Se si cerca sui dizionari oggi in commercio la parola “aptico”, non la si trova, o almeno non in tutti. Eppure il termine indica qualcosa di fondamentale nell’azione del toccare. L’etimo della parola è “tocco”; Haptikos il termine greco da cui deriva. Indica la capacità di “venire in contatto con qualcosa”. Il termine inglese equivalente è “Touch”, anche se non ha la medesima origine etimologica, termine che certamente tutti conoscono facendo uso di quel “tocco” ogni giorno, più volte al giorno, manipolando i dispositivi elettronici: smartphone e tablet. L’aptico è una funzione della pelle, come ha scritto Giuliana Bruno in Atlante delle emozioni (Johan & Levi edizioni), costituisce il “mutuo contatto tra noi e l’ambiente”. Quel tocco, Tuoch, riguarda il riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto.

 

La percezione aptica, come spiegano gli psicologi e gli studiosi di percezione, deriva dalla combinazione di due aspetti: la percezione tattile, per cui gli oggetti toccati suscitano sulla pelle una sensazione (ad esempio, se una superficie è rugosa o scabra) e la propriocezione, che deriva dalla posizione che la mano ha rispetto all’oggetto toccato. Grazie a questo doppia percezione, identifichiamo le cose intorno a noi. Possiamo tenere in mano un oggetto, stringerlo, ad esempio una penna o il cellulare, oppure possiamo esplorare l’oggetto con le dita, identificarlo e usarlo. To touch è il verbo con cui agiamo sulla superficie del nostro smartphone, sfiorandolo, toccandolo, premendolo.

 

Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari.


La percezione aptica è in definitiva la “tastazione del mondo”. Negli anni Duemila siamo passati dal paradigma visivo a quello tattile, o meglio: aptico. La visualità, l’ottico, l’immagine, hanno lasciato il passo al tattile. Ci sono stati almeno due profeti dell’età aptica. Uno è Asley Montagu, un antropologo che si è dedicato alla divulgazione scientifica; ha scritto un libro per vari decenni ritenuto una bibbia dell’educazione infantile: Il linguaggio della pelle (Garzanti), in cui spiegava quanto fosse importante il tatto nel rapporto madre-bambino. Montagu, allievo di Malinowski, studiò i comportamenti tattili di alcune tribù di nativi australiani prima di arrivare a concludere quanto fosse negativa l’assenza di contatto tattile in alcune culture e civiltà occidentali. L’altro profeta è Marshall McLuhan. Nel suo libro più affascinante, Understanding media (tradotto in italiano con Gli strumenti del comunicare, il Saggiatore), nel 1964 scrisse che mentre la scrittura è un’estensione e una separazione del nostro senso più neutro e oggettivo, la vista, “il numero è una estensione e una separazione della nostra attività più intima e in più stretto rapporto con le altre, cioè il senso del tatto”.

 

Riprendendo l’insegnamento della Bauhaus, l’opera di autori come Paul Klee e Walter Gropius, il professore canadese mise in luce come il tatto offrisse una sorta di sistema nervoso, o di unità organica, all’opera d’arte, tema che ha ossessionato gli artisti a partire da Cézanne. Secondo McLuhan gli artisti da oltre un secolo cercavano di rispondere alla sfida imposta dall’età elettrica “investendo il senso tattile della funzione di un sistema nervoso per unificare tutti gli altri”. Il senso del tatto, scriveva negli anni Sessanta McLuhan, nel capitolo dedicato a “Numero, profilo della folla” del suo libro, che il senso del tatto “è necessario a un’esistenza integrale”.

 

Parole profetiche, se si pensa che oggi viviamo sempre più in un universo dominato dai numeri, dove gli algoritmi sembrano guidare e condizionare la nostra vita di cittadini e consumatori. McLuhan aveva capito, alle soglie dell’era informatica, che il mondo sarebbe stato da lì a poco composto di frammenti tra loro sconnessi, e che perciò serviva una coscienza unificatrice. Il tatto, nella sua forma aptica, è proprio questo. Mentre il mondo antico associava il numero alle proprietà delle cose fisiche e alle loro cause, e poi nella modernità tutti gli oggetti sono stati ridotti a quantità numeriche, la dimensione tattile è l’unica che ci permette di unificare il mondo e di averne esperienza diretta. Non è forse quello che oggi facciamo tutti i giorni? Sono certo che McLuhan sarebbe stato un entusiasta della esperienza-touch dei nostri apparati elettronici, che non è un semplice toccare, come qualcuno può credere, ma mette in gioco la nostra sensibilità verso il mondo adiacente al nostro corpo, come sosteneva J. J. Gibson, pittore diventato studioso della percezione, autore del prezioso Un approccio alla percezione visiva (il Mulino). In questi giorni alla Tate Modern si è aperta una mostra di uno dei maestri della pittura contemporanea, David Hockney.

 

Questo artista ha iniziato a un certo punto a dipingere usando un tablet elettronico utilizzando non più il pennello, bensì il dito indice, così da rivelare anche praticamente cosa significa toccare una superficie sensibile che risponde immediatamente. La sua azione tattile è aptica, perché mette in gioco quei due aspetti sensoriali che sono la percezione tattile e la propriocezione, il tocco e la posizione del dito e della mano rispetto all’oggetto. “Tutti i media sono metafore attive in quanto hanno il potere di tradurre l’esperienza in forme nuove”, scrive sempre in Understanding media McLuhan. Questo è il punto: cosa significa tradurre l’esperienza in forme nuove? Nel suo recente Superfici (Johan & Levi Editore) Giuliana Bruno sottolinea come il senso aptico metta in comunicazione con le pieghe stesse dell’esperienza, dal momento che questo senso è profondamente radicato nell’attività mentale, e permette nel contempo ai nostri corpi di percepire il movimento nello spazio. Per spiegare cosa ci accade con il tatto, basta pensare a qualcosa che facciamo già, quando andiamo al cinema. “Cinema”, scrive Bruno, viene dal termine antico greco kinema, che significa sia moto che emozione.

 

L’emozione è nel contemporaneo un mezzo di comunicazione e rivela il processo del divenire “che è materialmente mediato del movimento”. Il cinema si muove e ci muove; meglio: “ci com-muove”, interagendo con gli altri spazi, incorporandoli e provocando reazioni intime. I nostri supporti elettronici, che muoviamo e con cui interagiamo grazie al “tocco”, sono la medesima cosa. Viviamo in un regno della virtualità materiale, non in assenza di corpi, ma proprio in relazione con i corpi, grazie a quel tatto detto “aptico”. Vedrete che prima o poi anche i nostri dizionari includeranno il termine, e lo spiegheranno nelle loro pagine. 

 

Questo articolo è già apparso su “L’espresso”.

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