Speciale: Camminare

Camminare in autostrada

Era capitato per caso, una stupidaggine. In austrada sul furgone, diretti in Emilia, ancora prima di arrivare ad Asti avevamo finito la benzina. Fermi. Sotto il sole, carichi di strumenti e con tutto il viaggio da fare. Io e Pietro abbiamo scavalcato una rete sul ciglio della Torino-Piacenza e ci siamo incamminati attraverso i campi, verso l’abitato in cerca di carburante lasciando gli altri in attesa a discutere di chi fosse la colpa di tale idiozia. Dopo aver trovato un distributore, in un piccolo paese sonnolento disteso tra l’autostrada e una statale, con la benzina in una sacca di plastica abbiamo tagliato nuovamente per i campi dirigendoci verso l’autostrada, dove il furgone fermo nella corsia d’emergenza ci aspettava un paio di chilometri più indietro.   Abbiamo cominciato a camminare al bordo della Torino-Piacenza, un posto dove le distanze mostrano tutta le relatività del mezzo che le compie. Il tragitto, molto breve in auto, sembrava lunghissimo. Non passavano macchine, la strada era vuota. Il sole di fine luglio arroventava l’asfalto, l’aria tremolava all’orizzonte. Non mi sarebbe mai più...

Le vie dei canti si intrecciano ai lacci delle scarpe

Cammino spesso, a lungo e lungo sentieri bianchi di campagna, che conosco così bene.    

Le vie di fuga

Passo veloce, talvolta in crescendo. Cammino specialmente in centro città, dopo aver posteggiato la bicicletta assicurandola a se stessa con un lucchetto arrugginito blu.   Difficile che mi porti al centro dei marciapiedi. Più scorrevoli i lati, schivati dalla corrente principale antropomorfa e mollacciona, tutta sbadigli a strascico ed egocentrismo urbano, dove il centro è un marciapiede.   Anche nei sottopassaggi delle stazioni ferroviarie è così: tutti a defluire al centro, a formare un unico corpaccione sudaticcio e scalpitante che fa finta di procedere in entrambi i sensi ma rimane sempre fermo sul posto. I lati, signori, i lati sono le vie di fuga dalla trappola del corpaccione passeggero e passeggeri che ti fagocita e ti rilascia a sua discrezione.   Le vie di fuga respiratoria e sopravvivibile sono i lati. In città il lato destro è più sicuro ma rasenta le vetrine dei negozi, le loro entrate e le uscite. Bisogna essere più prudenti. Nei giorni del mercatino dell’antiquariato i marciapiedi del centro ribollono di uomini panciuti, donne carrozzinate, anziani...

Il buon senso

Noi, esseri umani, da piegati a sapienti ed eretti, certamente; abbiamo vita migliore, certamente, e, come noi, o esseri umani, anche ogni oggetto, qualsiasi cosa toccata o immaginata ha vita migliore, vi è chiaro, lo so. E’ incredibile ci si sia spinti ad innalzare palazzi di sei sette otto piani o grattacieli. La verticalità ha fatto pressione su di noi, il senso del divino ci ha tramutati in formiche, abbiamo lasciato l’orizzonte a sparuti gruppuscoli di fortunati, i quali ringraziano, e, per loro fortuna - come diceria vuole - rimangono uniti, fra esistenza e leggenda. Con l’andatura di chi sta andando a fare la spesa, così rifletto confuso, camminando per Modica in un tardo pomeriggio d’afa. Con me sono d’accordo, di sicuro, un ometto esile dall’orribile camicia a strisce verticali fitte gialle rosse e blu su bianco e il sosia di Lou Ferrigno, l’altrimenti detto Hulk, trattenuto dalla moglie. Ciondolando, un acufene mi visita, sarà che la gente mi guarda mentre di soppiatto cerco di appuntare… Procedo, imbattendomi in una boutique grandi firme, ma nulla mi interessa; noto la sensualit...

La scoperta del mondo

Nessuno di noi c’era mai stato a Larche. Larche era in Francia, oltre le montagne. Era il villaggio che solo i ragazzi più grandi avevano visto, raggiungendolo in ore e ore di cammino. Lungo il sentiero si incontravano il lago dei nove colori, il sentiero delle roccette, la mole enorme del Chambeyron, con la sua cima sempre tra le nuvole. Ma nessuno ci portava fin lassù. Mai. Nemmeno sul sentiero della cascata scavato nella roccia.   La piccola Chiappera, invece, la conoscevamo bene. C’era il bar di Marta, dove fuggivamo per sfidare i capi e il curato, decine di fontane di pietra tutte scolpite, il piccolo campo da calcio, la chiesetta che odorava di fresco e di legno. Era il villaggio di Heidi dove tutto era perfetto ma a noi non bastava più. Noi eravamo appassionati di alte montagne e di cartine geografiche, ci piaceva calcolare le distanze e le ore di cammino e pur di camminare e far fatica avremmo dato tutti i giochi e gli svaghi del mondo. C’era soltanto la Provenzale bella e slanciata davanti a noi, che appostati sul piazzale delle Casa Alpina, come se si trattasse del cassero di una nave, ci accontentavamo di osservare, con...

Andare, camminare, (non) lavorare

Si sente forte il silenzio, quassù, sul sentiero ciclabile che, dal rifugio Fedale, sale agrodolce alla malga Pioda. Cinque giorni tra le dolomiti devono avere corroborato lo spirito, rodato muscoli e fiato perché mi sento in forma, oggi, mentre marcio spedito sul monte Civetta, sostenuto dai lusinghieri incitamenti delle endorfine. Ho staccato di qualche centinaio di metri e di un paio di tornanti le chiacchiere della combriccola, da poco ho superato un altro gruppetto di camminatori ed è appena scomparso dietro una curva il biancovestito ciclista di montagna che mi ha oltrepassato lentamente, mulinando forsennatamente le gambe depilate sui pedali e rantolando un saluto inarticolato. Ora che, finalmente, sono solo, sperduto nella solitudine relativa e perfetta che ha i confini del mio campo visivo, mi pare che, magicamente, questo paesaggio abbia perduto ogni suono. Come se qualcuno avesse d’improvviso tolto l’audio ad un film già abbastanza loquace per immagini e fotografia. Anche i miei piedi, chiusi negli scarponi, solitamente così inclini a sonori inciampi, sdrucciolii e sfrigolamenti, si sono fatti più taciturni,...