Scampia - Napoli, 30 maggio 2012

Maurizio Braucci è tante “cose” insieme: prima di tutto uno scrittore di intensi racconti e romanzi, poi uno che indaga, che sta sempre nel cuore della sua Napoli e delle sue mille contraddizioni, infine uno sceneggiatore di cui soprattutto Matteo Garrone si è avvalso per le sue spedizioni agli inferi (lo splendido Gomorra e quel Reality che ha appena debuttato a Cannes). Tutte queste direzioni si intrecciano nel suo sguardo malinconico e curioso. Quando scesi a Scampia nel 2005 aveva appena pubblicato Napoli comincia a Scampia, curato insieme a Giovanni Zoppoli e edito da l’ancora del mediterraneo, e Goffredo Fofi me lo indicò come il “migliore”, quello che mi poteva fare da primo collaboratore nell’avventura della non-scuola nel napoletano.

 

E così è stato. Sono stati 3 anni bellissimi, che abbiamo poi raccontato in Arrevuoto. Scampia-Napoli, un libro anche questo pubblicato da l’ancora del mediterraneo, curato da Maurizio e Roberta Carlotto, contenente le drammaturgie del triennio. Poi, insieme a Emanuele Valenti, Debora Pietrobono e Marina Dammacco io ho dato vita a Punta Corsara, esperienza che dalle centinaia di adolescenti di Arrevuoto ha saputo far nascere una compagnia di giovanissimi e agguerriti “professionisti”, e ho chiesto a Maurizio se voleva in un certo senso prendere il mio posto e continuare a tenere attivo il “vivaio” di Arrevuoto. E così è stato. E oggi mi sembra degno di nota che tra le guide di Arrevuoto ci siano in prevalenza i “corsari”, ovvero quegli stessi ragazzi che nel 2005 cominciarono a fare i primi passi sulla scena insieme a me e a Maurizio. Quella che segue è una chiacchierata con Braucci che parte da un fatto recente e assai importante: dopo anni di dipendenza del progetto dal Teatro Mercadante, oggi l’esperienza di Arrevuoto si è sedimentata in un’associazione autonoma, guidata da Maurizio.

 

 


 

Allora è nata l’Associazione Arrevuoto, di cui sei direttore artistico. È un bellissimo risultato, se penso al cammino che abbiamo cominciato insieme nel 2005. Quali sono le sue finalità?

 

Dopo il triennio di Arrevuoto che tu hai diretto, portando qui a Napoli l’esperienza della non-scuola ravennate, il progetto doveva continuare a vivere perché è molto importante per la nostra città e per i suoi adolescenti. Ogni anno abbiamo sempre avuto problemi a ricominciare perché non si sapeva mai se c’erano i soldi, malgrado il progetto ed il gruppo di lavoro si andassero perfezionando attraverso un continuo apprendimento sul territorio. Il Teatro Stabile Mercadante si è sempre sforzato di farci continuare, ma lui stesso ha avuto ed ha grossi problemi finanziari e alla fine del 2011 l’incertezza era massima, così abbiamo deciso di creare un’associazione per cercare anche altrove delle risorse per il progetto. Fortunatamente poi lo Stabile è riuscito ad avere dei fondi per noi dal Napoli Teatro Festival e così abbiamo potuto iniziare questa settima edizione, ma ci siamo dovuti impegnare a fare una seconda versione del progetto per il Festival a settembre. L’obiettivo di Arrevuoto continua ad essere quello di fare dei laboratori sparsi tra scuole del centro e della periferia durante l’inverno per poi arrivare a montare un unico, grande spettacolo in primavera. Il senso è quello di unire teatro e pedagogia, in quel modo esplosivo che tu ci hai insegnato, stando sempre a contatto con dei territori attraverso scuole e associazioni in modo da rinnovare sempre gli adolescenti che partecipano. Per me questo rinnovamento annuale è molto importante, dobbiamo tirarne dentro sempre di altri e di nuovi, non si tratta di fare una supercompagnia teatrale – quest’anno erano 108 in scena, oltre ai 28 adulti al lavoro intorno a loro- ma di tenere aperta una porta tra teatro e adolescenza, in modo che, nel tempo, tanti ne possano usufruire, scoprendo e scoprendosi.

 



 E il rapporto dell’Associazione con le istituzioni napoletane?

 

La politica tende sempre a rovinare tutto, inoltre nel periodo 2011-2012 col cambio della giunta regionale e di quella comunale si è assistito ad uno spettacolo anche penoso di sostituzioni e rivendicazioni tra vertici e funzionari delle amministrazioni che hanno pesato troppo sulla cultura. Il nostro gruppo fa questo progetto ogni anno per dare una mano alla città, Arrevuoto non è uno spettacolo di ricerca teatrale di Braucci, di Monetti o di Calone, è invece uno scambio tra noi, gli adolescenti, le scuole, i territori e la città, un’unione di forze per creare ogni anno un rituale di vitalità e pedagogia volto a stimolare il valore del lavoro comune e del dialogo. Le istituzioni devono capire, e noi lo gridiamo ogni anno, che quando ci finanziano non finanziano un nostro personale progetto estetico, ma un nostro impegno a creare cultura e cittadinanza sane tra gruppi di adolescenti. Questo purtroppo non viene compreso chiaramente e spesso ci ritroviamo ad essere trattati come una compagnia teatrale che chiede soldi per produrre un proprio spettacolo - cosa onorevolissima ma diversa dalla nostra- perché ormai da parte delle istituzioni si è perso il senso di cosa sia politico e cosa no e tutti sono ridotti a dei questuanti. Noi Arrevuoto lo facciamo perché ci emoziona e perché sogniamo di cambiare delle cose qui a Napoli, la finalità artistica la cerchiamo altrove e quando essa accade in Arrevuoto è grazie ai meravigliosi adolescenti che lo mettono in scena.



Cosa mi racconti del Rubacuori dell’Ovest? So che lo spettacolo collettivo, qui visibile nelle fotografie di Stefano Cardone, fotografo da sempre di Arrevuoto, è andato benissimo.

 

Dopo tre anni di tentativi di dare una nuova forma all’Arrevuoto orfano di Martinelli, credo che quest’anno siamo riusciti a trovare una nostra modalità che riprende e allo stesso tempo tradisce la non-scuola. Ci ho tenuto molto a che ci fosse una regia collettiva, anche i teatranti hanno bisogno di arricchirsi da questo punto di vista, ed ho svolto un forte ruolo di coordinamento perché questo aspetto funzionasse. Inoltre abbiamo coronato il sogno di avere in scena la musica dal vivo grazie alla “Banda del Torchio”, una banda popolare che ci ha permesso di realizzare una commedia musicale interpretata anche da alcuni adulti del gruppo “Teatri Possibili” nato in un centro di igiene mentale. In genere sono io a proporre i testi e lo faccio cercando sempre di sentire l’aria e di ascoltare la città, perché poi è a lei che i ragazzi alla fine parleranno dal palcoscenico. Quest’anno ho optato per il tema del fascino del criminale nell’immaginario collettivo e sia i ragazzi che il pubblico lo hanno capito e apprezzato. Synge è un grande autore, con una satira pungente un po’ eduardiana, ma allo stesso tempo con uno sguardo candido che ben si ritaglia addosso a un adolescente. Credo che sia davvero un buono spettacolo – calcolando il poco tempo e le tante difficoltà per farlo- e a fine settembre saremo piacevolmente costretti a rifarlo per il Festival, cercando di migliorarlo. Del Rubacuori siamo tutti orgogliosi e, personalmente, vedere i ragazzi in scena, così improbabili, così spericolati, è una delle cose che mi emoziona di più.

 



Cosa è cambiato o cosa non è cambiato a Napoli e a Scampia in questi sette anni, dall’inizio di Arrevuoto?

 

Napoli ha passato un brutto decennio, Scampia ne è stata un emblema, il tentativo bassoliniano di normalizzare la città ha creato delle aspettative mai coronate. Eppure, tra mille difficoltà, sono nate tante esperienze interessanti nell’intervento socioculturale, soprattutto per iniziative della società civile poi spalleggiate dalle istituzioni, ma esse rimangono sottovalutate e dimostrano il fatto che anche quando riesci ad incidere sulle problematiche di un territorio trovi l’ostacolo del cinismo generale. Su Scampia si è creata una rete di attivisti, tra il Mammut, Punta Corsara, Chi rom e chi no, e altri ancora, che potrebbe incidere molto di più, il problema con i napoletani è che non amano, o meglio non sono abituati, al lavoro di gruppo e finiscono per intralciarsi o per competere inutilmente. Per questo Arrevuoto va nella direzione che illustravo di stimolo alla cooperazione attraverso il lavoro comune di adulti e ragazzi. Quest’anno, mentre il Comune lancia le preziose ZTL- zone a traffico limitato- noi abbiamo lanciato le ZCL-zone a cittadinanza limitata- intendendo con esse le periferie e quelle aree del centro dove si vive peggio che altrove e dove è importante concentrare il tiro delle nostre attività. Non possiamo restare a guardare, la città ha bisogno di tutte le sue energie positive per contrastare quelle negative che la caratterizzano, Arrevuoto significa rivoltare, rivoltare le proporzioni tra negativo e positivo.



Finiamo con Cannes e l’ultimo film di Matteo Garrone, con la tua attività di scrittore di racconti e romanzi “prestato” al cinema, attività che si intrecciano col tuo stare nella “mischia”, non intendo solo le centinaia di adolescenti di Arrevuoto, ma anche la tua curiosità verso tutto ciò che di buono (e di cattivo) si muove attorno a te. Come vivi questo tuo passare da un linguaggio a un altro da un ambiente a un altro?

 

Tra vivere e raccontare può passare il mare, a volte rischio di perdermi, a volte di arricchirmi di troppe sensazioni. Io cerco di fare quel che devo senza darmi obiettivi smisurati, la mia personale ricerca artistica a volte ne soffre perché il tempo mi viene rubato da tante altre cose. Ho scoperto poi, vivendolo, che uno scrittore impegnato con i ragazzini o alle prese con reportage di denuncia viene considerato meno artista, meno scrittore, questo a causa di un certo conformismo nell’ambiente letterario. Invece scrivendo per il cinema ho avuto delle belle soddisfazioni ed ho incontrato bravissimi maestri, idem nel teatro. Io non ho nulla da teorizzare, so che il lavoro artistico richiede pazienza ed impegno, ma anche gioia e gratitudine ed io sono sempre molto riconoscente a chi mi permette di farlo. Credo che per questo esiste Arrevuoto a partire da Marco Martinelli fino a Braucci e fino a chi verrà dopo, un seme messo che abbiamo coltivato e che ora è un piccolo albero che cresce in mezzo agli altri.

 

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