Speciale: #abbiculturadite

Vicini e balconi

I balconi sono diventati piacevole consuetudine che ritma il tempo, nella via dove abito, segnano l’arrivo della primavera ricoprendosi di colori, nella corte dei palazzi che si guardano, accarezzano lo sguardo dei vicini, incuriosiscono la vista della nuova bambina, che da poco abita li. I miei balconi. Da quest'anno lo so.   Complice una tardiva influenza il rito tardava a compiersi, giacevano secchi tra il ferro delle ringhiere vecchi rami polverosi. I veli da sposa ormai grigi, inutili protezioni, ricoprivano, ancora, il tutto. È maggio ormai. Un segno che non giunge, l’alterarsi di un’abitudine. Allarme tra i vicini che attendono, prima, e poi, chiedono, ed io, incredula, rispondo. “Sono solo in ritardo …”. L’attesa di quel rito mi sprona, sentire la cura mi incoraggia, avverto gli sguardi e rifioriscono vasi e ciotole, sfumature, profumi e colori esplodono tardivi nei miei balconi, gemme vigorose e rigogliose ripagano e godono nello schiudersi.   Ed ora, come sempre, con il primo caffè albeggiante, sorseggiato sul balcone, tra il profumo delle surfinie, che chiedono di essere ripulite, mattina dopo...

Fioriscono pietre

Sì, fin dai tempi delle fiabe e delle prime scoperte letterarie infantili la lettura è stata mio cibo e nutrimento, in senso quasi letterale: mangiavo con avidità gli angoli delle pagine dei miei libri, riconoscendo il sapore di ciascuno. Più tardi attraverso la scrittura ho cercato di assimilare, elaborare e ridare corpo alla sostanza rarefatta delle parole. E più tardi ancora, in età matura, una pratica quasi quotidiana di ascolto e dialogo mi ha fatto assaporare la materialità, quasi la fisicità dell’esperienza di pensiero. Forse è per questo che in un versetto di Isaia – “quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,31) – ritrovo l’urgenza di mantenere aperto un orizzonte di speranza per i diseredati della terra; nella maschera dei potenti che raggirano i deboli vedo riprodotto il travestimento del Grande Inquisitore della leggenda e dei grandi ingannatori di tutti i tempi; in un verso di Robert Hayden ritrovo la necessità disperata di salvare la bellezza anche nel fango e nel niente...

Ecce Humus

Dedico una buona percentuale della giornata a prendermi cura di me, nel senso originario del termine, ovvero a preoccuparmi, angosciarmi o nel migliore dei casi, provare un certo fastidio. La Cura nella mitologia romana era una divinità femminile che un giorno, mentre attraversava un fiume per andare chissà dove, chissà perché, plasmò l’uomo con l’argilla. Mentre impastava questo pupazzo era pensierosa, scrive l’autore latino (“cogitabunda”). Sicuramente sapete che quando una donna sta impastando qualcosa, con un’espressione cogitabonda, è il caso di preoccuparsi. Era pensierosa perché stava pensando, adesso come faccio a dare vita all’uomo. Così chiese a Giove di infondervi il suo spirito. Poi Cura disse a Giove, voglio chiamare l’uomo con il mio nome. Eh no rispose Giove. Gli ho dato vita io, questo pupazzo si chiamerà come me. E poi, Cura è un nome da femmina. A questo punto si intromise anche la Terra, dicendo: ho fornito io la materia prima, chiamiamolo Terra. Che per inciso, in latino sembra un nome maschile (“tellus”) e invece è femminile...

Paesaggio

In uno dei tanti posti belli d’Italia, fine giugno, metà mattina, tra i tavolini del dehors di un baretto sotto la torre di un castello medievale, aria frizzantina, sole smagliante, panorama di colline e vigneti pettinati (come li chiamava Andrea Zanzotto, uno di qui), due vecchi arrivano alla meta col fiato lungo. Almeno settantacinque anni per ciascuno. Si accomodano: leggono il giornale. Io un po’ più in là, siamo solo noi tre. Le loro voci sono sommesse, il paesaggio (zanzottiano) forse agisce come le fontanine che usano in certi locali del Medio Oriente, per stabilire, con il loro zampillo lieve, la soglia eticamente invalicabile del volume delle conversazioni. Comincia lui con la prima pagina, in ottimo italiano lancia la notizia (un noto industriale si è ucciso sommerso dai debiti) e un primo commento approssimativo, ma poi subito affina l’analisi, introduce elementi per una discussione. Lei lascia dire e poi avanza una sua lettura del caso, altri elementi di riflessione. Poi lui passa ad altro, pausa. Altra notizia, “la povera Grecia”, e lei parte in un peana per gli eroici economisti greci. Si continua con la...

Pedagogia dell'erba

C’è una “pedagogia dell’erba”, elaborata da Gilles Clément, grande botanico e filosofo dei dinamismi vegetali, insigne giardiniere (questa è la definizione di sé che di gran lunga preferisce), una “pedagogia dell’erba” che mi piacerebbe assecondare. E credo possa intrecciarsi con la cultura-cura che qui si vuole esprimere. Un suo possibile tracciato.   “Le piante viaggiano. Soprattutto le erbe. Si spostano in silenzio. In balia dei venti”, scrive Clément nel suo “Elogio delle vagabonde”. Vagabonde sono le erbe. E talvolta anche gli uomini. E così le loro idee, i nostri saperi. Mai fissati, sempre in movimento. “Nel mezzo”, diceva Deleuze. Così dovrebbe essere, e spesso non è. C’è inerzia, e vuoto di mondo. Le teste sono inchiodate al suolo.   Che si fa? Proporrei la “passeggiata nell’incolto” suggerita da Gilles Clément, dalla sua “piccola pedagogia dell’erba”. Perché è nell’incolto che “le specie si danno all’invenzione”. Nel suo crogiolo...

Caratteristi

Machiavelli va in taverna e s'ingaglioffa, Flaiano al cinema e ride guardando I pompieri di Viggiù, Umberto Eco sta in casa e si sintonizza su Don Matteo. Anch'io, si parva licet, resto a casa e cerco su youtube gli spezzoni della vecchia commedia all'italiana. Ho la religione di Totò  – in sottordine mi merito Alberto Sordi – ma lo apprezzo di più quando ci sono Peppino, Fabrizi, Nino Taranto, ma anche quei miracolosi attori napoletani: Pietro De Vico, Tina Pica. Quel cinema italiano è fatto di facce irregolari che dichiarano le miseria: Capannelle, Vincenzo Talarico o di imbroglioni come Franco Fabrizi e Riccardo Garrone, o di cattivi come Adolfo Celi e Mario Carotenuto. Ognuno lascia un’impronta, una tonalità. Non disprezzo nemmeno i film di "chiappa e spada" con Renzo Montagnani, Lino Banfi, Aldo Maccione (e la Fenech...). A volte penso che vorrei comporre un video-saggio approfondendo, chiarendo. Ma no, meglio divertirsi.