Screen tests
Riccardo Venturi

Riccardo Venturi ha abbandonato l’Italia a fine 2002. In quanto al cervello, quello è in fuga da molto prima. Attualmente è ricercatore (“pensionnaire”) in Storia dell’arte contemporanea, XX e XXI secolo presso l’INHA (Institut national d’histoire de l’art) di Parigi https://inhaunivercity.academia.edu/riccardoventuri

27.01.2014

Angkor, territorio francese

Angkor. Naissance d’un mythe. Louis Delaporte et le Cambodge (al Musée Guimet di Parigi fino al 27 gennaio) racconta, più che la nascita del mito di Angkor, la costituzione della collezione francese di arte khmer, la più corposa del mondo occidentale. Conosco bene la collezione permanente di questo museo: immaginare di viaggiare nello spazio e nella storia tra India, Tailandia, Cambogia, Vietnam, Laos, Birmania, Cina, Giappone mi riconcilia con l’arte contemporanea. Ma la mostra sulla Cambogia non provoca lo stesso piacere. Il vizio sta nel fatto che la visito pochi giorni dopo aver camminato all’interno dei templi di Angkor, di cui il grande salone centrale del Guimet offre un’installazione ben curata, con le sculture originali incorniciate...

09.01.2014

L'uomo che visse due volte

– “Tutti i giorni sparisce qualcuno” – “Ogni volta che uno esce da una stanza” (da Michelangelo Antonioni, Professione Reporter) 8 Ottobre 2013. Queste righe trattano di una mostra che ha già chiuso i battenti. E’ una pratica poco corretta, lo so. Il lettore deve essere nelle condizioni di metter alla prova quanto scrive un critico: non è questo uno dei lasciti fondamentali, quanto poco rivendicati, del modernismo? Almeno da quando Clement Greenberg, alla metà degli anni quaranta, invitava i lettori di “The Nation” a verificare di persona quanto scriveva sulle primissime mostre di un pittore sconosciuto, Jackson Pollock.   Ma il caso presente è singolare. Perché la mostra in...

30.12.2013

Bangkok e la democrazia

Alternando giorni di visita sostenuti ad altri più cool, trascorro una giornata sul vaporetto visitando un paio di templi buddisti. La sera cammino per Th Samsen, via di scorrimento poco interessante ma che mi conduce dritto nel cuore della vivace Banglamphu, quartiere storico di Bangkok. Ripiegata la mappa, a guidarmi solo il naso e i piedi, che mi conducono nel mezzo di una manifestazione imponente. Che fare, trasgredire il buon senso e quanto riportato come una litania dalla stampa internazionale, cioè che bisogna tenersi alla larga dalle proteste, che basta fare il turista provetto e non succederà niente? Difficile misurare il senso del pericolo in un paese straniero e poi non ho né cellulare né twitter. Nel 2004, nel sud del Paese, ci sono stati...

17.12.2013

Archeologia lunare

Astronomy Domine   C’era una volta l’era spaziale. Una volta quando? Nel 1957 diranno subito i miei lettori, quando il 4 ottobre l’Unione Sovietica mandò in orbita il satellite Sputnik 1; lo stesso anno in cui venne indetto l’Anno Geofisico Internazionale sui rapporti tra il sole e la terra. Eppure le cose non sono così semplici, come dimostra quella celebre storia italiana che aveva come protagonista un pezzo di legno e non un re, e come la storia che accenneremo qui – quella di un pezzo di osso.   Ishango Bone   Non è affatto certo, questa è la premessa, che l’era spaziale risalga alla sinergia virtuosa di elementi scientifici, tecnici, politici, militari e commerciali della civiltà...

22.11.2013

Biennale: screen test

Palazzo degli schermi   Con il finissage alle porte, ne approfitto per sottoporre la 55a biennale di Venezia a uno screen test, alla ricerca ovvero dei modi in cui lo schermo è utilizzato nelle opere esposte. Considero lo schermo nel campo allargato di quelle pratiche artistiche che sfuggono alle storie cloisonné della pittura, del cinema, del video, dell’arte digitale. Tra le tante figure schermiche presenti, mi soffermerò solo su tre: il Movie Drome di Stan VanDerBeek, con una breve digressione sullo zero di Stefanos Tsivopoulos; l’interfaccia di Camille Henrot; l’“effetto Potëmkin” o il fare schermo di Jesper Just. Ognuna di queste traduce visualmente, a suo modo, un aspetto del palazzo enciclopedico. Un’...

09.10.2013

Per un chicco di caffè a Parigi

“Le café est un torréfiant intérieur”, così Honoré du Balzac nel Traité des excitants modernes (1839). Povero Balzac. Ogni italiano che vive a Parigi deve presto affrontare una verità assai amara alla quale non era preparato: il caffè fa schifo – “jus de chaussette”, succo di calzini, come dicono da queste parti. Lo spettro gustativo oscilla dal terroso all’asprigno, da un non so che di copertone al truciolato. Un drink acquoso o legnoso che lascia la “camicia” sulle pareti interne della tazzina e soprattutto la bocca impastata per ore. Il tutto per due euro e cinquanta circa.   Latte Art   Nei momenti di sconforto confesso di esser passato alla cicoria. Poi...