Foreign fighters

L'espressione foreign fighters è da qualche tempo piuttosto chiacchierata, evoca un fenomeno nuovo, si dice, e allarmante. Di per sé, tuttavia, niente di più antico dello straniero che allarma, specie se tiene le armi in pugno, clave, sciabole o kalashnikov. Esso non ha alcun legame, culturale o sentimentale, con noi, e può dunque risultare spietato come una belva anche verso i più inermi, donne o bambini per esempio. La presenza di combattenti stranieri ha dato luogo agli originali modelli del raid e dell'anabasi in terre lontane. Il primo con Giasone, che comandando il ristretto gruppo degli Argonauti sottrae il vello d'oro nella Colchide; il secondo con i guerrieri greci al servizio di Ciro, che cerca di spodestare il fratello maggiore dal trono di Persia. Entrambi i poemi epici – Argonautiche di Apollonio Rodio e Anabasi di Senofonte – sono modelli d'andata in un territorio nemico dalle forze preponderanti e di ritorno in patria; sono per altro verso profondamente differenti, perché il primo consta di un rapido colpo di mano compiuto da pochi, mentre il secondo trova la sua gloria con una lunghissima ritirata in armi. 

 

Detto ciò, i foreign fighters di oggi che ci interessano da vicino appaiono più simili ai Greci, con il loro movimento iniziale da occidente a oriente. Questi combattenti erano mercenari che provenivano da diverse città dell'Ellade, laddove i giovani europei islamisti prendono le armi come entusiasti volontari. Ma così si faceva già in Europa durante l'Ottocento, con gli Ungheresi o i Polacchi accolti nelle file garibaldine, i garibaldini come Francesco Nullo che muoiono in Polonia per liberarla dal giogo russo: nazionalismo e libertà, libertà internazionalista. In questa scia ancora viva s'immette per esempio Karim Franceschi, italiano che lotta per la libertà del popolo curdo oppresso e in cerca di un proprio stato, come già ha raccontato in Il combattente (Rizzoli 2016) e più di recente sui giornali quanto agli ultimi sviluppi della lotta contro l'Isis. 

 

 

Riprendendo quanto sopra detto non è azzardato né provocatorio affermare che Garibaldi e Che Guevara sono stati due grandi foreign fighters. Garibaldi si è costruito come comandante nella guerriglia sudamericana e per il governo sotto cui era nato è stato a lungo un nemico, condannato a morte in contumacia; combatteva inoltre per una patria ideale, lontana nel tempo e ancora da conquistare. Qualche secolo di memorie e una profezia al modo del Califfato nel cuore del Medio Oriente. Le sue lotte sudamericane erano un tirocinio per il ritorno armato e decisivo nella patria a venire. Anche Guevara cade in un avvicinamento alla patria da costruire rivoluzionata dopo le scorribande internazionali (per altro tipiche anche del Garibaldi non solo pre-Sessanta, ma pure dell'esperienza a fianco della terza repubblica francese che resisteva ai Prussiani). Perfino i terroristi marxisti degli anni Settanta, che si esercitavano in campi d'addestramento mediorientali, tornavano poi in patria per adempiere il loro sogno ideologico. 

 

I foreign fighters di oggi hanno visto viceversa la propria patria d'adozione nella ummah islamista, territorializzata nel Califfato tra Siria e Iraq e sono stati costretti al ritorno soltanto a causa di una sconfitta militare. Il ritorno non è quindi previsto e tanto meno avviene con soddisfazione in seno a una patria riconosciuta. Per i protagonisti del raid il punto di partenza costituisce il luogo protettivo in cui rifugiarsi e suggellare la missione compiuta, per gli eroi dell'anabasi il sogno tenacemente perseguito del riposo, seppure talvolta reso impossibile a causa della sparizione della patria nel vortice della storia. Il ritorno per loro rappresenta comunque una vittoria, solo accidentalmente coincidente con la morte (per altro sempre possibile nello scontro con i più forti e dunque ben comprensibile: Guevara viene assunto perciò al mito del più magnifico perdente). Il foreign fighter risulta invece una figura paradossale, perché per lui il ritorno rappresenta la più cocente delle sconfitte, riscattabile solo con la morte; il foreign fighter infatti è straniero non in quanto combatte in terra (apparentemente) straniera presso stranieri, ma è viceversa straniero in patria. Nella patria legalmente sua eppure ripudiata in un viaggio che doveva essere senza ritorno e che può tornare ad esserlo solo con la morte. Se risulta incomprensibile il sacrificio di giovani occidentali islamisti che combattono per un Califfato esotico e feroce, doppiamente per noi contro-intuitivo appare il sacrificio violento di sé dentro i propri confini di nascita, a danno di connazionali. 

 

Bisogna allora mettere in fila una serie di dati propri ai foreign fighters in contrasto con la pedagogia marziale, che gli eroi del mito e della fiaba, i giovani delle tribù primitive e dei popoli antichi rappresentati per esempio dalla nobiltà spartana nella caccia iniziatica ai perieci, hanno inculcato nella nostra mentalità e nel nostro immaginario. In primo luogo proprio la conclusione suicida, del tutto opposta alla brillante riuscita del raid che è invece forma perfettamente conclusa soltanto se il colpire o il sottrarre sfuggono al tocco del nemico accerchiante, come pure opposta alla faticosa sopravvivenza dei guerrieri delle anabasi.

 

Poi l'inversione di un vettore spaziale che abbiamo constatato ugualmente millenario, quello cioè di combattimento dall'andata nello spazio pericoloso al ritorno nel luogo natio e salvifico: il ribaltamento dei campi per cui la propria patria naturale, dalla quale si parte, diventa il campo nemico a cui si torna contro volontà per operare il danneggiamento, mentre quello del mandante della missione suicida viene considerata la patria ideale. Infine la paradossale inversione rispetto alle proprie origini nazionali (di francese, inglese o italiano diventato straniero per la defezione e il tirocinio lontano), che sono pur sempre legalmente mantenute, anche nel momento del drammatico ritorno. Ecco una serie di motivi che fa del foreign fighter una figura doppia, logicamente contraddittoria, per i quali ci può apparire completamente nuova e distante, ma che andrebbe piuttosto annoverata sotto la categoria del perturbante perché prossima e aliena quante altre mai. 

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