Il trasformismo dei ciclamini

Come le viole dei campi, i ciclamini sono gli umili fiori dei boschi. Come quelle, reclinano il capo, non per modestia ma per diffidenza: almeno così azzarda la simbologia applicata al regno vegetale, forse per via del tubero velenosetto, saturo di saponine ma ghiotto boccone per i grifi suini, donde il didascalico nome popolare di panporcino. Anch’essi han battezzato un colore che, ciclicamente (l’avverbio è quanto mai pertinente), torna a tingere gli outfit femminili, specie d’estate quando il più profumato della famiglia, il Cyclamen purpurascens o Ciclamino delle Alpi, accende l’ombra del sottobosco. 

 

 

Quel che più mi sorprende di questa piccola erbacea perenne, imparentata con le Primule, è il miracolo di trasformismo e d’ingegneria botanica di cui è capace. Chi mai immaginerebbe che dal solitario bocciolo a forma di mezzo fuso, con i petali pressati a spirale l’uno sull’altro, sortisca un fiore volgente all’indietro cinque alucce rosa carminio (lacinie riflesse), ovvero orecchie, come preferiva chiamarle D.H. Lawrence: («And cyclamens putting their ears back», Sicilian cyclamens). Entro la corolla – una coppa perfetta, traslucida, montata su cinque sepali triangolari, venati nel verde del medesimo porpora dello scabro peduncolo che le sorregge e che manco Lalique redivivo saprebbe riprodurre – si allogano cinque stami convergenti a piramide e uno stilo sporgente dalla fauce pentagonale, lasciata scoperta dai petali riversi dove più intenso si fa il pigmento violaceo, più pregno il «gentile effluvio» (E. Flaiano, Tempo di uccidere). Sarà per questo loro particolare copricapo che i ciclamini mi paiono tanti piccoli indiani boscherecci intenti a lanciare il grido di guerra in difesa del proprio territorio. Che dire poi dell’astuzia dello stelo quando s’avviticchia su se stesso e, a mo’ di molla, piega la sferica capsula del frutto per spingerla al suolo, dov’è necessario giunga ad interrare il seme e garantire la nuova progenie (maturazione ipogea). Non meno attraenti sono le foglie: basali e carnose, stendono sul lungo picciolo una lamina cuoriforme sfumata di viola nel verso, verde e innervata di chiaro nel recto.   

 

 

Spontanei in Italia sono anche il Cyclamen repandum e il Cyclamen hederifolium (o Ciclamino napoletano); non è difficile distinguerli perché non condividono né il medesimo areale del purpurascens (le regioni dell’arco subalpino), né il periodo dell’antesi: sono infatti diffusi dal centro al sud della penisola e, a differenza dell’alpino, che fiorisce tra agosto e settembre, il repandum sboccia in primavera, l’hederifolium in autunno. Mostrano pure alcune diversità morfologiche, sia nelle foglie – ovali nel napoletano che le allunga dopo i fiori, triangolari e dentate nel repandum – sia nei fiori meno profumati, se non del tutto inodori. Per altro, le corolle del partenopeo sono pallide – trascolorano dal malva al bianco puro – e con vezzose fauci auricolate (forse da qui le «ears back» di Lawrence?). 

Non rivaleggia con questi nostri selvatici il Cyclamen persicum, definito dall’intemperante Ippolito Pizzetti «insipido, come se fosse di pezza». I suoi molti ibridi, che invadono il mercato per Natale, cercano di sopperire all’handicap con il vigore, la varietà dei colori vivaci e delle taglie, ma non restituiscono quella grazia silvestre.

 

 

È questo il momento migliore per un’escursione boschiva o montana: nelle faggete e nelle radure di soffice humus, e più su, nelle ghiaie e rocce del substrato calcareo, le macchie di panporcino annunciano la loro presenza al naso del viandante prima ancora di commuoverne gli occhi. Il mio posto dei ciclamini è il sottobosco all’orlo della Valle del Freddo, luogo magico di bocche gelide e rare peonie selvatiche. 

Quello di Antonia Pozzi era la Valsassina: a Pasturo, ai piedi della Grigna Settentrionale, il 17 luglio 1929 dopo una camminata in cerca di ciclamini, scriveva una poesia di plastica energia vitale e di tensione mortuaria. Qualcuno dei molti fan di Alda Merini potrebbe opporre quei versi di Ascolta il passo breve delle cose in cui la donna si dice «fatta di ombre e ciclamini, / ti chiede il tuo mistero / e tu non lo sai dare». Ma a questo fiore di sassi e di ombre non si addicono bamboleggiamenti. Le parole in versi di Antonia sono «asciutte e dure», il suo Canto selvaggio sa dell’eccesso di gioia (gioia per la vita) e dello sgomento provati sul ciglio del crepaccio, là dove si radicano i ciclamini:

 

 

Ho gridato di gioia, nel tramonto. 
Cercavo i ciclamini fra i rovai: 
ero salita ai piedi di una roccia 
gonfia e rugosa, rotta di cespugli. 
Sul prato crivellato di macigni, 
sul capo biondo delle margherite, 
sui miei capelli, sul mio collo nudo, 
dal cielo alto si sfaldava il vento. 
Ho gridato di gioia, nel discendere. 
Ho adorato la forza irta e selvaggia 
che fa le mie ginocchia avide al balzo; 
la forza ignota e vergine, che tende 
me come un arco nella corsa certa. 
Tutta la via sapeva di ciclami; 
i prati illanguidivano nell'ombra, 
frementi ancora di carezze d'oro. 
Lontano, in un triangolo di verde, 
il sole s'attardava. Avrei voluto 
scattare, in uno slancio, a quella luce; 
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi, 
perché il morente dio s'abbeverasse 
del mio sangue. Poi restare, a notte, 
stesa nel prato, con le vene vuote: 
le stelle – a lapidare imbestialite 
la mia carne disseccata, morta.

 

Così, la sera del 3 dicembre del 1938, a soli ventisei anni, Antonia Pozzi pose fine alla sua esistenza stesa sul prato dell’abbazia di Chiaravalle. A lei che la vita la cantò al colmo e con voce ferma, «con trepido cuore a fior di mani» e «senza tristezza», offriremo il sangue delle Grigne. Sulla sua tomba, a Pasturo, porteremo dei ciclamini. 

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