Piovono rane

Piovono rane. È successo, pare di recente, in Serbia, nel 2005 a Odzaci, ripetendo in quel luogo dell’Europa un’antica calamità, una delle sette piaghe d’Egitto narrate nel libro dell’Esodo. Si tratterebbe di un fenomeno che avrebbe delle sue spiegazioni scientifiche: trombe d’aria aspirerebbero da zone lacustri, fiumi o laghi, l’intera popolazione anfibia, trasportandola a chilometri e chilometri di distanza, per farla poi cadere sui tetti, sulle case, sulle strade e sulle teste degli atterriti abitanti. In Magnolia, il film di Paul Thomas Anderson del 1999, nell’ultima scena c’è una caduta di rane, sorta di nemesi finale, secondo l’interpretazione dei critici. Perché le rane? E perché proprio in questi giorni? Due accadimenti contemporanei, tra loro irrelati, ma cui non viene male applicare la chiave di lettura della sincronicità, come la chiama Carl Gustav Jung.

 

 

A Venezia, sulla Punta della Dogana, è stato da poco rimosso il "ragazzo con la rana", la controversa scultura di Charles Ray lì installata da qualche anno. L’ha ispirata all’artista un passo del libro di Mark Twain, Huckleberry Finn. Nel romanzo dello scrittore americano il personaggio del ragazzo ascolta il gracidare delle ranocchie spinto da una sensazione di stupore meravigliato di fronte al mistero del creato (“Straziante, meravigliosa bellezza del creato”, P.P. Pasolini), e nel contempo da un irrefrenabile istinto, afferra una delle rane per vederla da vicino. Il sindaco della città lagunare ha deciso di far rimuovere la statua e rimettere al suo posto il lampione ottocentesco che si trovava in quel punto della passeggiata. Forse era atterrito dal gesto del ragazzo, che in effetti esprime lo spirito irriverente della giovinezza, e quel tanto di crudeltà che si manifesta nell’adolescenza, e non solo lì. 

 

 

 

Mentre nella Serenissima si concludeva la lunga diatriba sulla statua di Charles Ray, arrivava nelle librerie italiane l’ultimo libro di Mo Yan, recente premio Nobel cinese, uscito nel 2009 in patria, e tradotto dall’editore Einaudi: Le rane (Wa è il suono dell’ideogramma che indica questo anfibio nella lingua del Celeste Impero). Il titolo è riferito alle vicende di Wan Xin, una levatrice della regione di Gaomi, divenuta la spietata applicatrice della politica demografica del regime comunista, che nel corso degli anni Sessanta stroncava l’esplosione di natalità mediante la pratica dell’aborto. Da fedele esecutrice della volontà del Partito, Wan Xin si trova a fare i conti vent’anni dopo con la sua coscienza di donna e di madre. Una notte, diretta alla sua abitazione, si sperde tra le valli paludose dove gracidano le rane, assurte di colpo, in questo smarrimento mnestico e visionario, a simbolo dei non-nati, dei bambini morti, che la levatrice ha fatto abortire: corpi gelidi, piccoli feti, che la assalgono e la costringono a una dura rimessa in discussione della propria attività passata.  Come scrive Girino, pseudonimo dell’autore, nonché redattore del “Canto delle rane”, organo della Associazione distrettuale dei circoli e letterari, nella lettera con cui si apre il romanzo, questo anfibio è un simbolo di saggezza e di pazienza: se ne sta immobile sulla foglia di loto e tende l’agguato all’insetto. Unione d’immobilità e di velocità, quella dello scatto con cui estrae la sua lingua e afferra la zanzara volante.

 

 

Nei medesimi giorni sulle rive dei Navigli milanesi sono apparse delle grandi ranocchie di plastica colorata (rosse, gialle, verdi, ecc.) per un’azione dimostrativa del Cracking Art Group, a favore del recupero della Conca del Naviglio abbandonata da anni. Mentre nelle edicole ha un buon successo  una collezione di rane composte di materiale plastico morbido: “Frogs & co”. Sono ben 16 esemplari differenti provenienti da tutto il mondo, e in particolare dai paesi asiatici, rospi compresi: Raganella occhi rossi, Rana volante di Giava, Dendrobate azzurro, ecc. Ognuna ha la sua scheda, dentro la busta che i bambini palpano alla ricerca dell’esemplare, che ancora non possiedono. Una delle più interessanti è la Rana dipinta asiatica, consueta in Cina, detta anche Rana toro, che somiglia a un sasso e vive in zone umide, appiccicosa e tossica, proprio come racconta Mo Yan nel romanzo. I bambini hanno senza dubbio decretato il successo di questa ennesima collezione di mostriciattoli edita dalla DeAgostini. E ancora: nell’ultimo libro di Oliver Sacks, l’autore de L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello (Adelphi), medico, studioso delle percezioni eccentriche, appena uscito negli Stati Uniti, Hallucinations (A. Knopf), compare Kermit la Rana, il personaggio del Muppet Show, la rana più famosa del mondo, con cui Sacks dialoga. Perché tutte queste rane ci piovono addosso?

 

 

Questi anfibi sviluppano senza dubbio un doppio atteggiamento: attrazione o repulsa. Del resto, come ci istruisce il Dizionario dei simboli di Chevalier-Gheerbrant (Rizzoli), la rana è il simbolo della materia oscura, legata all’acqua e alla metamorfosi. Ambigua o ambivalente, che dir si voglia, è tuttavia amata dai bambini, sia nella versione morbida del pupazzo (quanti ce ne sono nelle camerette dei più piccoli!) sia in questa tutta gommosa (la materia morbida e appiccicosa di cui sono fatti questi esemplari è tattilmente apprezzata dopo i sei anni). Non a caso si tratta di un anfibio, a cavallo tra due regni, che incarna la tensione tra energia e stasi. Come ha detto una volta Stefano Bartezzaghi, la rana possiede un design preistorico, e ai bambini piace moltissimo questo ritorno a età primigenie. In fondo, la rana è la versione minore del dinosauro, animale estinto che però conosce da alcuni decenni un incontrovertibile successo come avatar nella popolazione infantile dei paesi occidentali (e non solo lì).

 

L’arcaico, il remoto, l’ancestrale, come ci spiegano gli psicologi, attrae, come il suo opposto e simmetrico: il futuribile e il fantascientifico; e con cui s’ibrida e si confonde. Non somiglia forse a “qualcosa” sospeso tra la rana e il dinosauro l’extraterrestre ET di Spielberg che nel 1982 ha decretato il nostro ritorno al futuro? Forse è proprio quell’elemento archetipico, per dirla con Jung, che lavora in tutti noi, e in particolare nei cuccioli dell’uomo, a spingere i visitatori della Punta della Dogana a posare davanti gli obiettivi fotografici accanto all’anfibio pendente tra le mani del ragazzino. Se il problema delle autorità municipali di Venezia è quello della crudeltà, forse dovrebbero meditare su come il fisico e anatomista bolognese, Luigi Galvani le trattava: le disseccava per i suoi fondamentali esperimenti sull’elettricità animale. Cavia incolpevole, ha aiutato a illuminare lo sperimentatore emiliano circa i nostri movimenti muscolari, ma anche, e non troppo indirettamente, alla costruzione della pila di Volta, con cui s’accendono e funzionano molte cose che usiamo ancora oggi, compreso il computer portatile su cui sto scrivendo adesso. La rana è qui, anche se non si vede.

 

Questo articolo è apparso su L'Eco di Bergamo



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