Un lampo… poi la notte! Bellezza fuggitiva

Un verso

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono.

Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

 

 “Un éclair…puis la nuit! –Fugitive beauté”. È un verso dei Fiori del male, apre la prima terzina del sonetto dedicato A una passante. Sul fondo, la folla metropolitana. Siamo nella Parigi “capitale del XIX secolo”, come la definirà Walter Benjamin, nella Parigi  che da poco ha aperto i grandi boulevards. C’è, dunque,  la folla, con il suo fluire scomposto, ininterrotto, volti e volti come privi di sguardo, di direzione, privi di reciproca conoscenza. Tutt’intorno, il rumore della strada. Ma ecco su quel rumore, su quel labirinto di vite e di cammini, uno stacco improvviso, il balzo di un’immagine, una sola immagine, che allontana di colpo la grigia anonimia della folla. Una donna passa nella strada, con un gesto solleva l’ampia veste orlata. Elegante, nell’incedere ha un che di regale, ma di una regalità dolorosa, in lutto. Compostezza, grazia, enigma. C’è un verso col quale il poeta mostra insieme il movimento e la seduzione. Lo dico nella mia traduzione: “Leggera, nella gambe una scultorea grazia”.

 

Ed ecco gli occhi della passante. Che sono come un cielo in cui sta per scatenarsi l’uragano. Gli occhi come cielo, gli occhi che riflettono il cielo visibile, ma anche il cielo nascosto, il cielo interiore: un motivo che viene da lontano, viene da Dante, da Petrarca, dai poeti del Cinquecento francese come Pierre Ronsard o Louise Labé, e giunge a Baudelaire. Gli occhi come un cielo, con il suo azzurro, i suoi crepuscoli, le sue ombre. In questo cielo degli occhi femminili si può naufragare come in un mare tempestoso. Ma ecco il nostro verso, cuore e punto di irradiazione di tutto il sonetto: Un éclair…puis la nuit. Fugitive beauté… (Un lampo, poi la notte. Bellezza fuggitiva…) Un verso alessandrino, dunque con la cesura tra i due emistichi, qui dilatata dal punto, un verso che viene dal teatro, da Corneille, da Racine, da Molière, e che Baudelaire ha sottratto alla scenica eloquenza per riempirlo di tutti i toni del sentire, dall’indignazione alla dolcezza, dall’immaginazione dell’altrove all’energia del ricordo, dal grido alla bestemmia, dalla confidenza al gelo della solitudine.

 

Ecco la terzina alla quale appartiene questo verso (qui nella mia traduzione) :

 

Un lampo… poi la notte! Bellezza fuggitiva,

che con un solo sguardo la vita m’hai ridato,

non ti vedrò più dunque che nell’eterna riva?

 

Il “lampo” – l’ éclair - degli occhi segna il salto dall’anonimia all’incontro. In quel lampo la luce di un’apparizione inattesa, sorgente di stupore. “Un lampo…poi la notte!”. In questo accostamento – il lampo, la notte -  sono messi a confronto la luce e l’oscurità, la presenza e l’assenza, l’apparizione e il suo svanire. Sullo sfondo c’è  il passaggio della folla, e il lampo cancella la folla, abolisce di colpo l’anonimia, e mostra l’istante, il tempo istantaneo, quell’istante che la fotografia, la nuova arte della modernità, cattura e fissa in immagine. La fotografia sulla quale Baudelaire è stato tra i primi a scrivere. Insomma quell’éclair è analogo al lampo di luce improvvisa che illumina il soggetto del ritratto e “impressiona” la lastra. Per il poeta la lastra è la sua interiorità.

 

Nella notte che sopravviene, il turbamento provocato dall’immagine si trasforma in rinascita, il fuggitivo si trasforma in una presenza da custodire oltre il suo stesso dileguare, oltre la sua sparizione. La passante appartiene ormai all’ interiorità del poeta. Resta con lui, pur essendo già stata inghiottita dalla folla. È la nuova presenza. È l’incontro che solo la poesia può preservare nel suo proprio tempo. E a noi, oggi, di quel fluire della folla in una strada parigina resta quell’immagine. La passante ha ora, per il poeta,  una sua singolarità e prossimità. E infatti compare nella poesia il tu: “Non so dove tu fuggi, tu non sai dove vado”.  C’è la ferita, ora, del reciproco allontanarsi, si  affaccia il profilo di una lontananza estrema, irrimediabile.

 

Nel cuore dell’incontro, nel lampo degli occhi,  si situa già  un addio. E tuttavia proprio in quel momento prende campo l’esperienza forte del tu, un tu che torna rafforzato e ripetuto nell’ultimo verso : Ô toi que j’eusse aimé, ô toi qui le savais. “Io t’avrei certo amato, e tu certo lo sai” (così mi è accaduto di tradurre: non trovavo altro modo per dire nella mia lingua quella certezza tutta interiore espressa dal poeta). È messa in scena qui l’esperienza di un amore consapevole che l’incontro è avvenuto anche se non ha avuto nessuno svolgimento reale. Un incontro che allo stesso tempo ha l’energia di quel che è mancato e la forza del veramente accaduto. È l’approdo di una conoscenza  scaturita, in un lampo, in un éclair, nel mare della folla. Si tratta di un incontro che vive solo in un altro tempo. Nel tempo della poesia. La quale, secondo il giovane Baudelaire, “è quel che c’è di più reale: essa è completamente vera soltanto in un altro mondo”. Il lampo della passante è la poesia stessa. Che porta la sparizione di una figura, e  di un istante,  in un nuovo tempo, in un  nuovo orizzonte. Dove è  custodito quel che più non c’è, dove è vero  quel che non è accaduto. La poesia come resistenza all’oblio: un “pensare contro l’oblio” (è un’espressione, questa, che Edmond Jabès riferisce in un suo scritto alla poesia dell’amico Paul Celan). La passante di Baudelaire ci dice certo dell’epoca, del tempo nuovo metropolitano, della Parigi dei grandi boulevards di cui ci narrerà poi Proust, l’autore, appunto, della Fuggitiva.

 

La passante di Baudelaire ci dice dell’amore, dell’amore come presenza che solo nell’interiorità riesce a custodire il permanente stupore e la sua bellezza. E ci dice anche della poesia, del suo tempo altro che preserva e fa rivivere, fuori dall’oblio, quel che è accaduto e quel che non è accaduto, l’inatteso e l’impossibile. Dopo Baudelaire altre passanti abiteranno la poesia moderna: quelle di Campana, di Sbarbaro, di Caproni, di Machado. Figure che diranno del patto fortissimo che la poesia intrattiene con l’altrove e con il mai più.

 

Un verso:

L'amor che move il sole e le altre stelle

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi

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