Nel gennaio del 1982, trentun anni fa, Primo Levi fu chiamato a dire qualcosa sul futuro, dando voce allo scrittore fantascientifico – o fantabiologico, come disse Calvino – che era in lui. Lo fece su “Tuttolibri”, insieme e accanto a James G. Ballard, autore ben più apocalittico. Levi se la cavò ricalcando le previsioni fatte vent’anni prima da Arthur Clarke, vedendo cosa si era avverato e cosa invece no. Tra le varie cose accadute c’era lo sbarco sulla Luna, un anno prima della previsione; Clarke ipotizzava poi la “radio personale”, prevista per il 1980, per Levi era allora facilmente realizzabile, ma non conveniva: meglio lasciar perdere. Ora che c’è internet e i social network, qualcosa del genere è accaduto. Ma cosa ci sarà nel 2025, o nel 2050, nell’ambito delle “invenzioni” che riguardano la cultura e il sapere? Difficile dirlo, ma una cosa possiamo azzardare: saremo sempre più primitivi. Quello che i new-media e la tecnologia portatile, aperta dai personal computer e proseguita con gli smartphone, hanno mostrato nel decennio appena trascorso, è che il futuro valorizza sempre più istanze “primitive” che riguardano le sfere primordiali della nostra psiche individuale e collettiva.

 

 

Bisogni primari come: stare insieme e comunicare; l’incontro e la relazione, che sono aspetti fondamentali negli esseri umani. Se si guarda con occhio “antico” i social network, si scopre che non fanno altro che incentivare forme di sensibilità primaria, che producono esseri tribali, e non più o non solo degli esseri individualistici, come la modernità ci aveva abituati, e spinti, ad essere. In questo le previsioni di Mashall McLuhan sul villaggio globale sono ancora valide. Non so se gli occhiali Google, di cui si fantastica in queste settimane, il computer che funziona in modo visivo, o telepatico, invece che manuale, saranno presto a disposizione delle masse dei consumatori globalizzati, tuttavia di certo non cambieranno alcuni aspetti di fondo degli esseri umani; semmai li accentueranno, almeno sul piano della moltiplicazione delle relazioni e dei rapporti reciproci.

 

 

La curiosità resta ancora un grande motore di sviluppo e di comunicazione reciproca. Prevedibile invece che l’istruzione superiore, quella universitaria in particolare, si evolverà verso forme non più fondate sulla unità di tempo e di spazio. Ci si potrà iscrivere alla Università di Harvard, piuttosto che Camerino o Macerata, per seguire le lezioni di grandi luminari via internet, accedendo a corsi e lezioni che sono disponibili gratuitamente, o a pagamento, a distanza. Certo, vivere in un campus, gomito a gomito con altri studenti o professori, è tutt’altra cosa, ma per questo ci saranno occasioni diverse dai consueti anni accademici attuali, possibilità di stage, incontri, trimestri o semestri di permanenza con borse di studio per i più bravi, che hanno raggiunto buone votazioni a Calcutta, piuttosto che a Ragusa. Così potranno incontrare i loro docenti conosciuti sin lì via Skype, o sulla loro pagina Facebook. La stessa forma libro evolverà verso aspetti sempre più antichi: frammenti e tasselli, rotoli o papiri, naturalmente non di argilla, cartapecora o fibre vegetali, bensì virtuali.

 

Naturalmente ci saranno le confraternite dei collezionisti di libri cartacei, mercati virtuali o fisici, in cui scambiarsi libri e conoscere le opere introvabili di filosofi siracusani del XX secolo, dimenticati dalle biblioteche elettroniche di Yale, o Milano, sarà ritenuto fondamentale per quella community. Il futuro ha sempre più un cuore antico: si produrrà anche in campo culturale la riscoperta di elementi primari della psiche individuale e collettiva, perché è oramai evidente che il Web.02 scopre qualcosa che già c’era. Per questo diventa utile conoscere forme e metodi del passato riguardo la produzione culturale, perché rifare cose già fatte è spesso la via maestra per arrivare più in fretta nel futuro. Quando Steve Jobs, respinto all’università, dovette scegliere un corso da frequentare, si decise per uno stage di calligrafia, tecnica obsoleta, che non sembrava coniugabile con le sue successive specialità d’inventore e creatore di personal. Ma proprio quella attenzione alla grafica, ai caratteri e al type design, fu fondamentale per riscoprire una zona dimenticata della pratica del passato. La produzione culturale avanza nei momenti di crisi economica attraverso forme inconsuete, procedendo a balzi, e non secondo linee evolutive continue e progressive. Secondo Stephen J. Gould si tratta di quella evoluzione punteggiata che il paleontologo americano aveva teorizzato qualche decennio fa per gli esseri viventi.

 

Anche il progresso culturale procede in modo simile. Dopo alcuni secoli di pensiero lineare, oggi è il momento del pensiero discontinuo, del movimento random, della dispersione e della polverizzazione progressiva; oggi i paradigmi dominanti non sono più quelli della produzione, bensì della distribuzione, come Michel Serres aveva previsto alla metà degli anni Settanta nei suoi "Hermes". Possibile che il pendolo possa, entro un decennio, o poco meno, rispostarsi verso la produzione, d’idee, pensieri, forme, oggetti. L’utopia dei Makers, oggi così diffusa in America, ma anche in Europa, prevede l’autoproduzione di cose a partire da attrezzature casalinghe, fai-da-te che necessita di fantasia e immaginazione, che appaiono ben distribuite più in una popolazione vasta e culturalmente diversificata che in una numericamente ristretta.

 

L’integrazione tra pensiero Occidentale e pensiero Orientale è andata avanti anche grazie alla globalizzazione, e il pensiero del XXI e del XXII secolo sarà sempre più multiculturale e multilinguistico. Forse dopo secoli dominati dalla coscienza si tornerà a quella “mente bicamerale”, di cui parla Julian Jaynes in un suo famoso libro, dove l’emisfero destro è abitato dalle voci degli dèi, che non sono più ovviamente le divinità dell’Olimpo pagano, o di quello ancora più arcaico, bensì le voci che ci possiedono attraverso l’uso di Internet della comunicazione silente di schermi e microvisori. Le forme del primitivo stanno ritornando grazie proprio alla tecnologia, anche quella più invasiva e insediata dentro di noi. Più siamo abitati da sistemi di comunicazione con il mondo, e più a fondo s’installano dentro di noi le Voci che ci-parlano.

 

 

Tutto questo non è incompatibile con le previsioni avanzate nel 1985 da J. F. Lyotard nella mostra parigina de Les Immateriaux al Beaubourg dove il tema della fluidità era quello dominante; nell’esposizione la nuvola era la metafora visiva più pregnante, insieme al grigio. Su quest’ultima cosa il filosofo del postmoderno si è sbagliato. Il mondo è sempre più colorato come del resto gli esseri umani, molti dei quali oggi sono ricoperti da segni, disegni, lettere, cifre, forme colorate, che chiamiamo tatuaggio, segno tangibile del primitivismo attuale. Tutto questo non porta né porterà alla “pace universale” ipotizzata dall’illuminismo kantiano, bensì a qualcosa che somiglia piuttosto al dissidio, al conflitto, ovvero alla pluralità. Prepariamoci a essere sempre più antichi per essere sempre più moderni, più selvaggi per essere più civilizzati. Il confine tra il fuori e il dentro, tra il vicino e il lontano, è saltato, ma come aveva previsto con il suo pessimismo ben temperato l’ex deportato di Auschwitz il grande compito culturale che ci attende è quello di costruire ponti. Ciascuno di noi potrà, o dovrà essere, un Pontifex maximum o minimum, secondo i casi. Il futuro è già passato: è adesso, è domani.

 

Questo articolo è apparso su La Stampa

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