Speciale: Calvino trent'anni dopo

Risposta ai trentenni / Calvino un bilancio generazionale

Idea ottima, quella di doppiozero di ricordare il trentesimo anniversario della scomparsa di Calvino raccogliendo interventi di giovani critici. L’inesorabile scorrere del calendario produce infatti, riguardo alla ricezione dell’opera calviniana, una situazione di particolare interesse. Attualmente ci sono ancora almeno quattro generazioni di lettori (e di interpreti) che hanno avuto con Calvino rapporti di età diversificati. La prima, ormai anziana, è quella dei coetanei o quasi, dei fratelli minori: coloro che, condividendo buona parte della sua esperienza storica, hanno avuto modo di seguire il suo tragitto, se proprio non dagli inizi, almeno dagli anni Cinquanta. La seconda – la generazione alla quale appartengo anch’io – ha conosciuto Calvino quando aveva già scritto la maggior parte delle sue opere, ma non era ancora considerato uno dei vertici della letteratura italiana del nostro Novecento. Di conseguenza ha potuto assistere a una radicale metamorfosi della sua immagine critica: da «minore» intelligente, di pregio, ma certo non rappresentativo di quello che ancora non si chiamava mainstream letterario, ad autore di prima grandezza e a volte perfino a paradigma di quarant’...

Dal Sentiero a Ti con zero

I libri di Calvino hanno attraversato quarant’anni di Novecento, il neorealismo, la neoavanguardia, quella che veniva chiamata letteratura del rifiuto, il postmoderno. Il rapporto degli scrittori italiani di oggi nei confronti della tradizione italiana sembra tuttavia contraddittorio, quantomeno non semplice. Lo è sicuramente molto di più rispetto al mondo della poesia dove la presenza, o il peso, del passato ha significati ben definiti. Sarebbe estremamente riduttivo se una tradizione si formasse solo in virtù dell’influenza che un autore riesce a esercitare nei successori. Tuttavia non è affatto scontato segnare una rete di genealogie in rapporto alla tradizione italiana per chi oggi in Italia scrive romanzi. Forse sono state, piuttosto, altre tradizioni a calcare la mano. Negli anni Ottanta poteva apparire ben più immediato, ad esempio, il legame tra un esordiente come Daniele Del Giudice e Italo Calvino. Ma la prosa di Calvino resta comunque una roccia metamorfica e cristallina nei decenni che ha attraversato. L’equilibrio, la fiaba, l’essenzialità, la limpidezza di sguardo, la composizione a strati di storie e...

Calvino contro Calvino

Potrei cominciare snocciolando le logiche e i modi del pensiero, vivi e attualissimi, che Calvino ha frequentato nei suoi cinquant'anni di attività di scrittore: l'antitesi, la frammentarietà, l'impegno, la razionalità radicale; oppure scegliere un percorso tematico, uno dei tanti possibili attraverso i quali l'ossessione dello scrittore dava corpo alle proprie forme di narrazione, o meglio, alla propria forma di narrazione, se è vero, come è stato più volte ribadito, che esistono autori che compongono sempre libri differenti e autori che variano sempre lo stesso libro, e che Calvino fa parte di questi ultimi. I temi, dunque: il labirinto, il reticolo, la città e via via tutte le figure che si assommano e si complicano nel seguire il percorso verso il Calvino dell'irresolutezza, del fantastico spinto e della combinatorietà estrema degli ultimi anni.   Tuttavia, non mi sono mai sentito in grado di fare bilanci e tanto meno potrei farne di fronte alla figura di Calvino, monumentalizzata dall'accesso pressoché immediato tra il novero dei classici. Un'imponenza bizzarra e probabilmente...

Il calviniano invisibile

Fuori dalle roccaforti scolastiche l'opera di Calvino sta lentamente passando di moda. A testimoniarlo è, tra l'altro, un certo atteggiamento difensivo che in questa stessa rubrica si è espresso fin qui non di rado: una tendenza a giustificare teoricamente la sua grandezza, anziché impugnarla con euforia o anche solo vagliarla alla prova dell'esperienza vissuta (quella pubblica, s'intende; ché di quella privata poco importa). Di tutt'altro registro sono le celebrazioni sovente morbose che si tributano, in quest'anno di ironiche coincidenze astrali, a quel Pier Paolo Pasolini che per molti e da tanti anni rappresenta, per un fortunato ma non fausto malinteso, una vera e propria nemesi dello scrittore sanremese: si deve anzi correre a smantellarne il «mito», come faceva Siti già un decennio fa, perché insieme con la verità storica non pregiudichi o sotterri addirittura, magari sotto una pila di smemoranda a firma PPP, un esercizio basilare di lettura dei testi. Si rinnova così per l'occasione, a riempire il vuoto di ragioni, uno sport nazionale fra i più squisiti: il tiro a Carla Benedetti, l'autrice di quel Pasolini contro Calvino che dal 1998 in qua è stato di gran lunga più...

Cose necessarie e difficili

«Le cose che la letteratura può ricercare e insegnare sono poche ma insostituibili: il modo di guardare il prossimo e se stessi, di porre in relazione fatti personali e fatti generali, di attribuire valore a piccole cose o a grandi, di considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, di trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o non pensarci; la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo e tante altre di queste cose necessarie e difficili».   Qual è il posto della letteratura nella nostra società? C’è qualcosa che solo la letteratura può fare, qualcosa che la rende insostituibile? Si può pensare che la letteratura ‘serva a qualcosa’ senza per questo ridurla a un ruolo ancillare? A trent’anni dalla morte di Calvino, mi pare che il suo lavoro di ricerca e sperimentazione attorno a queste domande sia l’elemento più forte della sua eredità. La citazione di apertura è tratta da Il midollo del leone:...

L’uomo che cade. Un’eredità di Calvino

Trent’anni dopo la sua morte, va riconosciuta a Calvino un’identità netta, fra le altre possibili, di scrittore razionalista messo di fronte all’irrazionalità profonda di un mondo che si sviluppa verso la sua estinzione senza la possibilità di trovare un appiglio. A rileggere le sue opere cercando di scansare la lettura di un Calvino mercuriale, limpidamente sereno, persino olimpico nel suo equilibrio continuamente aggiornato, continua a sorprendere quanto lo scrittore ligure abbia raccontato, più o meno nel corso di tutta la sua produzione, l’avventura di una mente rigorosa fino all’estremo, capace però, a ogni passo, di specchiarsi nel suo rovescio radicalmente negativo. C’è dietro una personalità autoriale che si mostra soprattutto quando viene meno quasi del tutto, con gli anni Sessanta, la diretta vocazione civile e politica della sua scrittura, dopo il congedo provvisorio della Giornata di uno scrutatore (1963); trova la sua piena realizzazione nel Calvino più “francese”, immaginifico e combinatorio che affiorerà con più decisione dagli anni Settanta in poi...