Il cielo è rosso di Giuseppe Berto

Sul finire del 1946 il trentaduenne Giuseppe Berto viene informato dall’editore Longanesi che le bozze del suo romanzo d’esordio erano state corrette, e che il libro sarebbe stato presto messo in distribuzione. Quello che l’autore ancora non sa, però, è quale sia il titolo. L’urgenza con cui la neonata casa editrice milanese costruiva il proprio catalogo stava imponendo un ritmo di lavoro serratissimo, costringendo i redattori a non concordare con gli autori scelte di primo piano. L’unica certezza era che il titolo sarebbe stato di ispirazione evangelica, come esplicitamente richiesto dall’autore. Così La perduta gente divenne Il cielo è rosso nel momento in cui uno dei collaboratori di Longanesi aprì a caso la Bibbia e ne trasse un versetto: «Era un titolo bellissimo e astuto – ricorda negli anni Sessanta Berto – che magari aveva poco a che fare col testo ma restava immediatamente impresso in chi lo vedeva».

 

Il romanzo narra la storia di quattro giovani sopravvissuti al bombardamento americano di Treviso. Nello scenario degli ultimi mesi di guerra, questi ragazzi sono costretti a una crescita repentina, fatta di litigi e innamoramenti; di scelte e malattie. Un libro tragico, in cui prevalgono desolazione e sconfitta e anche se il conflitto volge al termine, Daniele – protagonista/alter ego dell’autore – sceglie di non sopravvivergli. È il trionfo di quel male universale che nella guerra trova una realizzazione sconfortante e asettica: i piloti di bombardieri sono i bardi di «un male tanto grande, per cui essi portano terrore e morte e distruzione senza pensarci, con la coscienza di compiere un dovere».

 

 

Il cielo è rosso è fra i primi romanzi pubblicati in cui le vicende si svolgono sul finire della Seconda guerra mondiale, ma viene concepito e scritto a novemila chilometri di distanza da Treviso, nel campo di prigionia di Hereford, in Texas. Lì Giuseppe Berto fu internato dopo esser caduto prigioniero degli alleati in Nord Africa; lì – secondo Gaetano Tumiati, suo compagno di prigionia – Berto apprese la notizia del bombardamento di Treviso da alcuni repubblichini appena giunti al campo: «Si piazzò nei pressi del reticolato divisorio [e] riuscì a stabilire un dialogo con due militari di Treviso i quali, a voce altissima e col suo stesso accento, gli confermarono che la città era stata completamente distrutta». Lo scrittore non aveva dunque altre informazioni, se non quella dell’avvenuto attacco sul centro abitato. Pochi giorni dopo, cominciò a scrivere senza avere cognizione degli accadimenti italiani, sforzandosi di immaginare come sarebbe finita la guerra: egli non ha vissuto né il 25 luglio, né l’armistizio dell’8 settembre e sa molto poco del modus operandi della resistenza.

 

Tutto ciò ha naturalmente delle conseguenze sulla trama: l’Italia ha subito maggiori devastazioni di quanto sia avvenuto nella realtà e il collasso dello Stato raccontato nel libro non è aderente alla verità dei testimoni. Nel romanzo, scrive Berto, «la guerra finisce nell’autunno del 1944 perché il Nostro, che dava troppo retta alla propaganda americana che annunciava risolutive offensive, pensava che sarebbe appunto finita presto». Ma non è la fedeltà agli eventi storici che interessa l’autore; non gli interessa se il bombardamento abbia distrutto davvero tutta la città o solo una parte, poiché esso è comunque il simbolo della fine della civiltà. Il racconto nasce per allegorizzare la storia, non per darne una cronaca. Non importa se i pensieri e le azioni di Daniele e dei suoi compagni fossero plausibili nell’Italia di quegli anni; se lo scenario entro cui si muovono sia o meno riconoscibile da quanti hanno davvero vissuto quel periodo: quei giovani, e con loro tutta la popolazione, rappresentano dei martiri.

 

Terminata la guerra, lo scrittore tornò nella natale Mogliano Veneto ed ebbe la possibilità di sottoporre il suo lavoro a Giovanni Comisso, che si fece tramite con Longanesi attraverso una lettera, ricordata da Berto in questi termini: «Tu vedessi nel romanzo certi dialoghi di ragazzette che si avviano a quella che sarà la loro vita di prostitute che sorprendente umanità hanno. Il romanzo è sulle trecento pagine e ti assicuro che rappresenta una svolta». Comisso indirizzò il plico al numero 5 di via Boschetto in Milano. Era l’indirizzo sbagliato. È lo stesso Berto a raccontare l’aneddoto in L’inconsapevole approccio e a svelare di essersi accorto dell’errore quando – perduta la pazienza di attendere ancora una risposta – decise di recarsi personalmente dall’editore, scoprendo così che gli uffici di Longanesi erano in realtà in via Borghetto.

 

Da quel viaggio nel capoluogo lombardo nasce il libro: Indro Montanelli stava salendo le scale per andare dall’editore quando per poco non venne travolto dall’usciere. Berto aveva appena consegnato il dattiloscritto e se n’era andato: l’usciere doveva rincorrerlo perché nel frattempo Longanesi aveva cominciato a leggere il romanzo restandone folgorato: «Curvo su un voluminoso manoscritto su cui teneva minacciosamente librato un paio di forbici. – Scrive Montanelli in una testimonianza riportata da Marcello Staglieno in Giuseppe Berto. La sua opera, il suo tempo – Senza dirmi cos’era e chi era, via via che finiva di leggere una cartella me la passava. Dopo un’ora di questo esercizio mi chiede che cosa ne pensavo. “Un romanzo sulla resistenza. […] Ne abbiamo tutti le scatole piene”. […] “E invece è un colpo, – replicò Longanesi – parli di Resistenza, ma questo giovanotto ha il vantaggio di averla descritta senza avervi mai partecipato, anzi, senza averla nemmeno vista».

 

 

Fra i critici che per primi recensirono l’opera, Giancarlo Vigorelli, su “Oggi”, lamenta la scarsità di attenzione per Il cielo è rosso, soprattutto in quel momento editoriale in cui, secondo il critico, molti fanno passare per romanzo qualcosa che romanzo non è, mentre Il cielo è rosso è «romanzo il libro; e, quel che più conta, romanziere l’autore: voglio dire che si avverte subito che questo giovane scrittore ha cose da dire e sa dirle, ha dietro un paesaggio ed ha nel sangue dei personaggi. […] È un libro onesto; aperto nelle qualità quanto negli errori».

Raccontare la prima fortuna critica di questo testo offre la preziosa occasione di conoscere le opinioni che l’autore stesso si andava formando degli articoli che man mano venivano pubblicati. Berto raccolse infatti alcune sue idee di autocritica in un lungo saggio intitolato L’inconsapevole approccio (che dal 1965 accompagna a mo’ di prefazione le edizioni dell’altro suo romanzo della prigionia americana, Le opere di Dio). È un testo vibrante che permette di aver contezza di cosa l’autore pensasse delle proprie opere e si incarna perfettamente in quella continua esigenza di autoanalisi compiuta da Berto, il quale soleva corredare le riedizioni delle sue opere con presentazioni autografe.

 

Enrico Emanuelli, su “L’Europeo”, riconosce nel periodare del romanzo il modo di narrare di un particolare scrittore americano, che ne rappresenterebbe il riferimento letterario principale: «L’autore è del tutto nuovo, non ha alle spalle una storia letteraria. La sua letteratura, invece, così come si offre nel romanzo, ha una storia tanto scoperta che non vale nemmeno la pena di rifarla punto per punto. Sin dalla prima pagina si capisce dove abbia origine e su quale schema si sviluppi: detto il nome di Hemingway non vale indugiare più oltre». 

Per lo scrittore trevigiano il fatto che venisse evocato l’autore dei quarantanove racconti sembrava inevitabile, anzi fatale, perché con ciò il giudizio «nel complesso assai favorevole» della recensione veniva temperato. Ma Berto ne rifiuta qualsiasi comunanza intenzionale, come rifiuta qualsiasi volontà nell’aver adottato uno stile neorealista: l’autore, molto semplicemente, sente di non conoscere quello stile e che se nella sua scrittura è rintracciabile un approccio neorealista, si tratta di un approccio inconsapevole

Il libro fu presentato alla prima edizione del Premio Strega, particolarmente fortunata per la casa editrice milanese che assistette al trionfo di un altro suo titolo: Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Giuseppe Berto arrivò in finale e, sia nella prima tornata di voti, sia nella seconda, ottenne solo sette preferenze. Tra i quattro libri che il 5 luglio 1947 si contesero la bottiglia si piazzò ultimo (il quinto, Forte come un leone e altri racconti di Corrado Alvaro venne ritirato).

 

Il giorno successivo, sul “Corriere della sera”, Pietro Pancrazi stende un pezzo in cui, tra approvazioni e critiche, reputa che l’attrattiva maggiore del libro sia «il contrasto tra la materia che il giovane scrittore ha preso a trattare e il sentimento con cui egli la tocca. Più la materia gli si intorbida, mescolata com’è non solo di molte disgrazie e dolori e sangue, ma anche di corruzione e di perdizione, più il sentimento dello scrittore, aderendo tutto alle sue creature, ma moralmente ignaro di esse, si fa pietoso, tenero e infine straziante».

C’è un punto, però, che secondo Berto non venne colto dai lettori della prima ora, ossia quello del senso di colpa che egli «come italiano e fascista sente per aver contribuito allo scatenarsi della guerra». Senso di colpa che non ha avuto quella possibilità di redenzione che – si può solo supporre – gli sarebbe stata forse offerta dopo l’8 settembre, se l’uomo non fosse stato prigioniero.

Ma anche, segno forse ancor più indelebile per uno scrittore come lui, questo libro è il fallimento di un suo sforzo interpretativo: «Bene – scrive Berto su “Il Libraio” a ridosso dell’uscita del libro – io mi trovo in Italia da molti mesi ormai, e ogni giorno ho studiato la gente che mi gira intorno e mi sono accorto di avere sbagliato, nel mio romanzo. Poiché non ha importanza aver indovinato alcuni sorprendenti particolari, come bombe che sono cadute in tal posto e alberi che sono stati tagliati in tale viale. È la gente sbagliata, tutta la gente che mi sono sforzato di rappresentare come potevo immaginarla da dentro i reticolati».

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