Narcisi

Pure le piante, ogni tanto, scioperano. Per fortuna, nella società vegetale le sigle sindacali non si coalizzano e, se i cornioli incrociano le braccia, i pruni suppliscono con una fioritura gloriosa.    

 

 

In quest’esordio di primavera i narcisi del giardino hanno deciso la serrata: pochi i crumiri che alzano i tromboncini gialli o bianchi, tutti gli altri esibiscono solo i glauchi nastri fogliari. Nella passata stagione devo aver combinato qualcosa che non hanno gradito: forse, per impazienza, ho tagliato le foglie ancora verdi per non vederle ingiallite seccare a terra. Oppure i bulbi si sono troppo interrati e non li ho divisi per tempo: ci vorranno alcuni anni prima che i bulbilli laterali fioriscano. O forse li ha infastiditi il non rigido inverno. Fatto sta che delle molte varietà di narcisi piantati a macchia nel prato solo qualche ciuffo di Narcissus tazetta e la bordura di Narcissus pumilus timbra il cartellino delle presenze primaverili. 

Peccato, perché il suono chioccio dei pedicelli a gomito avvolti nella spata cartacea e degli scapi cavi dei narcisi è per me il campanello della primavera. E in vernacolo, infatti, per estensione dall’iberico Narcissus jonquilla, i narcisi sono giunchiglie: nome onomatopeico a dispetto dell’etimo latino (iuncus, giunco).

 

 

Numerosissime le varietà precoci o tardive, e gli ibridi che offrono fiori di varie fogge e misure, con combinazioni cromatiche sempre nuove (anche rosati e verdi): dalle semplici e minime del Narcissus cyclamineus, alle grandi e doppie dello Pseudo-narcissus Valencia. Per il profumo, meglio puntare sulle più antiche e con paracorolla anulare breve, come il già citato tazzetta o l’altro indigeno Narcissus poeticus, entrambi con lacinie (o tepali) bianche e coroncina centrale arancio vivo. Ma, sullo scapo florale, l’uno porta un singolo perigonio, l’altro finanche dieci. 

 

Il nome, almeno secondo Plinio, non pare avere origine dal giovinetto leggendario perso nella propria immagine riflessa. Perciò ci risparmiamo l’elenco ancora aperto delle occorrenze letterarie (ma anche iconiche e musicali) legate al mito: dal Decameron al Novellino e all’Adone, da Chiaro Davanzati a Saba, da Shakespeare a Rilke e a Lorca. E, se avessimo voluto seguire questa linea di derivazione, ci sarebbe piaciuto ricordare il Pasolini furlano della Dansa di Narcìs. Il nome, dal greco narké, rinvierebbe invece al supposto potere narcotico sprigionato dal profumo e dalle sostanze contenute nel fiore. Certo, i bulbi sono tossici benché usati nella medicina popolare per le proprietà emetiche e analgesiche. 

Gli inglesi li chiamano Daffodils, e a William Wordsworth si deve la poesia canonica del romanticismo anglosassone, I wandered lonely as a cloud, nota – appunto – anche come Daffodils:

 

 

I wandered lonely as a cloud
that floats on high o'er vales and hills,
when all at once I saw a crowd,
a host, of golden daffodils:
beside the lake, beneath the trees,
fluttering and dancing in the breeze.

 

Continuous as the stars that shine
and twinkle on the milky way,
they stretched in never-ending line
along the margin of a bay:
ten thousand saw I at a glance
tossing their heads in sprightly dance.

 

The waves beside them danced, but they
out-did the sparkling waves in glee:
a poet could not but be gay,
in such a jocund company:
I gazed – and gazed – but little thought
what wealth the show to me had brought:

 

for oft, when on my couch I lie
in vacant or in pensive mood,
they flash upon that inward eye
which is the bliss of solitude;
and then my heart with pleasure fills,
and dances with the daffodils.

 

 

Vagavo solitario come una nuvola
che fluttua in alto su valli e colline
quando vidi all’improvviso una moltitudine,
un mare, di narcisi dorati
accanto al lago, sotto gli alberi

tremolanti e danzanti nella brezza.

Ininterrotti come le stelle che splendono

e brillano lungo la via lattea
si dispiegavano in una linea infinita

lungo le rive di una baia:
con uno sguardo ne vidi diecimila,
che muovevano la testa danzando allegri.

Le onde accanto a loro danzavano; ma essi
superavano in gioia le spumeggianti onde:
un poeta non poteva che essere felice,
in una compagnia così gaia.
Osservavo – e osservavo – ma non pensavo
a quanto bene un tale spettacolo mi avesse donato:

poiché spesso, quando mi stendo sul mio divano
di umore assente o pensieroso
essi appaiono davanti a quell’occhio interiore
che è la gioia della solitudine
e allora il mio cuore si riempie di piacere
e danza con i narcisi.

 

 

Nei pascoli montani i narcisi spontanei fioriscono, a seconda delle varietà, da marzo a maggio. E proprio nel mese mariano, dedicato alla regina dei fiori, si partiva per raggiungere i declivi inondati di narcisi e farne mazzi per la morosa. Le tradizionali narcisate ora non si fanno più: i narcisi sono specie protetta, le morose preferiscono le rose, ed è più comodo rivolgersi al fioraio. Purtroppo, le narcisate nel demi-monde, messe alla berlina da Arbasino, non sono finite con la Roma degli anni Cinquanta, e un fiore per nulla kitsch deve ancor oggi prestarsi a emblema della superficialità e dell’apparenza. 

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