Croco, il poeta dei prati

I primi a fiorire sono i gialli poi, in successione, i bianchi e i blu. Al primo sole di febbraio, i crochi con rapidità sorprendente sembrano spuntare dal terreno con le corolle già aperte. Ogni anno mi rammarico – come Vita Sackville-West – di non aver piantato in autunno altri bulbi, tale è la gioia di vederli affollare l’erba non ancora rinnovata. 

 

 

Da non confondere con i colchici (famiglia delle Liliacee, antesi autunnale), i crochi appartengono alla famiglia delle Iridacee e possiamo averne in fiore sia in autunno sia alla fine dell’inverno. Il genere comprende circa un’ottantina di specie provenienti dall’area mediterranea, dai Balcani e dall’Asia Minore, ma gli ibridatori hanno selezionato, per lo più dallo spontaneo Crocus vernus, innumeri varietà dai colori, screziature e profumi dilettevoli.

 

È bene piantare i bulbi da settembre a ottobre (ma si è in tempo fino a dicembre), a una profondità di 7-8 centimetri in un terreno ricco misto a sabbia, fresco ma ben drenato. Si moltiplicano per bulbilli, che crescono attorno al bulbo madre, e per seme se volete cimentarvi nel creare nuove varietà. Usateli per far corona agli alberi, a macchie nel prato o in fasce ai lembi del bosco, vi diranno che la primavera non è lontana. Tra i miei preferiti c’è il dalmata Tomasinianus dalla fioritura precoce con corolle stellate, lunghi petali sottili tinti in double face azzurro-malva.

 

 

Notevole anche il cretese Crocus sieberi che mette insieme le coppe porpora, dalla fauce aranciata, e le foglie. Queste, come di consueto per tutti i crochi, sono filiformi e con una netta nervatura bianca al centro del verde lucido, e possono accompagnarsi al fiore o seguirlo. Alla bellezza del croco concorrono i vistosi stimmi d’un arancio scarlatto che, nel Crocus sativus, colti uno ad uno da mani pazienti, poi essiccati, danno origine alla spezia preziosa dello zafferano. Da essi, forse, vien anche il nome dal greco krókon, giallo, come il filamento dello stimma che, attraverso l’arabo, diventa za’faran, pianta gialla appunto. 

Ben noto agli antichi, è uno dei fiori che il mito rubrica tra le trasformazioni botaniche come esito dell’amore impossibile del giovane Krokon per la ninfa Smilax (Ovidio, Metamorfosi, IV, 283-284). Compare nel Cantico dei Cantici ed è tra i fiori del talamo di Giove e Giunone nell’Iliade (XIV, 346-351): 

 

Così disse il figlio di Crono e afferrò tra le braccia la sposa:

e sotto di loro la terra divina produsse tenera erba,

e loto rugiadoso e croco e giacinto

morbido e folto, che dalla terra di sotto era schermo: 

su questa si stesero, si coprirono di una nuvola

bella, d’oro: gocciava rugiada lucente.

 

 

Fiore sensuale e nuziale, dunque. E rigenerativo, giacché i romani solevano piantarlo sulle tombe come augurio di felice viaggio verso l’aldilà. Sempre presente nel topos del repertorio floreale dei loci amoeni in Poliziano (Stanze, 79), in Ariosto (Orlando Furioso, 18, 138), nelle Rime del Tasso (S’i mirabil virtute), il croco attraversa tutta la letteratura italiana. Per Pascoli, che vi s’immedesima, è il «poeta dei prati» e, giustamente, suggerisce di non piantarlo in vaso («O pallido croco/ nel vaso d’argilla/ ch’è bello, e non l’ami, coi petali lilla/ tu chiudi gli stami/ di fuoco», Il croco). Quello di D’Annunzio, che nelle Laudi molti ne annovera, è «aureo splendente» (Maia, XIV, 76). Entrambi arrivano fino al Montale di Non chiederci la parola con la sua impossibilità a dire, a definire «l’animo nostro informe», a farlo risplendere «come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato». Fino ai «crochi gialli dell'autunno» che la ragazza di Umberto Piersanti «mette nel bicchiere all'inferriata» (I crochi, in Nel folto dei sentieri, Marcos y Marcos, 2015).

 

 

Anche Virginia Woolf ricorre a questo fiore per ragionare sul rapporto tra scrittura e pubblico. In The Patron and the Crocus (1924, poi in The Common Reader) sollecita lo scrittore «commosso alla vista del primo croco nei giardini di Kensington» a rivolgersi al committente ideale, al pubblico da cui non si può prescindere: «scrivere è un mezzo per comunicare, e il croco resta un croco imperfetto finché non lo si condivide con qualcuno». 

Fiore passionale, speziato e letterario. Piantiamone molti da condividere con gli amici e i visitatori del giardino: un «prato gremito di crochi» è il più bel biglietto da visita per la primavera che s’appressa.

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