Lillà. Tra Méséglise e Canadà

Il vintage vegetale ogni tanto rilancia sul mercato piante e fiori passati di moda.
Non pare però ancora giunto il momento di riportare in gloria un arbusto che all’occhio e al naso ci getta in un altrove molle e dolce. Foglie a cuore, soavi pannocchie di piccoli fiori stellati non bastano a far guadagnare ai lillà (Syringa vulgaris) un nuovo ruolo in giardino. Se ne trovano di residuali nei vecchi parchi, negli orti o naturalizzati in riva ai fossi di campagna.

 

 

Certo, li possiamo acquistare dai fiorai recisi e forzati in serra ma nessuno più sogna una «casetta piccolina in Canadà», come tutti intonavano nel 1957, «con vasche pesciolini e tanti fiori di lillà». E se quella era il «posto per chi sa stare a posto/ il posto, tele accesa e la casetta in Canadà» (Luciano Ligabue, Vivo morto o X) ne rimpiangiamo solo i fiori, che lì non ci stavano solo per questione di rima: le Serenelle, come pure sono chiamate, resistono al freddo e, fin dall’Ottocento, hanno goduto di grande fortuna nel paese degli aceri. 


Questo frutice a foglia caduca della famiglia delle Oleaceae (come, oltre all’onomastico ulivo, per esempio il gelsomino e il frassino) è rustico e di facile coltivazione: predilige terreni ricchi e freschi ma senza ristagno d’acqua e un’esposizione soleggiata, meglio se con il conforto della mezz’ombra. I fiori compaiono sui rami dell’anno precedente, perciò niente potatura a fine inverno, quando già sono spuntate le gemme fiorifere: ci si limiti a togliere i grappoli secchi e a regolare una chioma troppo scomposta o a ringiovanire una vecchia pianta.

 

 

 

Ippolito Pizzetti ci racconta con profusione di dettagli la storia della loro introduzione dalla Turchia nell’Europa del sedicesimo secolo, e di come solo nel 1828 il naturalista Anton Rocher ne scoprì l’origine, rinvenendole allo stato selvatico in Romania. Poco dopo, dalla via della seta, arrivarono anche le varietà himalayane e cinesi.

 

 

Quanto all’oblio in cui sono caduti, si pensa che le nuances malva delle infiorescenze le abbiano confinate tra i fiori del lutto e della malinconia: un ramo di lillà in Persia regalato all’amante era segno di abbandono e, proverbialmente, in Inghilterra le donne che se ne adornano non troveranno mai marito. Che la superstizione del viola possa aver colpito anche questi innocenti pennacchi sembra trovar conferma nell’indimenticabile esordio di The waste land (1922): «Aprile è il mese più crudele, genera / Lillà da terra morta, confondendo / Memoria e desiderio, risvegliando / Le radici sopite con la pioggia della primavera». Eppure Eliot suggerisce che il guasto della morte è rigenerazione, insana passione vitale. Un’ambiguità registrata anche nel linguaggio dei fiori: amore spezzato, vedovo e, al contempo, emozioni e frenesia dell’amore appena sbocciato.

 

Per altro, fra la trentina di varietà disponibili in commercio – nulla rispetto alle centinaia note – ne esistono di diversi colori, rosso porpora, crema, giallo, azzurro, rosa e bianco puro, con fiori semplici, doppi o dai bordi a contrasto, e di piccola taglia come il coreano Syringa meyeri.

 


Quanto a ékphrasis botanica noi ci ritiriamo in buon ordine: nulla può rivaleggiare con la sublime pagina, una delle tante del suo prestigioso e coltissimo giardino letterario, che ai lillà dedica Marcel Proust in Du côté de chez Swann (1913), il primo dei sette volumi di quell’altro capolavoro modernista che è la Recherche. Siamo a Combray, durante una delle consuete passeggiate familiari «dalla parte di Méséglise». I lillà si affacciano dal parco di Tansonville, proprietà campagnola di Swann, ormai al bando per il suo matrimonio con la cocotte Odette, e teatro dell’apparizione della loro giovanetta figlia dal nome-talismano di Gilberte. I lillà delimitano il luogo proibito dell’agnizione amorosa, preannunciano ciò che i biancospini a breve dichiareranno nell’inno d’adorazione dispiegato dall’io narrante: l’investimento religioso e sentimentale dello sguardo fisso sulla ragazzina dai capelli biondo-ramati, «finestra dalla quale sporgono tutti i sensi, ansiosi e impietriti», e «che vorrebbe toccare, catturare, portar via il corpo che guarda e insieme la sua anima».

 

 

 

Prima ancora di arrivarci, ci imbattevamo nell’odore, venuto incontro ai forestieri, dei suoi lillà. Questi, da dentro i cuoricini verdi e freschi delle foglie, sollevavano curiosi al di sopra della staccionata i pennacchi di piume bianche o malva, lustrate, persino all’ombra, dal sole nel quale erano immerse. Qualcuno, mezzo nascosto dalla casetta di tegole, detta la casa degli Arcieri, dove abitava il guardiano, ne superava il fastigio gotico con il suo minareto rosa. Le Ninfe della primavera sarebbero parse volgari a paragone di quelle giovani uri che serbavano in un giardino francese i toni vivi e puri delle miniature persiane. Nonostante il mio desiderio di circondare con le braccia la loro vita flessuosa e di attirare a me i boccioli stellati della loro testa odorosa, passavamo senza fermarci, perché i miei parenti non andavano più a Tansonville dopo il matrimonio di Swann.

 

Ma anche in Proust l’odore dei lillà porta con sé, inevitabilmente, una nota funebre: «Sostammo un poco davanti alla staccionata. La stagione dei lillà s’avvicinava alla fine, alcuni reggevano ancora, come alti lampadari color malva, le bolle delicate dei loro fiori, ma in molte zone del fogliame, dove, ancora una settimana prima, dilagava la loro mousse odorosa, appariva ora rattrappita e annerita, una schiuma vuota, secca e senza profumo. Il nonno faceva notare a mio padre in che cosa l’aspetto del luogo era rimasto identico e in che cosa era mutato dalla sua passeggiata con il Signor Swann, il giorno che a questi era morta la moglie».

Non una glossa può aggiungersi a tanta sapienza botanica e letteraria.

Solo andare d’un balzo all’ultimo drammatico gioco sociale, il ricevimento a Palazzo Guermantes, quando le maschere cadranno sui volti vizzi o decrepiti, per notare come davanti a Gilberte, ormai divenuta Madame De Saint-Loup, s’allunghi sempre l’ombra di quell’altra, incontrata «in un sentiero umido dove salivano a conocchia grappoli viola e rossastri».

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