sono infatti quelli della sorella nel periodo in cui ella aveva intrapreso una relazione con una ragazza. La vita dell’artista si interrompe a ventotto anni lasciando dietro di sé un corpus enorme, che all’inizio suscitò spavento e ripugnanza. Ai piani superiori del museo, proprio partendo dall’eredità austriaca, da Klimt e Schiele, va in scena per la prima volta la strepitosa collezione di Heidi Orten, che sotto l’etichetta Wow!, a dire il vero meritata dalla ricchezza strepitosa del display, propone un ampio raggio di opere. Munch, Magritte, Dubuffet, Bacon, il gruppo Cobra, senza scordare una vastissima selezione di espressionismo tedesco (in primo piano Nolde) fino all’attualità più recente, una raccolta nata in simbiosi con la curatrice Agnes Husslein Arco, che con lei realizza scelte di acquisto. Il Belvedere indaga invece sull’eredità dell’epoca convulsa che segnò la fine dell’impero austroungarico. Beyond Klimt. New Horizons in the Central Europe, realizzata in comune con Bozar di Bruxelles, indaga con dovizia di materiali la fine della centralità viennese, con una molteplicità di stili, movimenti, individualità, spesso legate a violenti movimenti rivoluzionari tra le due guerre. Tra i moltissimi artisti in esposizione, spicca in primo luogo la mirabile, magnifica Friedl Dicker-Brandeis, maestra di arti tessili alla Bauhaus, pittrice, grafica, creatrice del laboratorio di espressione artistica dei bambini nella città-prigione di Terezin, in cui fece narrare la storia della reclusione con i mezzi di fortuna che il luogo rendeva disponibili.

 

Notevolissimi gli esperimenti profetici nel 3d del futuro di Victor Vasarely, le lugubri fantasie notturne della surrealista ceca Toyen, senza scordare le sinistre incursioni del polacco Pavlicek, tra scienziati pazzi e spettri-uccelli, nella moltiplicazioni di segni del conflitto imminenti. Notevolissima poi la celebrazione, nell’Atelier 21, di Gunther Brus, tra le voci più estreme dell’azionismo viennese. Il legame con Schiele è evidente nell’uso di un corpo sempre più contorto, disfatto, manipolato, in performances famose come Selbstmutilation. Colpisce specialmente la sequenza di insulti alla bandiera imperiale, vilipesa in ogni possibile modo, sotto l’aggressione di liquidi organici, mentre si dispiega un sorprendente talento come graphic notevolist.

 

Il Wien Museum fornisce un altro tassello sorprendente della vicenda della Finis Austriae nell’opera, di notevolissimo impatto, di Otto Wagner, vicino alla fermata della metro di cui ha disegnato magistralmente la fisionomia. Qui, come in tutte le altre esposizioni, spicca il ruolo delle donne in questo sommovimento tellurico delle forme e finalmente è lo Jüdisches Museum, ottimo come sempre nelle proposte espositive, a fornire il tassello mancante. Lo fornisce la notevole mostra The Places to be. Salons Spaces of Emancipations, in cui vengono ricostruiti perfettamenti i salotti viennesi, in cui si definivano le scelte culturali e artistiche, mentre nel frattempo le strepitose signore ebree (alcune di loro avevano scelto di convertirsi) trovavano la via per un nuovo ruolo nella società. Figure leggendarie come Fanny Arnstein e Josephine Wertheimstein, fino alla straordinaria Berta Zuckerkandl, sepolta al Père Lachaise, che fu ritratta da Klimt e squisita testimone della sua epoca.

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