Oleandro

Chiamano il mare, gli oleandri. Lo annunciano. Ridono a mazzi, nel mezzo delle autostrade, con colori solari: bianchi rosa rossi (anche gialli) sul verde cupo delle lance fogliari. Ti dicono che sei in arrivo, laggiù tra poco vedrai le dune, le spiagge con i gigli della sabbia (Pancratium maritimum), e il blu. Certo, se si vuole, anche le sdraio e gli ombrelloni oni oni…

 

 

Alfieri dell’estate mediterranea, l’accompagnano con lunga fioritura da maggio ad agosto. Rustici, sopportano qualche grado sottozero, cosicché anche al nord li possiamo coltivare in giardino. Facili e generosi – basta un rametto in acqua perché mettano radichette – sono un’essenza decorativa diffusa e vistosa. I fiori, raccolti in corimbi ai vertici delle frasche, sono tubolosi con girandole, semplici o doppie, di cinque petali dal cuore cigliato. A fine ciclo producono un bruno follicolo fusiforme che a maturità si apre liberando i semi, di pappi dotati per il volo. Le foglie, verticillate in serie ternaria con saldi piccioli ed evidenti nervature centrali, sono persistenti e fanno una macchia di lame coriacee che ispira un vigore elastico, specie nei giovani rami assurgenti.

 

 

Arbusti sempreverdi a ramificazione basale, possono avere anche portamento arboreo: al sud li troviamo in filari ai bordi delle vie. Inselvatichiti, vegetano lungo greti e fiumare – Nerium oleander, amante dell’acqua come le Nereidi –resistendo anche nei periodi siccitosi e diffondendo un profumo di mandorle amare. Ben lo sapeva D’Annunzio che ci confessa: «[…] allor t’elessi / in riva ai ruscelli fiorito / per inghirlandar la mia Musa» (Il cipresso e l’oleandroMaia, vv. 32-33). E in Alcyone (L’oleandro, vv. 33-37) aggiunge:

 

 

E chi recise all’oleandro un ramo?

Io non mi volsi, ma l’amarulenta

fragranza della linfa dalla fresca

piaga mi giunse alle narici, vinse

l’odor muschiato dei vermigli fiori.

 

Altrove lo definisce «ambiguo» forse perché tiene della rosa nei fiori e dell’alloro nelle foglie, come molte fonti classiche ci ricordano e ancor oggi dice il nome francese: laurier-rose.  Ambiguo anche perché ingannevole: l’aspetto attraente cela il veleno. La tossicità è negli alcaloidi presenti in tutte le componenti della pianta, e nei glucosidi concentrati nelle foglie. Per questo l’onomastica popolare li chiama ammazza cavalli e asini. Apuleio narra, infatti, del suo Lucio divenuto somaro in cerca delle rose che gli ridaranno forma d’uomo; sulla riva di un fiume, vede da lontano spiccare fiori che paiono proprio rose. Ma, deluso, li riconosce infine come quelli che «rurestri vocabulo vulgus indoctum rosas laureas appellant quarumque cuncto pecori cibo laetalis est» (la gente ignorante chiama, con termine che si usa in campagna, rose laurine, se le si mangia sono mortali per qualsiasi animale).

 

 

Per antica tradizione in Toscana e Sicilia si ricoprivano i morti di fiori d’oleandro tanto che, nel vocabolario dell’isola, con questo significato è ancora invalsa la parola allannarari. Anche García Lorca in Remansillo (Piccolo stagno) li circonda di quest’aura funebre:

 

Mi specchiai nei tuoi occhi

pensando all’anima tua.

 

Oleandro bianco

 

Mi specchiai nei tuoi occhi

pensando alla tua bocca

 

Oleandro rosso

 

Mi specchiai nei tuoi occhi

ma eri morta!

 

Oleandro nero

 

 

Certo, è sconsigliato usare i rami per farne spiedi venefici, come si racconta di maldestri soldati napoleonici, e bruciarli in camino per evitare intossicazioni. Ma, a dispetto della nomea che li persegue, a me gli oleandri paiono allegri e mi consola sapere che i fiori sono usati in farmacopea come cardiotonico. 

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