Sunshine: storia di una famiglia

Il cinema in casa, via Internet o Satellite, serve, eccome! Non è un cineclub, ma si trovano film non visti e da vedere, diciamo dal 2000 in poi.

Com’è che si finisce col perdere un film importante? In vari modi: perché un amico, dei cui gusti cinematografici non ti fidi, te ne ha parlato… bene; perché ti è capitato di leggere una recensione malmostosa; perché il titolo tradotto in italiano è penoso; perché i film italiani sono quasi tutti dei bidoni salvo quello che dovevi vedere proprio quella sera quando avevi altro da fare e la sera dopo non c’era più… Il mix di “bello, ottimo, memorabile, da vedere, capolavoro, non c’è male” ti rimane nella testa e ti fa appuntare le orecchie perché tanto sulla TV di casa prima o poi ti arriva.

Sere fa, però, mi è successo un fatto strano: vagolavo col telecomando in Sky on demand da un film all’altro, cercavo e non trovavo nulla di accettabile; mi fermai davanti a uno strano titolo: “Sunshine: storia di una famiglia”. Andai a guardare il solito riassuntino, il quale diceva pressappoco: “Storia di una famiglia ebraica in Ungheria dal XIX secolo al 1956, la rivolta di Budapest”. Rimasi colpito per il fatto assai raro ormai che fosse stato usato correttamente l’aggettivo ebraica invece dell’agghiacciante sostantivo ebrea; poi l’Ungheria la conosco abbastanza bene, sono stato amico di Pressburger lo scrittore, ho avuto una fidanzatina, ebrea, ortodossa e ungherese, ho visitato l’Ungheria prima e dopo Kadàr…

Insomma, Elena e io ci siamo messi a vedere il film, che è del 1999 già Orbàn imperante. E lo abbiamo trovato bellissimo. Chi non perdonerebbe qualche difettuccio a un film che dura più di due ore per narrare vicende di due secoli e mezzo?

 

Non avevo mai visto descritta così bene la drammatica fase dell’assimilazione del popolo ebraico dopo la fine dei ghetti, che fu una sorta di sterminio culturale senza versare una sola goccia di sangue, come ben sapeva Proust; non avevo mai visto un Francesco Giuseppe così com’era, liberal e amico degli ebrei!

Credo che ormai pochi sappiano che lasciando andare il tempo senz’astio né persecuzioni, gli ebrei sarebbero pian piano spariti dall’Europa come lo furono dall’India e dalla Cina. Qualcuno mi ha detto che in Cina non esiste la parola ebreo, al posto della quale si usa “musulmano blu”, appunto perché il colore azzurro caratterizza la religione giudaica, e il verde quella islamica. Viste da Confucio.

 

Per poter cavalcare tanti decenni, il film è costretto a procedere per simboli di ogni epoca che la famiglia ha vissuto, dal tempo dello shtetl nell’Oriente ungherese a quello della parità austroungarica, in apparenza definitiva e con la sola messa in guardia di un nonno che dice simbolicamente: “Noi ebrei dobbiamo sempre limitare le nostre carriere, perché non si sa mai”. E invece quei consanguinei della puszta diventano industriali, e poi giudici della Suprema Corte, e poi infernali spadaccini e vincono la medaglia d’oro di scherma per la Patria ungherese alle Olimpiadi hitleriane della Berlino del 1936. 

Ed è qui che l’ebreo schermitore diventa simbolo anche lui con il suo martirio. Lui, di una famiglia che ha cambiato cognome da due generazioni, cattolica da una, campione di scherma, avvocato, capitano dell’esercito magiaro, dopo le dimissioni dell’Ammiraglio Horty nel 1944 viene torturato a morte dai nazisti ungheresi perché dice: “Sì, sono ebreo” e invece lui, il simbolo, non lo dice fino alla morte, ripetendo la sua identità acquisita ma vera che è diventata la sua e che è irrinunciabile.

La storia diversa del fratello comunista, medico, eroe della Resistenza francese, che sfiora il trionfo nel 1945 quando viene richiamato in patria come tanti altri ebrei ungheresi per collaborare alla costruzione del socialismo. I comunisti ungheresi si rivelano presto però infide bestiacce, cinici e crudeli anche se la loro miseria storica è differente da quella dei diavoli nazisti.

 

 E così il film arriva al fatidico 1956, quando l’ultimo erede del volto austroungarico giudaico, il figlio dello spadaccino, schiva la marea dei carri armati sovietici, corre all’anagrafe e torna al vecchio cognome yiddish abbandonato da quasi due secoli. Ed è allora che comprendiamo questo simbolo: senza più l’impeccabile scriminatura nei capelli biondastri, lo vediamo con i capelli rossi scarmigliati dell’avo mescolato all’anonima folla di Budapest, con il volto finalmente sereno della sua Aurora, quella del titolo. Il The End lascia lo spettatore per niente sereno a riflettere sul tempo presente. Buio nella sua stanza, prima dell’inevitabile pubblicità.

 

Riflettevo con mia figlia Lina sulle molteplici cause del naufragio, forse in Europa, certo in Italia, di un simile film: innanzitutto i simboli presuppongono la conoscenza, e quando questa vien meno, la fede. E se non c’è la fede, almeno la curiosità. E poi non può essere piaciuto per niente agli ebrei ortodossi, a quelli non osservanti, ai non ebrei di destra, a quelli di sinistra, agli europeisti, ai sovranisti...

Lina si è arrabbiata con me, e molto: “Ma non capisci, papà, che alla gente che va al cinema non gliene importa nulla dello shtetl, che neanche sanno cosa fosse, nulla dell’assimilazione, niente di niente dell’Impero Austroungarico salvo il Danubio blu, e che sono arcistufi di sentirsi ripetere all’infinito storie di ebrei e di Shoah che non li riguardano?”. È lei, la mia ex-bimbina, che con la sua innata brutalità mi ha svelato il mistero.

 

Roma, 6 maggio 2018

 

Film diretto, scritto e prodotto da István Szabó. 

Prima data di uscita17 dicembre 1999 (Canada)

RegistaIstván Szabó

Botteghino7,6 milioni USD

CastRalph FiennesRachel WeiszDeborah Kara Ungeraltri

PremiEuropean Film Award per il miglior attore.

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