Violette

Alto il rischio di svenevolezze e romanticherie ma, nei pressi della festa di primavera, tale rischio è da affrontarsi con determinazione. Tutti i possibili discorsi intorno alla viola, alfiere della nuova stagione, sfiorano il lezioso, bordeggiano il patetico, cadono nello sdolcinato (bonbon parmense o tolosano che sia). Eppure, chi non si è sdilinquito al suono teso, struggente della Violetera in Luci della città?
Timida, modesta è la Viola odorata secondo i manuali della simbologia floreale: mammola è popolarmente detta, e mammoletta si dice appunto della bimba ingenua e delicata, tenera e facile ad imporporar le gote per un nonnulla. È la violetta dei prati e dei boschi che, ai primi tepori – stolonifera – tappezza ampie porzioni di prode erbose, tingendole e profumandole di quel colore e di quella fragranza in altro modo indefinibili. L’uno, detestato dai teatranti ad eccezione – dicono – di Eleonora Duse, l’altra (al pari del mughetto) da evitare sulla pelle in purezza: fa tanto profumo di vecchia zia. Timida, dunque, la mammoletta, ma tenace e persistente. Un bel viatico cui, forse, si deve la recente fortuna anagrafica del nome, ma temo l’aggio dei bamboleggiamenti disneyani.
Tutti conosciamo la violetta odorata: le foglie cuoriformi, cigliate, raccolte in rosetta ai piedi di gracili gambi che poco s’alzano a reggere, in foggia di monachelle (e torna il rinvio alla verginella di cui sopra), i calici a sepali ottusi, la corolla speronata di cinque petali composta: i laterali ripiegati in basso, addossati al centrale e maggiore a custodire nell’intimo un giallo zuccherino. 
 
 
Costituiscono famiglia a sé, le Violaceae, appunto con circa quattrocento specie di diversa livrea, non sempre olezzante: viola, ma anche azzurra, bianca e paglierina. Tra le europee oltre all’odorata, si possono menzionare l’alba Besser, la calcarata, la canina, la cornuta, la bosniaca. E poi c’è la tricolor, da cui, per ibridazione, le vistose viole del pensiero. Ci sono poi quelle assai selettive che eleggono un particolare habitat come l’euroasiatica e candida pumila, dalle foglie lanceolate, presente in Italia solo in Emilia Romagna; la nummuralifolia esclusiva delle Alpi Marittime, e l’altra alpina, la cenisia di casa solo nelle Alpi occidentali, o quell’altra ancora, la bresciana a me cara del monte Guglielmo (Viola culminis). 
Tutti, o quasi, i poeti hanno ricordato la viola mammola, più o meno botanicamente a proposito. Ma lasciamo stare la bacchettata di Pascoli a Leopardi per il suo improbabile mazzolin di rose e viole, e concediamoci un poeta per sovrappiù botanico di fama internazionale, seppur in un ambito circoscritto: Camillo Sbarbaro. Dedicò appassionata, paziente attenzione ai trucioli, alle rimanenze vegetali – i licheni – tanto da individuarne ben più di un centinaio e battezzarne una ventina. 
E, siccome nei giorni equinoziali ricorre la festa proserpinea e, nel nostro troppo consumistico calendario, pure la non indimenticabile festa del papà, ecco l’avvio di una poesia di Sbarbaro che iconizza al meglio la viola odorata nell’omaggio all’amata figura paterna:
 
 
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattino d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro. 
(Pianissimo, 1914)
 
Possano tutti i padri essere degni di tale esordio.
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