Verde. Storia di un colore

Vi piace il verde? Così ci interpella uno studioso francese di colore, ma anche di araldica, Michel Pastoureau, nella prima pagina del suo Verde. Storia di un colore (Ponte alle Grazie). La risposta non può essere certo univoca per un colore così discusso come il verde. Secondo una ricerca recente, in Europa sarebbe proprio il verde il colore preferito da una persona su sei; ma c’è anche chi lo detesta e chi ritiene porti sfortuna. Difficilissimo da indossare, sia da donne sia da uomini; eppure è il colore più diffuso in natura. Se chiedessimo a un fisico: perché si vede il verde? Ci risponderebbe: perché in un prato, nelle foglie degli alberi, nelle “cose” della natura, tutti i colori sono assorbiti, mentre il verde è respinto. Per questo il nostro occhio lo vede. Dice Manlio Brusatin, architetto, saggista, che “il colore è molto più ciò che si pensa che ciò che si vede”. Lo scrive in un libro elegante e prezioso, Verde. Storie di un colore (Marsilio), pubblicato quest’anno.

 

Installation de pièges à l’orée de la forêt Miniature d’un manuscript enluminé du Livre de la chasse de Gaston Phébus (vers 1470-1475). Paris, bibliothèque Mazarine, ms. 3717, fol. 91 v°. ©Leemage/Selva.

 

Entrambi i libri sul verde ci dicono una cosa importante: il colore non è solo una lunghezza d’onda, o una sensazione, ma anche un’idea e un pensiero. Meglio: un sistema complesso di percezioni e convinzioni condivise in una cultura. La storia del verde lo illustra in modo evidente. Nelle caverne istoriate e dipinte dai primi uomini il verde non c’è; poiché è un colore della vegetazione, lo avrebbero escluso. Ci sono rossi, neri, marroni, ocra; niente verde e niente blu, e poco bianco. Parecchi secoli dopo i Greci mostrano un lessico cromatico molto limitato. Anche se la questione è molto dibattuta – abbiamo infatti ereditato testi scritti, non documenti sonori del parlato quotidiano –, ci sono due soli termini fissi e definiti: bianco (leukós) e nero (mélas); poi il rosso, in una gamma abbastanza ampia.

 

Eppure il verde è un colore che gode di grande nomea e valore presso un altro popolo contemporaneo dei Greci: gli Egizi. Figura nella loro pittura, e ha significati positivi: fertilità, fecondità, gioventù, crescita, rigenerazione. Tutta la passione per il verde, per il verde smeraldo, che attraversa anche la cultura medievale, e soprattutto l’esoterismo rinascimentale e moderno, risale ai costruttori delle piramidi, alla figura mitica di Osiride, su cui si sofferma ampiamente Brusatin nel suo libro. Il cristianesimo degli inizi non sembra molto interessato al verde.

 

I Padri della Chiesa ne parlano solo come colore della vegetazione. Poi accade un evento che ne condizionerà la stima nei secoli a seguire. Un papa, Innocenzo III, il più importante papa del Medioevo, quando è ancora cardinale scrive un trattato sull’uso dei paramenti sacri, e decide che il verde è un colore medio, fra il rosso, il bianco e il nero: lo si utilizzerà, scrive, quando non si usano gli altri tre. Tutto rimonta ad Aristotele e alla sua idea di colore mediano (una storia davvero interessante quella della relazione tra colore e filosofia). Del resto, i filosofi si sono occupati parecchio di colore, e si può dire che nel passato abbiano ricoperto un ruolo simile a quello che hanno oggi designer e creatori di moda nello stabilire l’importanza dei colori. Naturalmente non c’è solo Sacra Romana Chiesa, e il suo dominio culturale e spirituale. Nel Nord Europa ci sono i “verdi barbarici”, poi le tuniche dei pirati che assalgono chiese e monasteri. I vichinghi preferiscono senza dubbio il verde, forse in contrasto con il blu delle distese marine e il bianco della neve, che copre quelle terre.

 

Les changeurs Quentin Metsys, Le Changeur et sa femme (1514). Paris, musée du Louvre. © RMN-GP/Musée du Louvre/Gérard Blot.

 

Il colore degli ecologisti, Grünen, proviene da lì, dal mondo nordico e pagano. Poi c’è il verde dell’Islam, che oggi garrisce al vento nelle bandiere di vari stati arabi e dei gruppi terroristici della jihad. Verde è il turbante del Profeta Maometto, anche se le testimonianze dirette sono incerte, visto che vestiva di bianco e amava anche il nero. Brusatin ci spiega che è il verde del Paradiso Terrestre dell’Islam, mentre quello cristiano è di color celeste. Nei paesi islamici tuttavia lo possono portare solo coloro che sono nati nel periodo del Ramadan, mentre per gli altri è quasi d’obbligo la veste bianca.

 

Dopo aver ricevuto quella collocazione media, in Occidente il verde non si è più mosso di posizione. Anzi, da un certo punto in poi è stato definito persino pericoloso. Nel momento in cui i colori sono diventati tinture – la tintura era attività lucrosa nell’età medievale e all’inizio della modernità determinava il costituirsi di ingenti ricchezze –, il verde appare chimicamente instabile, abbinato a tutto ciò che è mutevole, capriccioso, come la giovinezza, la fortuna e il destino. Da quel periodo viene anche l’espressione “essere al verde”, che non riguarda il verde dei dollari, bensì il tronchetto dei ceri nelle celebrazioni liturgiche: quando la candela si consuma si vede il colore della base che lo regge (Brusatin).

 

Colore delle streghe, del veleno, del male, del Diavolo, cade dunque in disgrazia per diversi secoli, anche se i pittori lo usano; lo si ottiene mescolando blu e giallo, e perciò la coppia rosso/verde compare ancora. Ma la sua considerazione  – “colore” è quello che riteniamo tale, dice un filosofo – scende di molto. La storia del verde diventa perciò quella di una componente pittorica, di una materia, e non più di un colore che ha una valenza culturale. Non scompare nei vestiti, ma è un’eccezione. Il blu si afferma alla fine del Medioevo come il colore principale, racconta Pastoureau in Blu (Ponte alle Grazie). L’Illuminismo lo impone. Per Goethe, che fa vestire Werther di una giacca blu e pantaloni gialli – abbinamento diventato di gran moda tra i giovani romantici –, il verde sarebbe il colore dei borghesi, dei mercanti, mentre il rosso è per la nobiltà, il nero per il clero e il blu per artigiani e operai (tanto da farci pensare che il profeta dei blue jeans sia proprio lui). Tuttavia nella sua casa di Weimar Goethe tinteggia la camera da letto di verde scuro. Da quel momento artisti, poeti e scrittori diventano i nuovi arbitri del colore.

 

Polychromie en vert Paul Cézanne, Pommes vertes (vers 1873). Paris, musée d’Orsay. © Leemage/Josse.

 

Le teorie percettive, a partire dall’Ottocento, lo collocano vicino al rosso, di cui è il complementare. Si parla di “mescolanza ottica”, e Michel-Eugène Chevreul, che dirige la Manifatture dei Gobelins a Parigi, pubblica nel 1839 uno studio che avrà una grande influenza nell’ambito pittorico e non solo lì: De la loi du contraste simultané des couleurs. Dall’Ottocento la chimica e la fisica, la scienza in generale, assumono un ruolo decisivo anche nella vita quotidiana. Il verde perde il suo posto di colore primario. A produrlo è la coppia occhio-cervello; materialmente non esiste più, diventa una specie d’illusione: l’unione con blu e giallo nell’occhio. È l’epoca dell’Impressionismo: si usa il verde, ma per dipingere gli spazi aperti; ai pittori successivi tuttavia non piace. Mondrian scrive: “Un colore inutile”. Continua a essere pericoloso, corrosivo, tossico; non gli riesce neppure a staccarsi dalla definizione di colore frivolo, dal quale è meglio tenersi alla larga. Fino agli anni Cinquanta del XX secolo è quasi assente negli oggetti, ma anche nelle decorazioni e negli arredi; i designer non lo usano. Solo il kaki, il “verdastro”, come lo chiama Brusatin, che unisce marrone, giallo, grigio e verde quale gamma estesa, ha un qualche successo.

 

In Francia diventa invece il colore della burocrazia, ricorda Pastoureau. E oggi? Torna di moda, in modo alterno, prima di tutto come colore politico. Dal verde nordeuropeo, irlandese, proviene il verde della Lega; ci sono poi i Verdi tedeschi, anche se in questo momento in ribasso dal punto elettorale. Ma certo hanno reso di nuovo consueto nel linguaggio politico, e non solo, questo colore. Lo acquisisce, a seguire, il settore dell’agroalimentare ecologico e della salute, nuovo valore massimo. Il verde come garanzia del brand è presente nel packaging, nelle insegne delle farmacia, e poi negli ospedali, dove è il più utilizzato per camici e pareti. A questo punto risale nei sondaggi: al secondo posto dopo il blu in Europa, quale colore preferito. Una bella foto di Jane Fonda vestita di verde chiude il libro di Pastoureau e indica il cambiamento in corso. Il verde resta sospeso tra positivo e negativo: invidia, avarizia, gelosia, da un lato; e calma, armonia, gioventù, simpatia, naturalezza, amicizia, fiducia, dall’altro. Per quanto l’indicatore si sposti sempre più verso il positivo: è diventato un colore messianico, dice lo studioso francese. Salverà il mondo, scrive Pastoureau. Sarà vero?

 

Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su L’Espresso

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