Non uno di meno

Nonostante il clima di incertezza istituzionale e la crisi politica, Francesco Profumo continua a dare segni di zelo attivistico negli ambiti che hanno contraddistinto il suo Miur: per quanto riguarda l'innovazione tecnologica, dopo le iscrizioni on line e il trasferimento del compito di segreteria a lavoratori e utenti, inserisce nell'organico ministeriale consiglieri esperti di «Nuovi Media, E-government, Open data, Social Innovation» che dovrebbero individuare le direzioni per la scuola del futuro; più in generale nell'“Atto di indirizzo concernente sottolinea le priorità politiche per il 2013" indica i punti fondamentali per la continuità di lavoro nel nuovo governo: il sistema nazionale di valutazione, la formazione del personale, il contrasto alla dispersione scolastica, il potenziamento dell'istruzione tecnico-professionale e dell'alternanza studio/lavoro, nuovi progetti per lo studio all'estero, il finanziamento in forma mista con risorse diversificate pubbliche e private.

 

È la conferma di una direzione ostinatamente modernizzante, sebbene più nei proclami che nei fatti; una direzione tecnocratica e dirigista che pensa la scuola come un meccanismo impersonale appartenente a un altro pianeta, in cui i suoi attori fondamentali non contano, visto che la protesta pressoché unanime di docenti e studenti è stata ignorata e la risposta di viale Trastevere è stata una selva di lamentazioni sul conservatorismo di un gruppo di lavoratori pigri privilegiati o di studenti mammoni e smidollati. Loro modernizzano e risparmiano e noi non comprendiamo.

 

Sconcerta che trale priorità dell'agenda figuri un percorso di studi ridotto di un anno, con il sacrificio del quinto anno di scuola superiore. Così il documento:

«Occorre superare la maggiore durata del corso di studi procedendo alla riduzione di un anno, in connessione anche alla destinazione delle maggiori risorse disponibili per il miglioramento della qualità e della quantità dell’offerta formativa (…) per adeguare la durata dei percorsi di istruzione agli standard europei».

 

Si pensa a un modello scolastico che passando dai tredici ai dodici anni permetta agli studenti di accedere al lavoro o all'università a 18 e non 19 anni di età, il che era stato già proposto senza successo da Luigi Berlinguer con un modello 6 + 6 anni (un primo ciclo che unisse elementare e medie seguito da quello superiore in due trienni). Anche se sarebbe opportuno avere indicazioni più chiare, pare che ora le ipotesi sul tavolo siano: a) ingresso nella scuola elementare a 5 anni; b) riduzione della superiore di uno.

 

È surreale che in un paese in cui anche solo la lettura,per non dire lingue straniere, matematica di base e conoscenze scientifiche, sia un problema e in cui la disoccupazione giovanile supera il 37,5% un ministro individui la soluzione in meno scuola per tutti. Intervistato da «Repubblica» il pedagogista Benedetto Vertecchi afferma: «Il problema non è ridurre di un anno il percorso, ma ridisegnare il sistema educativo italiano. Sono contrario a qualunque riduzione perché non è l’uscita dalla scuola a 18 o 19 anni che risolve il problema. Sarei anzi per allungare l’intero percorso da 13 a 18 anni, partendo proprio dal basso».

 

In questo momento pensare alla riduzione del curriculum scolastico è una scorciatoia mascherata da innovazione; l'ennesimo errore che si aggiunge alla fuffa del digitale e dei tablet per tutti, che non servono a niente senza le competenze di base che noi stiamo perdendo.

 

Senza contare che, in questo momento già gravato dalla crisi economica, l'effetto della riduzione di ore si percuoterebbe sul lavoro dei docenti, il precariato sarebbe escluso per sempre dal ruolo docente.

 

L'errore fondamentale di questo ministero è di guardare all'Europa in modo selettivo e miope, senza tenere conto delle differenti società, di cosa è diventata l'Italia di oggi e senza tenere conto del fatto che investimenti, strutture e – banalmente – stipendi, tempo scuola e risorse sono profondamente distribuiti in modo diverso.

 

È stato un ministero discutibile e odioso, tanto più che si è basato sulla fiducia che in esso era riposta dopo le miserie umane e l'ignoranza della destra. Divorato dall'ansia di realizzare troppe cose, troppo in fretta, troppo dall'alto, senza condivisione, ignorando la persistenza di problemi immensi che riguardano, come ho già scritto in tutti modi, condizioni basilari. Più che grandi rivolgimenti ci vogliono subito meno allievi per classi, docenti più remunerati e meno stressati, luoghi più sicuri e accoglienti.

 

Per una volta concordo con il Pd, la cui responsabile scuola Francesca Puglisi ha chiesto che dopo l'esito elettorale il ministero faccia un passo indietro e quello nuovo lavori su «risorse, stabilità, fiducia». Inoltre finalmente è stata invocata «una costituente della scuola pubblica», quegli Stati generali della scuola che potrebbero ridare legittimità a un'istituzione che non si riconosce da anni nella sua dirigenza.



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