Ginkgo biloba

In giro non si vedono più dinosauri, ma un albero del Giurassico è giunto sino a noi. Il Ginkgo biloba è un fossile vivente. È la sola specie sopravvissuta delle Ginkgoaceae e, certo, la pianta a semi più antica.

L’aggettivo ormai non gli si addice del tutto: le foglie dalla singolare lamina a ventaglio, dal margine ondulato e nervature parallele, non sempre sono incise nel mezzo a formare i due lobi, ben evidenti nelle archeologiche impronte dei sedimenti. 

 

 

 

Albero di un lontano non solo temporale, è originario dell’Estremo Oriente ed è giunto in Europa nel XVIII secolo: si possono ammirare esemplari settecenteschi negli orti botanici di Brera e di Padova. Notevole è pure il grande Ginkgo messo a dimora nella seconda metà dell’Ottocento da Giuseppe Verdi nella sua villa campestre di Sant’Agata. D’altronde, l’esotica presenza era segno di distinzione non solo botanica: in Oriente era venerato come albero sacro, custode della casa, simbolo dell’immutabilità del tutto e della coincidenza degli opposti.

 

 

Il 15 settembre 1815 Goethe regalò una foglia di Ginkgo all’amata Marianne Willemer, e poco dopo, nei giorni affranti della separazione definitiva, l’innumere, replicato dimidiamento delle foglie gli detta questa poesia:

 

Dieses Baumes Blatt, der von Osten
Meinem Garten anvertraut,
Gibt geheimen Sinn zu kosten,
Wie’s den Wissenden erbaut.

Ist es ein lebendig Wesen,
Das sich in sich selbst getrennt?
Sind es zwei, die sich erlesen,
Dass man sie als eines kennt?

Solche Fragen zu erwidern
Fand ich wohl den rechten Sinn.
Fühlst du nicht an meinen Liedern,
Dass ich eins und doppelt bin?

Le foglie di quest’albero, affidato

dall’Oriente al mio giardino,

celano sensi segreti 

che il sapiente sa capire.

 

È una cosa viva che

in se stessa è divisa?

O sono due, che hanno scelto

le si conosca in una?

 

In risposta alla domanda

il senso giusto l’ho trovato:

non avverti nei miei canti

che sono duplice e sono uno? 

 

 

L’inusuale flabello fogliare dal lungo picciolo conserva intatto il fascino da antica stampa giapponese, ma il portamento stilizzato dei giovani esemplari dai radi rami orizzontali sembra uscito dalla matita di Bruno Munari ispirata, come si sa, dall’estetica nipponica. Portamento che, poi, nei maschi adulti si fa conico, espanso nelle femmine. Assai diffuso come albero ornamentale per l’indubbio pregio estetico, è remarquable nella livrea autunnale d’oro fino che illumina le nebbie di novembre. 

Misteri d’Oriente: “yin” in cinese significa argento, “xing”, albicocca, forse per la patina biancastra che riveste a maturità l’ocra dei falsifrutti. Da qui Ginkyo, il nome del genere, poi traslitterato erroneamente in Ginkgo.

 

 

Lento nella crescita ma longevo, il Ginkgo è pianta dioica con strutture riproduttive su individui diversi e diverse nell’aspetto: i fiori maschili disposti lungo amenti penduli, quelli femminili con due ovuli all’apice di peduncoli eretti. Benché più frondose, le femmine producono drupe maleodoranti, per ciò la misoginia botanica le bandisce dai giardini. L’esito dell’impollinazione anemofila è infatti uno pseudofrutto, aranciato a maturazione, con una parte esterna carnosa, tossica (contiene acido butirrico), sgradevole all’olfatto, e una interna commestibile, dal sapore particolare: le “noci” di ginkgo si mangiano torrefatte come semi, decorticate sono ingrediente per molti piatti della cucina tradizionale cinese e giapponese. 

Noci e foglie del ginkgo sono oggetto di studio in campo medico. Paiono infatti confermate le preziose proprietà antiossidanti e neuroprotettive già note all’antica farmacopea orientale: rafforzano i vasi sanguigni e la memoria, rallentano i processi neurodegenerativi. Insomma, con l’estratto di ginkgo potremmo diventare giurassici anche noi! 

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