Renzi e i gesti

Di ritorno dalla sua recente visita di Stato in Africa, il Presidente del Consiglio si rivolge agli italiani direttamente dalla cabina dell’aeroplano che lo riporta in patria. Un’auto intervista, inframmezzata da immagini del tour, gli incontri con i presidenti dei paesi visitati, i cerimoniali e gli scambi di saluti. Matteo Renzi indossa l’inconfondibile camicia bianca. Ha i primi bottoni aperti, in alto. Parla a braccio, in modo spontaneo. Non si vedono molto le mani, perché l’inquadratura non li include. Sono perciò le espressioni del viso ad accompagnare le parole, e a commentarle.

 

 

Quando si concentra, Renzi socchiude gli occhi per un breve istante, alza il sopracciglio e aggrotta la fronte. A colpire sono i movimenti del labbro, che accompagnano le frasi: alza quello superiore quando la frase che pronuncia è particolarmente forte; in quel caso anche il tono della voce è più elevato; mostra i denti, ma per poche frazioni di secondo. Un vero peccato che non si vedano le mani, perché sono la parte del corpo che meglio esprime la sua personalità. Sottolinea sovente le frasi con convinzione: allarga le braccia, agita le mani, le accosta per dare la misura visiva delle cifre che pronuncia; utilizza anche il gomito, appoggiandosi al leggio da cui parla, quando c’è. Se usa il microfono, lo tocca più volte, alternando braccia aperte a compasso e mani sullo strumento d’amplificazione.

 

Qualcuno ha detto che sembra un venditore, un imbonitore, un presentatore televisivo, quello di “Pacchi”. In effetti, se paragonato alla scarsa mobilità dei precedenti Presidenti del Consiglio, Enrico Letta e Mario Monti, Renzi mostra nei gesti una forza persuasiva molto superiore. Non è rigido o compassato, anzi. Il commediografo e scrittore Arthur Miller in un illuminante libretto, I presidenti americani e l’arte di recitare (Bruno Mondadori), ha sostenuto che i leader politici hanno capito da tempo che occorre recitare, a partire da J. F. Kennedy per arrivare a Ronald Reagan, che attore lo era stato davvero, a Bill Clinton.

 

Che sia mosso dal calcolo o dall’istinto, l’uomo politico, continua Miller, “deve trovare il centro magnetico che unirà un pubblico frammentato, e quindi deve evitare di mandare segnali che possano alienargli porzioni significative di pubblico”. Il vero problema, a suo dire, è quello della sincerità: se la gente sentirà che mente, non lo apprezzerà di sicuro. Per questo la recitazione è decisiva. Miller, pensando ai presidenti americani, consiglia la “sincerità rilassata”. Matteo Renzi non possiede questa qualità. Non che sia insincero. Per capire quale sia la strategia comunicativa che accompagna le sue parole, basta guardare su You Tube le sue conferenze stampa accanto al presidente americano Obama e alla cancelliera Merkel.

 

Matteo s’agita, si muove sul podio a destra e a sinistra, rotea testa e tronco di qui e di là, mentre gli altri due leader conservano una posizione fissa, centrale, guardano davanti a sé. Renzi enfatizza le sue parole con ampi gesti degli arti superiori. Sta cercando di convincere.

 

Certo, è ancora inesperto. In poco tempo è stato catapultato dal ruolo di sindaco di una media città – seppur conosciuta nel mondo –, come Firenze, a leader nazionale, Presidente del Consiglio, leader europeo, e quindi internazionale. La sua mimica facciale e gestuale è molto italiana, quella di un provinciale, un uomo che parla per convincere – non sedurre –, non per imprimere nella memoria degli astanti una personalità indimenticabile. Deve ancora superare il gap che il suo ruolo gli impone. Lo si vede infatti più a suo agio davanti a platee conosciute, o nei talk show, quando discute e anche polemizza. Ovvero, quando può recitare la parte del battitore libero.

 

Appare più impacciato quando indossa la giacca e la cravatta. Meglio quando è in jeans consunti e camicia bianca sul sofà di Palazzo Chigi. L’altro giorno, alla inaugurazione della Brebemi, l’autostrada che collega ora Brescia a Milano, indossava un abito grigio di fattura industriale, non molto elegante, una specie di corazza. Non era a proprio agio con la sindachessa leghista, che lo affrontava vis a vis. Teneva le braccia conserte, come un professore, faticava a sciogliersi, a ritrovare la sua brillantezza consueta.

 

 

Senza dubbio non si trova a bene nelle vesti di Capo del governo, là dove deve dare prova di civile responsabilità. Molto meglio quando è a ruota libera, nei comizi pubblici. Imbarazzato come uomo delle istituzioni. Forse intuisce, come mostra l’intervista registrata sull’aereo che lo riportava in Italia, che funziona solo quando promette un radioso futuro, quando deve mostrare la sua giovinezza come un brand, quando è l’aedo del brand Italia, del Made in Italy, dell’agroalimentare, del Paese-più-bello-del-mondo. In questo è ancora un allievo di Silvio Berlusconi, un allievo che ha ampiamente superato il maestro. Deve ancora imparare a fare il Presidente con i gesti e il corpo. Dopo aver imparato a far politica, a promettere un radioso avvenire ai nostri figli, dovrà trovare i gesti e le posture per comunicare che qualcosa l’ha già fatto davvero. Per ora scappa in avanti, ed è solo Smart.


Una versione più breve è apparsa su L’Espresso

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