Salvia, salvatrice!

Non preserva dalla peste bubbonica, benché probabile protagonista del bouquet di «erbe odorifere» che alcuni fiorentini portavano sotto il naso per cercare scampo alla «pestifera mortalità» del 1348: «andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare» (Decameron, Introduzione, 24). 

Certo è che della salvia Boccaccio fa materia di novella per la giornata degli amori infelici dove, per paradosso, è causa di morte:

 

Era in quella parte del giardino, dove Pasquino e la Simona andati se ne erano, un grandissimo e bel cesto di salvia; a piè della quale postisi a sedere e gran pezza sollazzatosi insieme, e molto avendo ragionato d’una merenda che in quello orto ad animo riposato intendevan di fare, Pasquino dal gran cesto della salvia rivolto, di quella colse una foglia e con essa s’incominciò a stropicciare i denti e le gengie, dicendo che la salvia molto bene gli nettava d’ogni cosa che sopr’essi rimasa fosse dopo l’aver mangiato.

E poi che così alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della merenda, della qual prima diceva. Né guari di spazio perseguì ragionando, che s’incominciò tutto nel viso a cambiare, e appresso il cambiamento non istette guari che egli perdè la vista e la parola, e in brieve egli si morì. (Dec., IV, 7)

 

 

Medesima sorte tocca alla Simona, in vero un po’ stolta, che per scagionarsi dall’accusa d’aver avvelenato il compagno pur ella, davanti al giudice, si sfrega sui denti una foglia di salvia colta dal medesimo cespo. A render venefica la salvia – si scopre poi – era un rospo che l’aveva eletta ad abitazione («una botta di maravigliosa grandezza»). Per altro, Boccaccio dà qui conto dell’uso popolare di quest’erba quale dentifricio naturale. 

Insomma, in quel giardino medievale non s’era seguita la saggia regola degli orti dei semplici, dove alla salvia era riservato il settore centrale dell’herbularius, sempre affiancata alla ruta, antidoto al veleno di serpenti e rospi. Pur tuttavia, dal punto di vista della salvia, il nefasto caso di Pasquino e Simona riserva un finale felice con la riabilitazione della sua onomastica fama di erba salutifera (dal latino salvus). 

La reputazione di pianta sanatrice la salvia se l’è guadagnata fin dall’antichità: per i romani era una pianta sacra e ne codificarono la raccolta con un esclusivo rituale. La scuola salernitana (Regimen sanitatis Salernii) le dedica l’aforisma n. 60, in cui la domanda d’avvio documenta il prestigio di erba miracolosa che tutto può fronteggiare tranne la morte:

 

 

Caput LX. De salvia 

 

Cur moriatur homo, cui salvia crescit in horto?

Contra vim mortis non est medicamen in hortis.

Salvia confortat nervos, manuumque tremorem

tollit, et eius ope febris acuta fugit.

Salvia, castoreum, lavandula, primula veris,

nasturtius, athanasa: haec sanant paralytica membra.

Salvia salvatrix, naturae conciliatrix.

 

Perché muore l'uomo a cui cresce la salvia nell'orto?

Contro la forza della morte non c'è medicina negli orti.

La salvia rafforza i nervi, toglie il tremore delle

mani e per suo intervento la febbre alta se ne va.

La salvia, il castoreo, la lavandula, la primula odorosa,

il nasturzio e il tanaceto risanano le membra paralizzate.

Oh salvia salvatrice, armonizzatrice della natura!

 

 

La ricca collezione dei Royal Botanic Gardens di Kew testimonia come la salvia non vada relegata nell’orto per il mazzetto degli odori da usare in cucina: dalle umili pratensis e officinalis alle numerose cultivar disponibili presso i vivaisti, le salvie possono rappresentare una risorsa straordinaria per i nostri giardini. 

Specie le perenni, erbacee o arbustive, danno grandi soddisfazioni con poco impegno: facili da coltivare, belle e varie nelle foglie, fiori dalla lunga durata e in una gamma cromatica pressoché completa, molte aromatiche e utili, come la elegans dal sentore di ananas. In piena terra e in posizioni felici alcune varietà possono superare il metro d’altezza e far macchia tra lavande e cistus. 

 

 

La famiglia (appartiene alle Labiatae) è numerosissima, cinquecento almeno le specie: arduo perciò scegliere l’esemplare del cuore. Non può essere la splendens, finalmente in recessione nelle aiuole pubbliche bollata dall’anatema di Ippolito Pizzetti e di Vita Sackville-West (quest’ultima così ne scrisse: «per legge dovrebbe essere vietata a tutti coloro che non sanno farne un uso attentissimo»). Incantevole la nemorosa, dalle brattee rosso-viola sugli steli fino all’autunno; provocante nella generosa profusione di boccucce protese la gregii hotlips; elegante, slanciata l’azurea grandiflora dalle luminose infiorescenze color del cielo. Il gradino più alto del podio tuttavia per me lo tiene l’erbacea messicana leucantha: da settembre e per tutto l’autunno, le spighe col bianco abbinato al rosa, al porpora o al blu seguono sull’apice l’andamento sinuoso dei fusti dalle lunghe foglie appuntite e profumate. Un incanto che si può permettere solo un giardino dal clima temperato, meglio se l’inverno non porta più di 7-8 gradi sotto lo zero. 

Ma così tante e così diverse sono le salvie che si trova sempre quella che fa al caso proprio. E non dimenticate d’accompagnarla alla ruta scacciarospi!

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